Trump Gaza, le donne barbute e il posto della queerness nel presente

Noi nella distopia
Trump Gaza, le donne barbute e il posto della queerness nel presente
di Lorenzo Bernini
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Ordine esecutivo 14168
Raramente le promesse elettorali vengono mantenute. E talvolta, sarebbe meglio non lo fossero. Donald Trump lo aveva detto, e lo ha fatto. Circa un anno fa, il 20 gennaio 2025, nel primo giorno del suo secondo mandato presidenziale, assieme ad altri quarantadue ordini esecutivi, ha firmato anche il numero 14168, intitolato Defending Women from Gender Ideology Extremism and Restoring Biological Truth to the Federal Government[1], che impegna il governo a riconoscere e a promuovere «la fondamentale e incontrovertibile realtà» dell’esistenza di due soli sessi. Sotto il suo mandato, ordina Trump, negli Stati Uniti «“sesso” farà riferimento alla classificazione biologica immutabile di un individuo come maschio o femmina»; «“femmina” significherà una persona che appartiene, al momento del concepimento, al sesso che produce la cellula riproduttiva grande»; «“maschio” significherà una persona che appartiene, al momento del concepimento, al sesso che produce la cellula riproduttiva piccola». In questo suo significato biologico, viene precisato, il termine «“sesso” non è sinonimo del e non include il concetto di “identità di genere”».
Alcuni effetti dell’ordine esecutivo sono analoghi a quelli della sentenza che la Corte suprema della Gran Bretagna ha poi emesso il 16 aprile 2025 in risposta al ricorso dell’associazione For Women Scotland contro il governo locale della Scozia[2]. La Corte suprema britannica ha infatti stabilito che, nella legislazione antidiscriminatoria vigente in Gran Bretagna, i termini “uomo” e “donna” fanno riferimento al sesso biologico, e che quindi le protezioni specificamente rivolte alle donne, dalle quote rosa nelle liste elettorali agli spazi separati a loro destinati come bagni e spogliatoi, debbano essere destinate alle sole donne che sono tali in senso biologico e non anche a quelle donne trans che abbiano ottenuto il riconoscimento giuridico della propria identità di genere femminile. La sentenza della Corte suprema britannica precisa però che anche le donne trans, abbiano o meno ottenuto il riconoscimento giuridico della propria identità di genere femminile, sono protette dalla legislazione antidiscriminatoria: non in quanto donne, ma con le modalità riservate alle persone trans. L’ordine esecutivo di Trump, invece, non si limita a vietare l’accesso delle donne trans a tutti gli spazi femminili, comprese le prigioni, ma prescrive la revoca delle norme tese a tutelare le persone trans, non-binarie e intersex, e in generale tutte le persone LGBTQIA+, qualora tali norme contengano una concezione del sesso differente da quella stabilita o l’uso del concetto di identità di genere. Per Trump, in nome della difesa delle donne, il concetto di genere deve essere abolito: il documento ordina infatti di sostituire il termine “genere” con il termine “sesso” in ogni documento federale. E inoltre, blocca l’uso di fondi federali per consentire l’affermazione di genere delle persone detenute, e impone che i documenti di identità riportino esclusivamente il sesso assegnato alla nascita.
