a cura di Massimo La Torre

La città persa
Messina e la scrittura ingenua di Luigi Brogna
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I.
La città letteraria della Sicilia, vale a dire la città che più letteratura ha motivato ed ispirato, non è Palermo, non è l’Agrigento di Pirandello, né la Siracusa di Elio Vittorini, ma Catania. Non che Palermo, Agrigento e Siracusa non abbiano i loro, importanti e bellissimi, romanzi. Palermo si riflette nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Agrigento ne I vecchi e i giovani di Pirandello, e Siracusa nel Garofano Rosso di Vittorini. Ma a Catania e su Catania c’è una concentrazione di narrativa che non ha eguali nell’Isola. C’è ovviamente Verga, e poi Capuana, e De Roberto, e poi Vitaliano Brancati, con il suo Italiano limpidissimo ed esemplare. Prossima all’ispirazione di Brancati è la narrativa di Ercole Patti. E c’è l’intensa e struggente scrittura di Goliarda Sapienza, anche lei catanese.
Messina non può competere con i “cugini” etnei. E tuttavia anche la città dello Stretto ha prodotto e produce grande letteratura. Ha un premio Nobel, ché Quasimodo è quasi ad ogni effetto un messinese. Ha un romanzo epico, com’è Orcynus Orca di Stefano d’Arrigo. E poi ci sono diciamo così dei “minori: c’è Guido Ghersi colla sua La citta e la selva che ci parla della ricostruzione di Messina dopo il terremoto e della sua classe dirigente pendolante tra Massoneria e Arcivescovado. C’è Antonio Bassarelli, che nella Truvatura ci mette dinanzi agli occhi la mitica città del secondo dopoguerra con l’Irrera e la libreria OSPE, e il Pugliattismo come cifra culturale e stilistica di tutto un universo sociale. C’è Turi Vasile con dei quadretti nostalgici sulla Messina delle baracche (L’ultima sigaretta e altri racconti e La valigia di fibra).
Qualcosa ci dicono anche i “provinciali”, gli scrittori della Provincia, che sono tanti, a cominciare da quello che a mio avviso è uno dei poeti italiani più interessanti del secondo dopoguerra, Bartolo Cattafi, che su Messina scrive forse una delle sue più belle poesie, con l’immagine delle Bagnarote, le donne di Bagnara, che contrabbandano col sale pacchetti di miseria tra l’una e l’altra sponda dello Stretto. Quelle donne con le loro gonne, sempre oggetto d’interessata attenzione della Guardia di Finanza, sono ora sparite. Prima si affollavano agli imbarcaderi dei traghetti. Ma la miseria e i suoi pacchetti sono rimasti e la traversata dello Stretto è più difficile che mai. Anzi mai prima come ora i Messinesi vedono il proprio mare come il muro d’una sorta di carcere nel quale sono costretti quelli che non riescono a fuggire.
C’è Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, altro libro d’ispirazione messinese. La scrittura di Consolo è stilisticamente eccelsa; la prosa di Retablo è in realtà una serie di endecasillabi, un poema camuffato. Ma i riferimenti alla realtà peloritana sono da ritrovare piuttosto in qualche racconto, Nerò metallicò. C’è Paolo Di Stefano, che in Tutti contenti ci parla anche lui della Messina desolata e non privilegiata. Ma colui che negli ultimi anni mi è sembrato meglio far respirarci l’aria della città, di una città di cui quarant’anni fa comincia l’ulteriore decadenza che conduce all’odierna disperazione è Luigi Brogna.
II.
Luigi Brogna però non è uno scrittore italiano. O, per dire meglio, è un Italiano che non scrive in Italiano. I suoi libri sono in Tedesco. Ciò lo rende particolarmente interessante, e per certi versi unico.
