
su Ritorni, ritornanti di Jean-Charles Vegliante
in «Altraparola», 2 giugno 2026
di Jean Soldini
***
È un flusso dolce e robusto quello di ritorni, ritornanti, di retrouvailles che ci porta con sé, mentre porta con sé l’autore da vie e vicoli della Roma della sua gioventù fino al tempo «di scudi elmi armature catafratte sicurtà / cybersicurezza e soprattutto peritarsi / di avere in mano le carte giuste». È una corrente in cui, oltre all’uso di lingue diverse troviamo convocati Dante, Fortini, Foscolo, Manzoni, Beckett, Pascoli, Shakespeare, Leopardi e altri. Incrociamo Trump, Berlusconi, Basaglia o Willy M. Duarte ucciso nel 2020 durante un pestaggio, mentre tentava di difendere un amico. Qui e altrove, la tensione poetica di Jean-Charles Vegliante mostra un controllo formale raro, privo di forzature e accumulazioni muovendosi per arricchimenti in una grande varietà e complessità di materiali. Contemporaneamente, rigenera senza sosta l’accoglienza di due ambienti culturali, linguistici e sentimentali (francese e italiano), il suo provenire dinamico da una storia in cui ancora poco fa il popolo errava, il più delle volte per bisogno, munito della «giusta otorizzazione, / come diceva lo zio»; fantasticava, s’illudeva, girovagava in un mondo dai confini esigui finché, risvegliatosi, non credette più a «i buoni, poveri morti» lasciati venire (Pascoli, La tovaglia). Valevano il «chi s’è visto / s’è visto» (già troppo mesta l’aggiunta di “buonanotte suonatori”), i «bulli della finanza» o i «bulli maranza doc», quelli dei pestaggi: «ti ricordi di Willy? “Fosse la regina…”» riferito alla frase che la madre degli assassini avrebbe pronunciato: “Lo hanno messo in prima pagina manco fosse morta la regina”.
Il disincanto persistente «genera l’odio di tutti / contro tutti». A volte manca l’aria; mancano all’appello quelli che non riconosci. Li hai cercati nell’intonaco screpolato giallo ocra. Tetro, a sera, evoca volti ciechi simili a quelli che s’incontrano in stradine ormai diventate una sterminata sequenza di locali che offrono, come ovunque, street food. Non vedono, non ti vedono anche ammettendo che si ricordino di te tra la biblioteca del Collegio Romano e il piedone di Iside in via Santo Stefano del Cacco, eternità che resiste, dici, come l’«odore di bombolone e zucchina / fritta». Piede che non avanza, che non rischia di percorrere strade «a rompicollo», che neppure calpesta lo stesso punto. Era Karl Kraus che, in un articolo intitolato Der Fortschritt (1909), scriveva: «Noi restiamo proiettati in avanti eppure continuiamo a calpestare lo stesso punto». Era la sua definizione del progresso: una scenografia mobile.
Questo e altro scrivi per continuare a stare nell’eternità che non capitola, per continuare a nutrirla, a cibartene anche per noi e, prima di tutto, per gli scomparsi che «ci seguono, / non riescono a staccarsi del tutto e tornano / di soppiatto». Cercano un’eternità terrena, un corpo « “forse non pur / per lor, ma per le mamme”», per i padri e per gli altri che furono loro cari (Dante, Paradiso, XIV, vv. 64-65). Tornano in cose irrilevanti come «una corrente d’aria strana» che rianima la «carta / buttata nel cortile», così com’è rianimato a volte «il nostro ricordo / degli amici assenti». Se la carta «gira e gira, e viva sfarfalla», pure il ricordo varia rapidamente d’intensità. Sfarfalla, poi ricade si potrebbe dire con Montale in Costa San Giorgio: «Risponde un’altra luce e l’ombra attorno / sfarfalla, poi ricade». Ma intanto sfarfallano, la carta, il ricordo.
Il cielo giallognolo «adesso, intonato ai ruderi della città» fa cenno all’intonaco giallo ocra e tetro. E fra i ruderi sono il tipografo e il suo sapere resi superflui, sono ragione, logica e verità «stravolte», sono «le analisi / di spirito subtilis buttate alle ortiche», «i pretini in sottana / i gessetti sulle pedane, le bombe e altre bontà / da intingere nel cappuccio, le panciute misure / di vino dei colli, l’abitudine alle mezze porzioni / e il caro Carosello, benché stupido “a prescindere”…». Vivi sfarfallano ancora, a volte. E ancora, ci sono maestri e amici «che voltarono l’angolo / ma adesso qui li ritroverai benevoli, / e loro ti ascolteranno nascosti». Perché non tutto è stato cancellato. Di colpo l’ombra di un pino sveglia l’autore all’inizio dell’ultima “stanza” di questa sua Canzone e gli «soffia col vento tiepido foglie vere». Foglie vere, vento, tepore veri.
Non è nostalgia restaurativa, critica, difensiva o rêverie. Se «la nostalgie n’est plus ce qu’elle était» (con il titolo dell’autobiografia di Simone Signoret) è perché il mondo, con la sua densità materiale-temporale, non è più. Non è che il mondo non sia più ciò che era. No, semplicemente non è più, non è quasi più e ci vuole uno sforzo per cercare di trattenerlo. In tutti i modi, prima di perderlo, per non perderlo forse definitivamente. Allora, bisogna cercare di trattenere anche i ricordi, di guardarli come si guarderebbe una foglia, ma con gli occhi di un insetto che sta al suo livello, quello della sua vita senza interstizi di cui parlava Henry David Thoreau nella sua Natural History of Massachusetts (1842). Qual è il piano proprio ai ricordi, che occhi, che sensi bisognerebbe avere per stare al loro livello? Forse quelli dell’emergere imprevedibile di ciò che, stando prima, non li annuncia, delle «immemori palpebre» – citate da Vegliante – che, mentre la vergine dorme, sono tentate dalla lenta fiamma attraverso il puro alabastro nel Pascoli de Il sogno della vergine.
Occhi, sensi della «memoria involontaria» di una vita «mai vissuta eppur sentita e condivisa con altri», felici nonostante tutto di credere che bastino «quei due / gatti che sentono / la tua voce, / si toccano / forse /commossi / e non sai, / ma per un po’ / quasi eternità / non si faranno più / male mai più». Sensi felici, nonostante tutto, perché a volte «una stretta opprime il petto di chi viaggia senza sapere se arriverà un giorno in quella rada di calma, in quel pardis promesso parvis dove alfin riposare». Giardino persiano (pardis), come un arazzo cinto da un muro, rappresentazione dell’Eden e ugualmente parvis, sagrato o semplicemente spiazzo dove dormire, forse sognare lontano dalle parole «clamantes», voces clamantes in deserto, «nel “solido / nulla”» leopardiano (Zibaldone, 85). Parole che servono solo «per pochi minuti / ad alleviare il terrore del tempo scomparso, della / Sion tradita, travolta».