Nelle loro differenze, i due documenti sono esiti recenti di uno stesso momento politico globale, in cui la campagna ormai trentennale contro quel fantasma che è “l’ideologia gender[3]” – lemma ambiguo che, funzionando da collante ideologico per soggetti politici di diversa natura, designa in modo allarmistico e caricaturale la ricerca accademica sul genere e le teorie femministe e queer, assieme alle conquiste ottenute dei movimenti LGBTQIA+ sul piano giuridico, culturale e sociale e agli interventi educativi antidiscriminatori a tutela delle minoranze sessuali nelle scuole[4] – ha avuto tra i suoi effetti un vasto attacco multidirezionale ai diritti non di fantasmi, ma di quegli esseri umani in carne e ossa che sono le persone trans, non-binarie e intersex, in nome dei diritti delle donne oltre che della protezione delle/dei bambine/i. In Italia, si pensi a come il disegno di legge Zan[5] sia stato affossato nel 2021 dopo un lungo dibattito pubblico in cui – anche da parte di autorevoli voci del femminismo[6] – si è paventata l’introduzione del concetto di identità di genere nel lessico giuridico. E si pensi oggi al disegno di legge Valditara, volto a limitare l’educazione antidiscriminatoria[7], e nella sua prima versione anche l’uso della carriera alias per le/gli studenti nelle scuole[8]. E anche al disegno di legge Schillaci-Roccella, volto a limitare la somministrazione di bloccanti della pubertà alle giovani persone trans (e a complicare il percorso di affermazione di genere per tutte le persone trans, non solo per quelle giovani)[9]. Tra le molte dichiarazioni dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si ricordino poi almeno le parole programmatiche pronunciate in occasione della giornata internazionale dei diritti delle donne del 2023, a pochi mesi dall’inizio del suo mandato. «Maschile e femminile sono radicati nei corpi ed è un dato incontrovertibile», dichiarò Meloni al settimanale «Grazia», utilizzando lo stesso aggettivo “incontrovertibile” che ricorre nell’ordine esecutivo di Trump; e poi aggiunse: «oggi per essere donna, si pretende che basti proclamarsi tale, nel frattempo si lavora a cancellare il corpo, l’essenza, la differenza [delle donne]. Le donne sono le prime vittime dell’ideologia gender. La pensano così anche molte femministe[10]». Il 3 dicembre 2025, votando il disegno di legge Valditara alla Camera, l’allora deputato leghista Rossano Sasso (passato poi, nel febbraio 2026, alla nuova formazione Futuro Nazionale fondata da Roberto Vannacci) si è richiamato a Dio, Patria e Famiglia[11]. Oggi, tuttavia, in Italia come negli Stati Uniti, la campagna anti-gender, diventata campagna anti-trans, più che appellarsi a valori religiosi, si richiama a dati corporei, a verità biologiche.
Eppure, tra le voci più autorevoli che hanno contestato Trump, spiccano proprio quelle delle tre principali società scientifiche degli Stati Uniti nel campo della biologia, che il 5 febbraio 2025 hanno firmato una Lettera al Presidente e al Congresso degli Stati Uniti, in cui esprimono «preoccupazione» per l’ordine esecutivo e spiegano che «il sesso (e l’espressione di genere) non sono tratti binari»; che «la composizione genetica al momento del concepimento non definisce l’identità di una persona»; e che «sesso e genere derivano dall’interazione tra genetica e ambiente[12]». Il che prova che, in realtà, ai fautori e alle fautrici della campagna contro l’ideologia gender, scienza e biologia non interessano davvero. Da tempo viviamo del resto nell’epoca carnevalesca della post-verità, in un modo sottosopra, in cui si fa un uso ideologico del concetto di ideologia, in cui si tenta di cancellare le persone trans accusando le persone trans di voler cancellare le donne, in cui “verità biologica incontrovertibile” diventa sinonimo di imposizione sovrana. Ed è proprio sul carnevale del presente che mi soffermerò in questo articolo, richiamando alla memoria di chi legge un secondo episodio che ha coinvolto la presidenza degli Stati Uniti d’America: un video musicale generato dall’intelligenza artificiale che sicuramente, chi legge, già conoscerà.
