a cura di Ezio Partesana

Letè e Eunoé | Ezio Partesana
a cura di Ezio Partesana
***
Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
a’ miei poeti e vidi che con riso
udito avean l’ultimo costrutto.
[Divina Commedia, Purgatorio, XXVIII, 145-148]
Ci sono colpe che non sono emendabili, le conseguenze e il tempo le hanno rese eterne. Non vale nulla il pentimento, che forse segue e chiede perdono, a ristabilire giustizia; il danno è fatto e l’essere non muta. Nemmeno un dio onnipotente potrebbe assolvere il “voler male”; cancellare le conseguenze sì, persino far che nulla sia mai accaduto, ma cancellare il momento fatale della scelta non potrebbe senza togliere la libertà a ognuno.
Nel Paradiso terrestre tutti gli esseri furono innocenti, non sporchi né affamati, non cattivi. Di quel luogo sognarono – si dice – i poeti che intorno non vedevamo che macerie: “Ci deve essere pur stato un tempo – scrivevano – nel quale l’armonia regnava come legge di natura e non c’era motivo di aver paura di alcunché, tra il cielo e la terra”. Si discute nei convitti sopra una “Età dell’oro” che deve avere preceduto la nostra, di ferro e fuoco: “Sia pure solo una immagine, farà da guida alle nostre idee”.
Ma l’Inferno è immutabile, le anime che lo popolano saranno lì per sempre, vive e rancorose come furono in terra, e dannate. Il giudizio è “una volta per sempre”; il rimorso che a volte la Commedia concede loro, è un ricordo, non una azione. Poiché Dio si è mostrato con il volto feroce della sentenza, non c’è possibile oblio, non c’è possibile memoria del bene. Eppure Virgilio parla a Ulisse e Dïomede come se potessero questi avere letto l’Eneide e dovessero averne timore; una sorta di legge ferma, dunque, i peccatori all’attimo della morte, ma non impedisce ai condannati di sapere quel che è accaduto dopo.
È facile passare oltre le incongruenze della Commedia in nome di una libertà dell’immaginazione che non sottopone le sue creazioni al vaglio della ragione, ma non è una buona strada: le contraddizioni restano e l’intelletto diventa pedante. Si rimane, alla fine, sotto l’ala di una ragione strumentale, calcolo e segno, che è proprio l’avversario contro il quale la Commedia mette in scena le sue figure.
Il primato dell’oggetto – il testo della Commedia – vale anche contro le sue interpretazioni, quel che di irrazionale c’è nel senso è comunque il risultato di uno scontro tra semantica e logica. La struttura che ne risulta significa che alcune scelte sono state prese prima di consultare le tavole di verità e, in qualche modo, queste decisioni sono l’ontologia del testo.
Dante percorre l’intero purgatorio insieme a Virgilio, ma si ferma all’ingresso di Gan Eden, del Paradiso terrestre. Nessun angelo gli sbarra il cammino, non ci sono porte da scardinare e la salita è lieve. Non è fisico l’ostacolo, è teologico: l’innocenza non è parte della natura umana. I beati hanno combattuto e vinto, i dannati hanno combattuto e perso, seguono il destino al quale li consegnano le loro azioni, ma la residenza che il Creatore aveva riservato ai suoi primi figli non è più accessibile.
Il tomista fiorentino Dante – così sovente ligio alla dottrina – deve risolvere un problema etico: è possibile essere innocenti? Innocenti del tutto, s’intende, senza colpa e senza merito? La risposta di Dante è stupefacente nella sua follia: Sì, basta non avere memoria e avere memoria allo stesso tempo. Per entrare in Paradiso è necessario abbeverarsi dalle acque miracolose di Letè e Eunoè che sgorgano dalla medesima fonte per volontà di Dio e poi si dividono nei due ruscelli che stanno a custodia del Giardino di Adamo e Eva.
Lete, il fiume dell’oblio, è acqua di lunga storia tra proibizioni e necessità: è necessario che le anime si scordino della vita precedente prima di poter iniziare una nuova, ma è anche proibito ai sapienti scordare il passato e ricominciare dal principio. Eunoè, al contrario, non esiste; da nessuna parte è scritto di queste acque del ricordo, né pare avere senso la loro virtù. Dante crea dal nulla una potenza celeste che opera nonostante ogni esperienza comune mostri che a nessun uomo sia necessario ricordare il “ben fatto” del quale, al contrario, spesso ci si vanta tra sé e sé.
La contraddizione si vela in Donna Matelda, emblema perfetto e sorridente della pace, ma si mostra solo nella differenza tra “innocenza” e “etica”: l’uomo innocente non deve letteralmente fare nulla (a parte non sovvertire il suo stato), chi cerca di comportarsi eticamente sa bene, invece, quanto difficile sia decidere e operare secondo giustizia.
Il Paradiso terrestre ha una esistenza che è impossibile negare; Dante, sullo sfondo delle spiegazioni di Matelda pone, come in un affresco trecentesco, i poeti che forse di quel luogo sognarono, ma sognarono bene e la Musa lo sa, che ancora di loro si racconta. “Età dell’oro” non indica un tempo dove tutto andava secondo il giusto verso, bensì una epoca futura, quando la battaglia tra il bene e il male non era ancora cominciata. Alle porte del Paradiso il tempo e la cronologia seguono la legge morale, non la meccanica degli orologi.