Pubblica due libri, il primo (Das Kind unterm Salatblatt. Geschichten von meiner sizilianischen Familie, Ullstein Verlag, Berlin 2006), che è una rievocazione dell’infanzia a Messina prima dell’emigrazione in Germania, e sulla scia del successo del primo libro, un secondo (Spätzle al Dente. Neue Geschichten von meiner sizilianischen Familie, Ullstein Verlag, Berlin 2007), che narra della trasformazione d’un Messinese in un Tedesco della Svevia, con i problema legati all’integrazione in una cultura e in una lingua diversa. Così di Brogna la cultura italiana, e Messina, non si sono accorti, né si sono dati la briga di accorgersi. Eppure i suoi libri sono belli ed intelligenti, e soprattutto offrono di Messina uno sguardo nuovo, diverso. Ma rimangono senza traduzione italiana.
Lo sguardo è nuovo e diverso, perché è, diciamo così, marginale. Brogna scrive dall’angolo di una famiglia che risiede nella periferia della società messinese, in un quartiere popolare, ancora di baracche spesso. Gigi va a vivere Puntale Arena, che pur collocato al centro della città, non lontano dalla Chiesa dell’Annunziata (quella proprio che appare in vari dipinti di Antonello), rimane comunque un contesto d’emarginazione, di certa povertà. Brogna non è Bassarelli, che appartiene ad una ricca e colta genia di proprietari terrieri e ci parla della Messina dell’Irrera a mare, dell’Università e del Tribunale. Piazza Cairoli e il Viale San Martino per Brogna sono lontani, vi si “scende”, come in pellegrinaggio, per vedere le ben addobbate vetrine, la bella gente seduta a gustare uno schiumone di gianduia ai tavolini dell’Irrera, o a leccarsi le dita dello zucchero d’una sfinge di riso da Nunnari, una rosticceria giustamente famosa. Si passeggia a vedere i negozi scintillanti (oggi in gran parte spariti) di Rinciari, Siracusano, Rotino. Ci si affaccia qualche volta al cinema Trinacria, col suo bel giardino estivo. Oppure la domenica mattina all’Odeon. Ci si può permettere il lusso di un cono da Billè. Ma si resta esclusi da quel mondo di borghesi. Perché Brogna non lo è. Suo papà è un muratore. Il suo punto di vista è simile a quello di Andrea Genovese, che in Falce marittima, altro bel romanzo, ci dice della Messina degli umili, di Giostra, uno dei quartieri più disperati e difficili della città. In quel contesto la leccornia non è il “Principe di Monaco” (una torta gelato al pistacchio), ma ‘u tajuni, le interiora della vacca o del bue, in particolare budella e milza arrostite e vendute per strada su un falò di legna.
Così la Messina che Brogna ci descrive è diversa da quella borghese che ci presentano Bassarelli, Ghersi, Vasile, o il Beniamino Joppolo di La doppia storia. O da quella aulica implicita nell’opera di Quasimodo. Ed anche da quell’altra grandiosa e catartica dei villaggi a mare, del Faro e del Ringo, di Stefano d’Arrigo. Anche il libro, che si presenta come i ricordi di un ragazzino (Gigi) e dunque pieno di allegria e giocoso, ad una più attenta lettura è tutt’altro che gaio. Non è allegro. Lo riconosce timidamente lo stesso Brogna, iniziando il suo racconto: <<Es war nicht immer alles lustig, auch wenn wir im nachhinein darüber gelacht haben>>. C’è anche la malattia che aleggia, la tubercolosi che colpisce la sua mamma.
In ogni pagina, pure ricca di aneddoti e storie simpatiche e graziose, si percepisce, mi si permetta di dire, una certa tragicità. Ricorda le due paginette che a Messina dedica Vittorini in Conversazione in Sicilia. Non ci sono i miserabili che si nutrono solo delle arance che non riescono a vendere alla Stazione Marittima. I protagonisti sono i manovali che portano a casa la giornata. E l’indomani chi vivrà vedrà.