2. Trump Gaza
Si intitola Trump Gaza, la Gaza di Trump[13]. Il video è stato realizzato il 6 febbraio 2025 dal videomaker Solo Avital per denunciare il progetto annunciato da Trump e Netanyahu in conferenza stampa alla Casa Bianca (poi confermato dal genero di Trump Jared Kushner il 22 gennaio 2026 al World Economic Forum di Davos, in occasione della cerimonia di firma del Board of Peace) di trasformare Gaza in una Riviera del Medioriente sotto il controllo degli Stati Uniti. Ma è diventato virale venti giorni dopo, quando Trump lo ha diffuso dal suo profilo del suo social Truth. Le prime immagini rappresentano la devastazione della Striscia di Gaza bombardata da Israele – la scritta “Gaza 2025” appare in verde e poi velocemente scompare – e hanno come protagonista un bambino palestinese, in lacrime e in fuga, tra schiere di combattenti di Hamas. In fuga verso dove? O meglio, verso quando? In fuga verso il futuro: “What’s next?”, chiede infatti una scritta rossa, bianca e blu come la bandiera americana. Il futuro inizia con lo stesso bambino che si allontana dalle macerie, preso per mano da due uomini in giacca. Li vediamo da dietro, sono probabilmente Donald Trump ed Elon Musk. Poi vediamo due miliziani di Hamas attraversare una grotta oltre la quale compare un enorme cantiere, e poi una donna velata che accompagna due bambini attraverso la stessa grotta, verso il cantiere ormai terminato. Poi ancora due ragazzini, poi tre bambini, senza genitori… Oltre la grotta, si apre il mondo nuovo, il mondo dei balocchi, non più Gaza 2025, ma Trump Gaza: la Striscia di Gaza trasformata in un paradiso turistico. Vediamo spiagge bellissime contornate da palazzoni e grattacieli – si distingue la sagoma a vela del Burj-al Arab di Dubai. Vediamo viali costeggiati da palme e chioschi di souvenir. Vediamo Musk sorridente addentare una pita, facendo scarpetta in una succulenta salsa hummus. Poi percorriamo i viali di Trump Gaza, a un certo punto di intravede un minareto. E poi, mentre la cafonissima musica si fa più martellante («Donald Trump has set you free / Bringing light for all to see / No more tunnels, non more fear / Trump Gaza is finally here») vediamo di nuovo un bambino – forse lo stesso dell’inizio – con un palloncino d’oro a forma del faccione di The Donald, e questo è il primo annuncio di un mondo tutto d’oro. Seguono tre spezzoni diurni: spiagge assolate, mare azzurro, grattacieli, palazzoni. Poi arriva sera, Trump s’intrattiene in un locale con un’odalisca bruna dalle forme generose – forse la madre di famiglia che ha attraversato la grotta, e che adesso lavora come escort. Musk intanto danza in riva al mare al tramonto, in mezzo a un pubblico festante, mentre una pioggia di dollari scende dal cielo (anche i bambini esultano sotto la pioggia di dollari). Poi vediamo un hotel di lusso; Musk che cena di nuovo con la pita; poi una gigantesca statua d’oro di Trump in mezzo a una rotonda, souvenir d’oro di Trump in trono, busti d’oro di Trump; Musk che passeggia sotto la pioggia di dollari al tramonto; Trump e Netanyahu a torso nudo che sorseggiano un cocktail a bordo piscina; e la chiusura su una porta ad arco sovrastata dalla scritta “Trump Gaza”. Fine.
Propongo dunque di tornare a questo video per riflettere sui tempi non solo carnevaleschi, ma anche distopici che stiamo vivendo. Prima di me, lo ha fatto anche Ida Dominjianni il 27 marzo 2025 in un’appassionata conferenza, tenuta in occasione della Biennale Democrazia di Torino, intitolata La guerra al lutto[14], durante la quale, richiamandosi alle riflessioni di Judith Butler in Vite Precarie[15], ha paragonato la reazione di Netanyahu all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 alla reazione di Bush dopo gli attacchi terroristici di al-Quaida dell’11 settembre 2001. Il governo di Israele nel 2023, ha osservato Dominjianni, come quello degli Stati Uniti nel 2001, anziché concedere al suo popolo il tempo di elaborare il lutto delle proprie perdite, anziché fare della consapevolezza della vulnerabilità che accomuna tutti gli esseri umani una ragione per mettere al bando la guerra e costruire la pace, ha reagito repentinamente, dando sfoggio della propria potenza militare. La negazione della vulnerabilità che accomuna israeliani e palestinesi ha così prodotto quella macabra gerarchia del lutto non elaborato, nella quale ai 1200 morti israeliani del 7 ottobre hanno corrisposto i più di 70000 palestinesi uccisi nella guerra di Gaza. Anche il video Trump Gaza, con il suo passaggio istantaneo dall’inferno delle macerie al paradiso del turismo, mette in scena la negazione del lutto. Non lo fa tuttavia attraverso l’esaltazione della potenza militare degli Stati Uniti e di Israele, ma attraverso l’ostentazione cinica di denaro, lusso e sfarzo, e attraverso la celebrazione kitsch del culto della personalità di Trump.