Si beve alla fonte della memoria per ricordarsi di un futuro possibile, dunque, non semplicemente per rivendicare le buone azioni compiute. Lo stato di innocenza è un rovesciamento che non ha nulla di naturale: non procede secondo l’ordine dei fatti né ha una esistenza autonoma, è un “come se”, nostalgia e rammarico di un luogo dove gli esseri umani non sono mai vissuti.
Non è scritto con quale “riso” i poeti che immaginarono il Parnaso accolgano la spiegazione di Matelda, se sia vergogna o ironia. Certo è che Dante, dopo aver inventato la miracolosa fonte del ricordo Eunoè, pone una clausola all’innocente: prima deve dimenticare e poi ricordare, “… e non adopra / se quindi e quindi pria non è gustato”. L’Eta dell’oro non è una orgogliosa conquista, una condizione che si possa raggiungere con sacrificio, ma un “memento” divino che deve poter accompagnare ogni azione.
Gli esseri che abitano l’Eden sono bloccati, il Paradiso è altrove. Non ne usciranno la donna, non ne usciranno i poeti; sono beati, certo, ma incapaci di bene e di male ché hanno bevuto tutti dalle due fonti. Il peccatore Dante invece salirà nell’alto dei cieli a contemplare, almeno per un poco, la grazia dell’Onnipotente. Questa sospensione non è poi tanto diversa da quella del Limbo, “orlo” dove vengono collocate tutte le anime di coloro che si comportarono da giusti ma non ebbero la benedizione del battesimo né la conoscenza di Cristo. L’innocenza è una forma della colpa.
I due fiumi sgorgano dalla medesima fonte, scrisse Dante allora senza chiarire dove e perché si separino né come sia possibile abbiano effetti contrapposti; la descrizione riportata è per negativo: non sono come gli altri fiumi che scorrono per la caduta del vapore convertito in acqua. Oltre a questo sappiamo solo che il loro sapore è superiore a ogni altra delizia essere umano possa mai gustare. Letè e Eunoè sono il frutto permesso, non quello proibito, e seguono la volontà di Dio senza curarsi delle leggi della fisica. Dunque l’Eden è estraneo alla Natura – così come il vento e i suoni che lo animano – e appare luogo primordiale di pace e delizia solo perché l’Onnipotente così ha disposto, non c’è alcuna virtù interna che lo muova e l’uomo non l’ha ereditato come possesso dai suoi progenitori.
Se il Paradiso terrestre è, letteralmente, una utopia, un luogo al quale non si può accedere senza un miracolo, allora le sorgenti del bene e del male sono una fantasia, un ente immaginato dall’intelletto a verifica dei poteri. Lo stato di innocenza non è la giustizia; è necessario che la sua rappresentazione sia posta nel passato affinché ogni futuro sia possibile. Quel che Dante passa prima di salire in cielo è un sogno, una nostalgia avversa al dolore e alla fatica che sino a lì si è finto aver visto o davvero ha trapassato. Il Paradiso terrestre è il non vero.
L’attimo sospeso e l’aura che lo avvolge non sono reali allo stesso modo delle pene che le leggi del contrappasso impongono ai dannati né hanno la stessa consistenza del peso che l’espiazione comporta per le anime del Purgatorio; le pene dei dannati – per quanto crudeli e dure siano – vanno intese alla lettera, sono la raffigurazione di un giudizio che non sarà revocato. Il Paradiso terrestre, al contrario, esisteva prima del bene e del male (con i due alberi: della conoscenza e della vita) ma solamente nella forma di un ricordo; Adamo e Eva ne furono cacciati e la umanità futura con loro. Gan Eden è quel che manca qui e ora, pietra di paragone e di scandalo.
Forse i beati volano in cielo senza attraversare il Giardino terrestre, per certo i penitenti – e Dante con loro ché del resto un penitente è – per entrare in Paradiso dovranno fare quella esperienza, dell’oblio e della memoria; Virgilio non può entrare perché la legge del Cristo è superiore a quella della grazia: chi non ha conosciuto il salvatore non può essere salvato. Eppure i nostri progenitori vivevano nel giardino dell’innocenza senza peccato e senza redentore. Ma, di nuovo, fu loro la colpa che fece sì che l’umanità avesse bisogno del sacrificio di Dio. Erano allora davvero innocenti o non piuttosto incoscienti?
Secondo il racconto biblico Adamo e Eva dopo aver mangiato il frutto proibito si resero conto di essere nudi e se ne vergognarono – presero coscienza della loro nudità, e il nudo divenne impuro. Qualcosa li sedusse, li sviò su un falso bene, furono non più innocenti. Alla loro condanna precede però un tribunale che appare più spaventato di quanto dovrebbe essere: “Poi il Signore disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, in quanto conosce il bene e il male; è da evitare ora che stenda la mano, prenda anche dall’albero della vita, ne mangi, e viva in perpetuo»”. Di quale male e quale bene scrive dunque Dante quando li pone sulla soglia del Paradiso, come guardiani in forma di dovere? La conoscenza divina – che sa e può tutto – o quella umana dei progenitori che “aprirono gli occhi” e videro per la prima volta? La decisione spetta a noi: la vendetta, e cioè il giudizio, dipende dalla forza, istituita o fisica; l’oblio, il perdono, dal riconoscimento. Dante è convinto che per essere “innocenti” si debbano possedere entrambe le virtù, in ordine inverso. Fortini lo scrisse, modificando il vangelo di Matteo: candidi come falchi e astuti come colombe.
Deve essere stato un ben strano rumore quello del ruscello Eunoè. Forse una cantilena: “Di bene un attimo ci fu. / Una volta per sempre ci mosse”. E la speranza capovolge il tempo: una lezione politica da conservare.