La scrittura è ingenua, diretta sembrerebbe a dare del proprio oggetto una rappresentazione colorita. Si usa ripetutamente la locuzione “com’è costume in Sicilia”, <<Wie es in Sizilien Brauch ist>>, allorché si accenna a fatti che si pensa stupiranno il lettore tedesco colpendone la fantasia, così come quando s’intrattiene sul corteo della Vara a Ferragosto. Il periodare è quasi quello di una guida turistica ottocentesca. Ma è solo la superficie, la rappresentazione folclorica. Il cuore della scrittura da ingenuo, si fa spesso, inconsapevolmente, e malgré lui, acre, addolorato persino.
Nel mondo di Gigi anche i bambini servono a portare qualche soldo a casa; fanno i garzoni. Aiutano il barbiere o il macellaio; oppure trotterellano per portare caffé e granite o la focaccia a domicilio. Il loro tempo libero non è gioco, o non solo gioco, conoscono la fatica e la dipendenza già con sette, otto anni. E se è necesario alla famiglia, si sottraggono alla scuola per soltanto faticare, travagghiari.
La Messina di Brogna è polverosa, fangosa, assolata, gialla, o color ocra, il mare non si vede: è lontano il porto, come lo sono la passeggiata a mare e la Fiera. La spiaggia di Mortelle non si menziona nemmeno. Non c’è vegetazione, niente alberi. Il sole batte a picco e toglie il respiro. I ragazzi giocano nella terra, si lanciano delle pietre, si spaccano la testa, e non c’è lavoro. Molti ratti, grassi come gatti: <<Auch gab es unzählige Ratten, so gross wie ausgewachsene Katzen >> (p. 45). E dappertutto le lucertole d’un verde scintillante: <<Und überall Eidechsen. Bunt schimmernd sonnten sie sich auf beinahe jedem grösserem Steine>> (ibid.). L’afa fa scricchiolare la natura: <<Es war einer dieser extremen Tagen im Juli, an denen man die Hitze förmlich knistern hört>> (p. 62). Il terremoto ogni tanto ringhia, atterrisce e rilegittima la rassegnazione. Ma ancora d’estate passa il venditore di gelsi, che nel pomeriggio vuoto di gente lancia il suo grido antico: “Iosa, iosa”.
La frutta e la verdura si comprano sul carretto dell’ambulante trainato da un vecchio cavallo o da un asino rognoso e indolente. Il latte viene offerto dal pastore che introduce il suo gregge di capre per strade e stradine della periferia. E ci sono le taverne, la nonna di Gigi ne ha una, dove si beve un vino dozzinale, il moscato, e lo zibibbo, un vino dolce di quell’uva dai chicchi rigonfi e dorati che non si trova più, e qui si mangia il pescestocco bollito, dall’odore fortissimo, sostenibile ed apprezzato solo dal Messinese d’antico lignaggio.
Accanto alla religione canonica, che gira soprattutto attorno al culto mariano, sopravvivono credenze che si tramandano parallelamente ai riti ed alle speranze alimentate nei secoli dalla Chiesa cattolica. In questo antico universo, mitico e diversamente religioso, ci sono ancora i “folletti” (‘i fudditti), sorta di creature piccole e capricciose (e fastidiose) che nella notte si divertono a spaventare vecchi e bambini. Ci sono anche i lupi mannari, esseri umani disgraziati che la luna piena trasforma in temibili belve ululanti, e contro i quali l’unico rimedio è con un temperino ferirli e spurgarli d’un po’ di sangue infetto. C’è il malocchio, che può condurre alla morte, e che si accerta con un’arcaica cerimonia. Sul capo della vittima presunta si pone un piatto con dell’acqua e poi si versa pian piano dell’olio. Se questo crea degli “occhi” nell’acqua e non si raggruma o dissolve invece in altro modo, allora il malocchio c’è e bisognerà prendere i necessari provvedimenti. Ci sono anche i riti della malanova (una specie di magia nera); si getta una lama arrugginita a mare recitando alcune parole rituali in dialetto e rivolgendo il pensiero alla persona cui si vuole del male. E così alla mamma di Gigi, ch’è malata, si prova ad estrarre la cattiveria che qualcuno le ha versato addosso facendola ammalare gravemente, col rito dell’acqua e dell’olio.
