Chi siamo

Alla nascita di questa rivista abbiamo dedicato il nostro primo numero a Miguel Abensour, il grande filosofo francese scomparso qualche anno fa, e ancora non molto conosciuto in Italia. Siamo partiti dalle sue riflessioni sulla servitù volontaria e dal significato che questo termine ha nel pensiero di La Boétie, cercando di coglierne l’attualità nelle trasformazioni, nelle deformazioni e nelle manipolazioni del regime del desiderio operate dal capitalismo nella sua fase attuale: trasformazioni che rimangono al centro della ricerca proposta dalla rivista. In positivo, Democrazia insorgente è il termine indicato da Abensour per una forma di vita e di politica alternative a quelle del capitale. Nato nel contesto del suo importante libro sulla critica di Marx a Hegel, esso riprende concettualmente il tema della “vera” democrazia marxiana, che si oppone a quella solo formale della borghesia.

Il nostro pare uno di quei momenti della storia che Benjamin definiva col termine di “dialettica in stato di sospensione” o “in sospeso” o “sospesa”. Le forze in conflitto sono tese l’una contro l’altra in modo tale da non riuscire a prevalere o affermarsi in modo da determinare un nuovo evento, un’altra forma di vita o una decisione. “In sospeso” significa qui dunque tutto il contrario che “in quiete”, come tendevano a pensare i pensatori del secolo passato che si illudevano su una fine postmoderna della storia, dei grandi conflitti e delle grandi narrazioni. Le quali sono riprese a ritmo violento (dal fondamentalismo al neofascismo, preceduti dal neoliberalismo che le ha preparate e che continua ad insistere al loro interno in forme mutate) e non sono purtroppo rassicuranti.

La nostra condizione può ricordare quella di Egli, il protagonista di una parabola di Kafka, più volte commentata da Arendt: «Egli ha due avversari: il primo lo incalza alle spalle, dall’origine, il secondo gli taglia la strada davanti. Egli combatte con entrambi». Egli è sospeso nel conflitto tra un non essere più e un non essere ancora, che gli restano entrambi indecifrabili: con uno sforzo immane tenta nonostante tutto di ricostituire il legame redentivo tra passato e futuro, memoria e speranza, senza più disporre del patrimonio di una tradizione e di un linguaggio condivisi che gli permettano di adempiere con garanzia di successo al suo compito. Ci troviamo dunque su una linea di lotta (Kampflinie) senza che nessuna delle ideologie e delle categorie di pensiero del secolo passato sia in grado di darci esaurienti descrizioni di quali siano e come siano composte le grandi forze in conflitto entro di noi e fuori di noi. Siamo anche su una linea nodale (come la chiamava Hegel), quando lo sgretolamento sordo e profondo nelle fondamenta dell’ordine simbolico dominante non è emerso ancora a visibilità e pure già produce – già ha ampiamente prodotto – crepe in tutte le pieghe dell’edificio.

Questo non vuol dire che ricordare il pensiero che, nel Novecento, si è sforzato di indicare un altro mondo possibile rispetto a quello in cui ora viviamo sia inutile. Ma ciò che ci interessa va estratto con cura, con un’operazione critica, da insiemi e apparati concettuali che non possono più essere assunti nella loro interezza. Ciò vale anche per le tradizioni di teoria critica a cui siamo più legati: la Scuola di Francoforte, Benjamin, Debord e il situazionismo, Arendt, Foucault e altri che ci hanno ispirato. L’orizzonte di senso della nostra ricerca è quello di un “socialismo” libertario, che pone al centro – come ebbe a definirlo Marx nei Grundrisse – la nozione di “individuo sociale”.

La critica dell’astrazione del capitale attualmente dominante deve procedere di pari passo col riconoscimento dei fallimenti di un socialismo storico reale, che si è disinteressato dei processi di soggettivazione e della loro importanza nella costruzione e nella conservazione del potere del capitale. Di qui la necessità di introdurre nel pensiero critico temi poco frequentati nel Novecento: la relazione tra l’individuo e l’ambiente naturale, il contrasto tra servitù volontaria e rivolta, il nesso che lega la psicologia individuale a quella collettiva. E, su questo piano, più che fare riferimento a una sola scuola psicoanalitica, valorizzare il modo in cui le singole scuole colgono il punto di intersezione in cui i traumi del singolo fanno eco a quelli sociali.

Nella prospettiva di un “socialismo degli individui” vorremmo riproporre alcune forme di pensiero che il marxismo ortodosso prima, e poi lo strutturalismo e il decostruzionismo, hanno lasciato ai margini della riflessione. Si tratta di quella tradizione che nasce e si sviluppa con Socialisme ou barbarie, ed è presente in autori come Lefebvre, Lefort, Castoriadis, fino appunto ad Abensour: una tradizione che ripropone tra l’altro immagini di utopia concreta, come la definiva Ernst Bloch. Perché se la forza astratta del capitale, la sua teologia demonica e negativa, ci incalza dal passato e occorre quindi un pensiero critico che la decifri, non è meno vero che nelle sue pieghe sempre più intensamente contraddittorie si annidano figure incerte ma definibili del possibile. A queste figure vanno dati i contorni visibili: la “linea di lotta” richiede uno sguardo in entrambe le direzioni.  Non solo dunque verso il capitale e il suo dominio, ma anche sulle brecce e i tentativi storici di realizzare forme di vite antagoniste. In questa prospettiva, terremo presenti anche tradizioni critiche diverse dalla nostra, con cui riteniamo tuttavia possibile un dialogo costruttivo.

Poiché la nostra intenzione principale è quella di studiare i punti di annodamento e di formazione del soggetto nella sua costituzione attuale, indagare i suoi “esistenziali storici” più che proporre teorie astratte, dedicheremo molta attenzione alla letteratura, alle arti visive, oltre che alla filosofia politica. Siamo infatti convinti che l’arte (come sosteneva Levinas) costituisca una “messa in forma” della soggettività, che riveli le tonalità affettive ed esistenziali di un’epoca: le quali poi sono l’oggetto stesso del pensiero critico. In questo senso, la scelta delle opere e degli autori di letteratura, cinema, arti visive di cui ci occuperemo sarà decisamente tendenziosa, “di parte”, e non diretta da puri valori estetici: cercando piuttosto in essi rappresentazioni critiche del passato e del presente della soggettività prodotta dal capitale e immagini concrete di un possibile a venire. O almeno crepe, faglie, rotture della totalità del dominio.

L’immagine di copertina della nostra rivista riproduce un’immagine di Ruggero Savinio, che ce ne concesse l’uso, partecipando fin dall’inizio attivamente alla storia della rivista.

La redazione: Francesco Biagi, Massimo Cappitti, Francesco Ciuffoli, Gianfranco Ferraro, Luca Lenzini, Luca Morganti, Mario Pezzella (direttore), Pier Paolo Poggio, Alessandro Simoncini, Alberto Zino.