Come ha ricordato Dominjianni a Torino, la riflessione elaborata da Judith Butler dopo l’11 settembre 2001 aveva come antecedente la riflessione sviluppata da Jaques Derrida a partire da un’altra data cruciale, il 9 novembre 1989 – la caduta del Muro di Berlino, che nei due anni successivi condusse alla dissoluzione dell’URSS. In un libro del 1993 intitolato Spettri di Marx[16], anche Derrida aveva infatti riflettuto sul lutto, ma su un tipo differente di lutto, riguardante non la perdita di vite umane, ma la perdita di un mondo politico, per denunciare come lo smembramento dell’Unione sovietica fosse stato celebrato dall’Occidente euforicamente, maniacalmente, come il trionfo del capitalismo sul socialismo e sul comunismo – senza che fosse stata elaborata la perdita di quell’orizzonte valoriale solidaristico ed egualitario che pure in Russia aveva preso la forma di regime totalitario; senza comprendere che tale perdita avrebbe potuto comportare il rischio della crisi della democrazia in Occidente. A distanza di trentacinque anni, noi invece lo stiamo comprendendo molto bene, e l’Italia è un osservatorio privilegiato per farlo: l’elezione del tycoon Trump alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2017 e poi nel 2025 ha avuto come antecedente la nomina di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio nel 1994 e poi altre tre volte, che ha portato subito allo “sdoganamento del fascismo” (lo definiva così Berlusconi, facendo riferimento all’estrema destra che sosteneva il suo governo), innescando un processo che dopo diciotto anni ha portato all’elezione del governo più a destra della Storia dell’Italia repubblicana (erede di quelle stesse forze estremiste)[17]: il governo Meloni che, con la criminalizzazione del dissenso, gli attacchi alla stampa e alla magistratura, la tentata riforma della magistratura, il reiterato annuncio di una riforma che accresca i poteri della premier, sta minando l’assetto costituzionale del Paese. Per comprendere il successo planetario dell’autoritarismo reazionario, occorre dunque collocarlo in un processo storico di più lunga durata, iniziato subito dopo la Seconda guerra mondiale, che fino alla fine degli anni Ottanta era stato appunto tenuto a freno dalla forza che l’esistenza dell’URSS conferiva alla sinistra in tutto il mondo: cioè in quel processo di subordinazione della politica alle logiche competitive dell’economia d’impresa, che ha per nome “neoliberismo”. C’è chi oggi vede nel protezionismo nazionalista di Trump la fine del neoliberismo, ma il neoliberismo non è solo la dottrina economica della globalizzazione: come affermava Michel Foucault[18] già prima di Wendy Brown[19], il neoliberismo è una biopolitica, una società, un immaginario, una forma di vita ancora presente. L’erosione della democrazia costituzionale che era stata istituita dopo la Seconda guerra mondiale come compromesso tra democrazia, liberalismo classico e socialismo è ad esempio una conseguenza del neoliberismo. E dal neoliberismo deriva anche la sostituzione, nella politica e nella società, dell’articolata concezione costituzionale della libertà come composizione di diritti umani, civili, politici e sociali con una semplicistica concezione della libertà come facoltà di fare tutto quello che ci pare, di contrattare tutto quello che ci pare, di comperare tutto quello che ci pare, purché si abbiano abbastanza quattrini per farlo – senza bilanciamenti, senza regole, senza limiti. Se un video satirico è potuto diventare lo spot celebrativo di un potere che trae profitto della carneficina di Gaza, è insomma perché, nell’orizzonte valoriale neoliberista, già da tempo, rispetto alle vite umane, il denaro conta di più.