È la Messina degli anni Sessanta e degli inizi degli anni Settanta. Gli autobus, l’uno e il dodici, il sette sbarrato, l’otto che va a Ganzirri, sono ricolmi d’umanità. Non si respira, si suda, si è schiacciati dal prossimo. C’è il bigliettaio che fa ordine. Qualche monello si attacca al parafango posteriore. E il servizio funziona meglio che adesso che è quasi scomparso.
Dinanzi al Municipio, nei marciapiedi del vecchio e sfasciato Palazzo del Fascio, dormono all’addiaccio le centinaia di persone che si preparano a partire per l’America in cerca di lavoro. Vi sono ancora le navi dell’Achille Lauro che collegano Messina via Gibilterra a New York. I cantieri nella zona falcata lavorano a pieno ritmo. La mattina le chiatte portano a lavoro di là dal porto centinaia d’operai. È il suono più tipico di Messina è ancora quello delle sirene che a Mezzogiorno segnano la pausa mensa per i lavoratori, e che si sentono da tutta la città, precedendo il ruggito del leone del Duomo ( ‘a matrici).
Ma la città comincia a morire. Si costruisce meno, e succede qualcosa di abbastanza misterioso che comincia ad annullare il tessuto industriale e borghese della città. In quegli anni chiuderanno i cantieri Cassaro. Si abbatte il collegio e la Chiesa dei Gesuiti in pieno centro per fare largo all’orrendo edificio della Standa. E chiude il bar dell’Irrera, praticamente in tal modo annullando lo spazio civile di Piazza Cairoli che viene oscurata e murata. Il lavoro comincia a scarseggiare, e il papà di Luigi pensa a partire. È una decisione difficile. Ma non c’è alternativa. E partirà. E Luigi arriverà nella Svevia germanica per ricominciare una nuova vita.
Il libro così ci parla del tempo che è prossimo alla partenza. È pieno di nostalgia di quel tempo, della libertà della strada e del dialetto. Sono delle stampe di vita, che vogliono risultare gradevoli e dirci di artigiani spensierati che cantano canzoni napoletane e di operai che serenamente giocano a briscola bevendo un buon vino. I bambini a scuola si beffano degli insegnanti e simulano la guerra di Cesare. Ma emerge nel libro la consapevolezza della limitatezza e della marginalità di quella vita. Bisogna lasciarsela dietro. Strapparsi a se stessi. Amputarsi un membro, e la lingua. Così che Luigi scrive ora in un bello, ed ironico, Tedesco. La sua città è ancora lì, non è migliorata, il sapore della sua polvere ce l’ha ancora in bocca. La luce nera perché fortissima del suo agosto ancora l’abbaglia.
Contro certa idillica rappresentazione dei quartieri alti Brogna, con una alternativa simulazione d’idillio popolano, ci ricorda che Messina è divisa in due campi, tra un mondo borghese che è prossimo al suicidio (una sorta di dolceamaro cupio dissolvi), ed un mondo popolare, sottoproletario o proletario, per cui l’alternativa è tra l’emigrazione e lo sradicamento da un lato e l’ingaglioffimento progressivo dall’altro. Chi resta si degraderà rendendosi gaglioffo, o “coolie” (secondo anche la previsione del Marx del Manifesto del Partito Comunista). Chi parte forse ce la può ancora fare. Può salvarsi, può redimersi. Cu’ nesci rinesci. È partito anche Antonio Bassarelli, ma per fare il giudice. Il papà di Gigi, per poter continuare a fare dignitosamente l’operaio.
E il borghese, che una volta viveva del porto, o dei cantieri, o dell’edilizia, o del commercio al dettaglio, si incista ora nell’università, nel comune, oppure nel baraccone delle autostrade in costruzione. Da imprenditore si fa detentore di rendita e dispensatore e ricevitore di favori, raccomandazioni e prebende. La politica si sposta dalle mani “illuminate” ma avare dei liberali a quelle “pie” e generose dei democristiani. L’elettorato si controlla dai “villaggi”, dalla periferia, grazie a qualche notabile locale (un maresciallo, un medico condotto, un farmacista…). Possono bastare dei pacchi di pasta o un paio di scarpe per un voto. O una motocicletta. Oppure, se non si può altrimenti, un posto alle Poste, o portantino in ospedale.
III.
Il libro di Brogna, il suo primo, ché il secondo è più centrato sull’esperienza tedesca, è dunque una sorta di elegia tragica. Nonostante le intenzioni, ed anche la lettura che ne fa il pubblico tedesco, che gli dà (inaspettatamente) successo fruendo il libro come un’opera gustosa di un mondo apparentemente allegro e curioso e come una storia d’infanzia: Tom Sawyer sullo Stretto.
Ma il lettore messinese (se qualcuno ce ne fosse) sente un’altra aria. Non ride. Nemmeno sorride. La sua città gli appare specchiata in una pozza di pioggia stagnante in una di quelle fosse che caratterizzano le strade periferiche della città. Nonostante la luce, il sole, le marachelle e gli scherzi tra bambini di cui racconta Brogna, l’atmosfera è cupa. L’ambiente è stretto. Non ci sono spazi, ma solo la via di fuga della partenza con la valigia di cartone per un destino assai incerto. Luigi ce la farà. Studia, impara, sposa una donna tedesca, ha un lavoro solido, parla con l’accento svevo. Scrive in Svevo. E tuttavia non scrive che di Messina.
E qui muore. Torna periodicamente in città a vedere nonni, zii, cugini, amici. A respirare nuovamente l’aria dello Stretto, lo scirocco. E ci torna ancora per raccogliere materiale per un terzo romanzo, con Gigi, cioè lui bambino, ancora come protagonista. È il febbraio del 2008. Ma ha un infarto e muore. Non ha ancora cinquant’anni. È fuggito da Messina, la città ora se lo riprende.
Resta il libro. Pagine per certi versi struggenti, pagine che gridano al cielo. Vogliono intrattenere, indulgendo nella caricatura, ed usano un registro comico. Ma di qua dal Faro hanno tutt’altro tenore.
Per arrivare a Puntale Arena c’è una stradina che dal torrente Boccetta si inerpica sulla collina. Ci sono casine e casette, una volta baracche. Bambini che giocavano nella terra. Il dialetto sostituisce del tutto l’Italiano. Da lì Piazza Cairoli è come un miraggio. Le strade non sono asfaltate. Ci si inerpica e si arriva in una … discarica. Le fogne sono scoperte. L’acqua è stagnante. Immondizia dappertutto.
Ma il monello, Gigi, Brogna, non è diventato un “baitto”, un bulletto, bensì uno scrittore. Anima generosa che canta la Messina che prima lo ha rifiutato, che gli ha tolto la parola in Italiano, e poi, una volta che lui se l’è ripresa in una lingua diversa e più difficile, lo ha rivoluto per sempre, muto.
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Massimo La Torre è ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro. È stato ricercatore e professore associato all’Università di Bologna e ricercatore e professore dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. Presso le nostre edizioni ha pubblicato: Nostra legge è la libertà. Anarchismo dei Moderni(2017), Bioetica in tempi di pandemia. Morale, diritto e libertà(2022), Il senso della norma. Filosofia fragile del diritto(2023), Il grande smottamento. La fine della storia è finita (2023). Il suo ultimo libro è: L’altro giudizio. Diritto e letteratura (2024).
Luigi Brogna (1961 – 2008) è cresciuto in Sicilia. Quando suo padre si trasferì nel Baden-Württemberg, il piccolo Brogna, all’età di dieci anni, lo seguì insieme alla famiglia. Visse a Eislingen. Brogna pubblicò due romanzi autobiografici in cui descriveva la sua infanzia in Sicilia e il confronto tra lo stile di vita italiano e quello svevo. Brogna morì improvvisamente il 29 febbraio 2008 all’età di 46 anni per un infarto durante un viaggio di ricerca in Sicilia. Il suo funerale si tenne a Eislingen. Brogna lasciò una moglie e due figlie.