Nella teoria di Freud, l’elaborazione del lutto è quel lavoro psichico che ci permette di sopravvivere al dolore della perdita, lasciando andare ciò che si è perduto e ricostruendo una nuova identità di noi senza quell’oggetto[20]. Se questo lavoro non si compie, si resta bloccate/i nella melanconia – il sentimento che infatti, come già osservava Mark Fisher[21], è esattamente la cifra del tempo neoliberista, che è un tempo inerte, privo di futuro, in cui si è intrappolati in un insopportabile presente rispetto al quale non si vedono alternative («there is no alternative», suonava il motto di Margaret Thatcher già negli anni Ottanta). Da Freud, Derrida riprendeva anche la teoria secondo cui gli oggetti perduti, se non c’è stata elaborazione del lutto, fanno ritorno in forma spettrale. Ora: come osservava Lacan già nei primi anni Settanta, le società neoliberiste non sono più società repressive[22]. Sono società in cui – per l’azione combinata della rivoluzione sessuale e del mercato – l’imperativo repressivo della tradizione si è rovesciato nell’imperativo di godimento: «Fai tutto quello che vuoi! Supera ogni limite! Trasgredisci ogni regola! Godi! Godi come ti pare! Purché tu abbia quattrini abbastanza per farlo!». Ma anche questo rovesciamento, dalla repressione al godimento, si è accompagnato a un lutto non elaborato. Il padre padrone delle società repressive tradizionali, il padre edipico del limite simbolico, della castrazione direbbero Freud e Lacan, ha lasciato un posto vuoto. E allora, nell’assenza di un nuovo principio ordinatore che lo sostituisca, in momenti di disorientamento e di crisi, questo padre padrone partiarca fa ritorno in forma spettrale, e caricaturale. In Italia questo è accaduto già con Berlusconi, che sintomaticamente le ragazze del bunga-bunga chiamavano “papi”. E accade di nuovo con l’incarnazione del principio non di autorità, ma di autoritarismo, in una donna, Giorgia Meloni, che si fa chiamare “il presidente”. Negli Stati Uniti questo è accaduto e ancora accade con l’elezione di Trump. Che infatti in Trump Gaza vediamo celebrato, come un dittatore mediorientale, da un’enorme, pacchiana statua d’oro.

Anche a questa melanconia per la dittatura conducono l’erosione dei valori politici operato dal neoliberismo, la riduzione della libertà a capacità di acquisto, la rottura del legame sociale a opera di un godimento messo a profitto che cancella ogni senso morale: conducono ad affidare la guida della potenza che fino a ieri si autorappresentava come baluardo dei valori dell’Occidente a un padre osceno autoritario, spregiudicato, narcisista, che si ritiene al di sopra di tutto in virtù della sua ricchezza, che tratta la sfera politica come fosse il mondo degli affari, che dichiara alla CNN di non essere sicuro di dover rispettare la costituzione[23] e al «New York Times» di non aver bisogno del diritto internazionale[24], che nel 2005 si vantava di afferrare le donne per la fica[25], e nel 2025 si è vantato che leader stranieri e magnati di internet gli baciano il culo[26]. L’Occidente non esiste più. Il neoliberismo invece sì, e a trentacinque anni dalla caduta dell’URSS non ha più bisogno né della globalizzazione, né della democrazia come le abbiamo conosciute fino ad ora[27].
3. Loro
Torniamo a Trump Gaza. A un fotogramma che prima ho omesso dall’elenco. Si tratta di un solo secondo, dal quattordicesimo al quindicesimo, tra la prima comparsa di Musk che mangia la pita all’apparizione del minareto. Per un attimo, torna la spiaggia, e sulla spiaggia compaiono loro: due danzatrici del ventre dalle lunghe chiome brune e dalla folta barba nera, che accennano un passo di danza, alzano le braccia aggraziate, per poi svanire:




La rete è impazzita per cercare di interpretarne il significato. C’è chi ha pensato a un errore dell’intelligenza artificiale. E c’è chi ha protestato contro Trump, pensando invece a un dileggio della comunità LGBTQIA+ – le donne barbute, come nei più retrivi freak show. Avital, l’autore del video, ha infine dichiarato all’NBC[28] di aver invece inteso prendere in giro Hamas, relegando i suoi combattenti, nella Gaza di Trump, deposti i Kalashnikov, al ruolo di leggiadre ballerine. Nel carnevale del maschilismo neopatriarcale, evidentemente, un uomo vestito da donna ancora dovrebbe far ridere. Ma lasciamo perdere le intenzioni di Avital, e proviamo a interpretare questa immagine come un sintomo. Queste due figure intersex o nonbinary, queste drag queen forse, o semplicemente queste due donne con la barba, che cosa dicono del destino delle donne, delle persone femminilizzate, delle persone queer e trans nel nostro distopico presente? Pensiamo nuovamente all’ordine esecutivo di Trump, alle parole di Meloni, ai disegni di legge in discussione nel nostro Parlamento – e gli esempi potrebbero continuare… Nel passaggio dalla fase liberale alla fase illiberale, se volete alla fase neofascista, del neoliberismo, i diritti che i movimenti LGBTQIA+ hanno conquistato in più di mezzo secolo di lotte sono oggi in pericolo. Ma se nei paesi dell’est Europa fanno scuola le politiche persecutorie di Putin e di Orban, non dobbiamo trascurare che, invece, in Germania, la leader del partito neonazista Alternative für Deutschland è Alice Weidel, una lesbica dichiarata. Né dobbiamo dimenticare che, come ben ci ricorda Meloni, un certo “femminismo” sta fiorendo, alimentato da violente retoriche contro le persone trans. A ragione le persone LGBTQIA+ temono di essere cancellate dall’ondata neofascista. Ma per comprendere il tempo che viviamo, neppure loro devono/neppure noi dobbiamo farsi/farci obnubilare dai fantasmi del passato. La storia non si ripete, il neofascismo plutocratico e tecnocratico di Donald Trump ed Elon Musk (e di J.D.Vance e Peter Thiel, che addirittura si dichiara orgogliosamente gay) non è il fascismo storico di Hitler e Mussolini, la società del godimento presente non è la vecchia società repressiva: nel mondo nuovo che si sta preparando, nel mondo nuovo che già è in atto, un posto per le persone LGBTQIA+ c’è, come per le donne barbute in Trump Gaza: per le persone più privilegiate tra loro, s’intende, per quelle più disciplinate o al contrario più spregiudicate, per quelle più ricche, per quelle più arriviste che anche in Italia già sono saltate sul carro del vincitore, per quelle che sono disposte ad assimilarsi alle regole della società neoliberista/neofascista, o a diventarne un’eccitante trasgressione.
Anche le minoranze sessuali hanno un lutto politico da elaborare. O almeno, io ce l’ho. La nascita dei movimenti di liberazione LGBTQIA+ contemporanei avvenne nell’effervescenza politica del post ’68. Assieme ai movimenti delle donne, delle persone nere, delle e degli studenti antiautoritari che sostenevano la decolonizzazione e si opponevano alla guerra in Vietnam, i nascenti movimenti LGBTQIA+ non volevano inclusione in un mondo ingiusto: volevano trasformare quel mondo, volevano la rivoluzione anticapitalista assieme alla rivoluzione sessuale, volevano la libertà assieme alla giustizia e alla pace. Poi l’ascesa del neoliberismo nella sua fase liberale ha coinvolto anche le comunità LGBTQIA+. La rivoluzione anticapitalista è fallita. I grandi partiti comunisti dell’Occidente si sono convertiti da forze anti-sistema a custodi dell’ordine neoliberista: hanno appoggiato sì le rivendicazioni dei diritti LGBTQIA+, ma hanno anche partecipato allo smantellamento dei diritti del lavoro e dello stato sociale. Hanno aperto così un vuoto di rappresentanza che è stato in parte colmato dal populismo delle destre. La rivoluzione sessuale invece ha vinto, ed è stata messa a profitto nell’industria del godimento consumistico. Anche la concezione della libertà nelle comunità LGBTQIA+ in gran parte è cambiata, per essere declinata nei termini esclusivi di una libertà individualistica, quella di poter fare carriera in tutte le professioni, compreso l’esercito, quella di avere quote riservate nei posti di comando, quella di potersi sposare e fare figli, quella di potersi autodeterminare, quella dei diritti civili insomma, che sono diritti privati, diritti identitari, diritti atomizzati, diritti di fare quel che ci pare nel libero mercato – finché abbiamo i quattrini per farlo… Indietro non si torna. Il lutto degli anni Settanta lo dobbiamo elaborare: l’orizzonte rivoluzionario che ha fatto da sfondo alla rivolta di Stonewall non si riaprirà. Ma questo non significa che non si possano aprirne di nuovi. Di sicuro, se vogliamo essere all’altezza delle sfide del presente, l’identitarismo e il privatismo che ci hanno condotte/i a vittorie tanto importanti e tanto fragili negli ultimi decenni non ci bastano più. Né ci basta la difesa dei diritti civili che abbiamo ottenuto finora. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di intelligenza politica, e l’intelligenza politica richiede autocritica – e immaginazione. Nelle teorie e nei movimenti transfemministiqueer, la critica alla deriva neoliberista dei movimenti LGBTQIA+ è iniziata già da tempo: con i concetti di omonormatività, di omonazionalismo e di femonazionalismo, con i concetti di intersezionalità e di pinkwashing[29]. Ma l’ascesa del neoliberismo illiberale, del neoliberismo neofascista, rende urgente andare oltre la critica per ripensare le nostre agende politiche. Non al ribasso, però: al rialzo! Questo è il momento di ricucire le vecchie alleanze che si sono interrotte, laddove è ancora possibile, e di tesserne di nuove: in nome dei diritti individuali certo, quelli non buttiamoli via, ma anche in nome di un’etica rinnovata[30], in nome della solidarietà sociale, del diritto al lavoro e alla salute, del diritto alla sopravvivenza del pianeta. Dobbiamo essere capaci di un nuovo pacifismo internazionalista anche, senza farci determinare da logiche di contrapposizione che non abbiamo scelto noi, da confini geografici che ci separano per puro caso, dalle decisioni di guerra dei potenti del mondo. Di fronte al cinismo della Trump Gaza in cui già viviamo, noi persone LGBTQIA+, noi persone femministe, transfemministe, noi persone queer, ma non da sole, dobbiamo essere capaci di realizzare altri mondi, altri modi di vita, altri modi di fare famiglia e di fare amicizia, senza accontentarci di quanto abbiamo saputo immaginare fin qui. Dobbiamo partecipare alla ricostruzione di una sinistra globale democratica radicale, di una sinistra non solo antiautoritaria, ma anche antineoliberista. Se non vogliamo essere cancellate/i, o se non vogliamo fare la fine delle danzatrici del ventre barbute, comparse tra le comparse alla corte dei nuovi tiranni e delle nuove tiranne, in questo senso, davvero, non abbiamo alternativa. Nella distopia del presente, l’utopia è una necessità.
[1] Le seguenti citazioni sono tradd. itt. mie da: D.J. Trump, Exec. Order n. 14168 (Jan. 20, 2025). Il documento è reperibile al link: https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/01/defending-women-from-gender-ideology-extremism-and-restoring-biological-truth-to-the-federal-government/. Tutti i link riportati nelle note sono stati consultati in data 24 marzo 2026.
[2] For Women Scotland Ltd v The Scottish Ministers [2025] UKSC 16. Il documento è reperibile al link: https://supremecourt.uk/cases/uksc-2024-0042.
[3] Sul carattere fantasmatico assunto dal “gender” insiste, in particolare: Butler, Judith, Who’s Afraid of Gender?, New York, Farrar, Straus & Giroux, 2024.
[4] Sulla campagna antigender si vedano, almeno: Kuhar, Roman e David Paternotte (a cura di), Anti-Gender Campaign in Europe, London and New York, Rowman & Littlefied International, 2017; Prearo, Massimo, L’ipotesi neocattolica: Politologia dei movimenti anti-gender, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2020; Graff, Agnieszka e Korolczuk, Elzbieta, Anti-Gender Politics in the Populist Moment, London-New York, Routledge, 2022; P.M. Ayoub, Phillip M. e Stoeckl, Kristina, The Global Fight Against LGBTI Rights: How Transnational Conservative Networks Target Sexual and Gender Minorities, New York, NYU Press, 2024; Smrdely, Rock e Kuhar, Roman (a cura di), Anti-Gender Mobilizations in Europe and the Feminist Response: Productive Resistance, London, Springer Nature, 2025.
[5] Disegno di legge S. 2005, avente come primo firmatario Alessandro Zan, intitolato Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità.
[6] Si veda, a questo proposito: Dominjianni, Ida, Gli effetti collaterali della legge Zan, «Internazionale», 3 agosto 2008 (https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2020/08/03/legge-zan-effetti-collaterali). Mi permetto di rimandare anche a: Bernini, Lorenzo, Much Ado About Nothing? Ddl Zan, Eternal Fascism and the Ghosts of Sexuality, «Soft Power» 2, 2001, pp. 279-286; trad. it. di Lorenzo Bernini, Tanto Rumore per nulla? Il disegno di legge Zan, il fascismo eterno e i fantasmi del sessuale, in Id., Gender: Dieci interventi sul sessuale e sul politico, Busto Arsizio, People, 2023, pp. 53-62.
[7] Disegno di legge C. 2423, avente come primo firmatario Giuseppe Valditara, intitolato Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico.
[8] La “carriera alias” è la procedura, già prevista da alcune scuole e università italiane, con cui si accorda alle/agli studenti con incongruenza di genere la possibilità di utilizzare, nelle interazioni e negli atti interni all’istituzione, un nome elettivo del genere percepito al posto del nome riportato nei documenti ufficiali.
[9] Disegno di legge C. 2575, avente come primo/a firmatario/a Orazio Schillaci ed Eugenia Roccella, intitolato Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere.
[10] Grilli, Silvia, Ragazze, liberiamo il nostro potere: Alla vigilia dell’8 marzo la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si racconta in esclusiva alla direttrice di Grazia Silvia Grilli e affronta tutti i temi che riguardano la libertà incompiuta delle donne, «Grazia» 12, 2 marzo 2023, pp. 58-66, p. 66. Tra le numerose femministe che in effetti «la pensano così» possiamo ricordare non solo la sopra nominata Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella (che negli anni Settanta era leader del Movimento di liberazione della donna e nel 2007 divenne portavoce della manifestazione a sostegno della cosiddetta “famiglia naturale” – cioè contro le famiglie non eterosessuali – Family day) e l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni (leader dell’associazione Radfem Italia Aps, che sul web si autodefinisce «gruppo contrario al concetto di genere e di identità di genere», https://www.facebook.com/groups/154826765242332/), ma anche le filosofe Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, autrici del libro Donna si nasce (E qualche volta lo si diventa), Milano, Mondadori, 2024.
[11] Il video può dell’intervento può essere visto, ad esempio, qui: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/12/03/rossano-sasso-dio-patria-famiglia-credo-news-video/8215724/. Il deputato è anche autore di: Sasso, Rossano, Il gender esiste: Giù le mani dai nostri figli, Firenze, Passaggio al bosco, 2025.
[12] Society for the Study of Evolution, American Society of Naturalists, Society of Systematic Biologists, Letter to the US President and Congress on the Scientific Understanding of Sex and Gender, 5 febbraio 2025, https://www.evolutionsociety.org/news/display/2018/10/30/letter-re-scientific-understanding-of-sex-and-gender/, trad. it. mia. Tra le altre numerose prese di posizione di società scientifiche, vi sono anche quelle dell’American Psychological Association (secondo cui «la nuova definizione restrittiva del sesso ignora decenni di studi di scientifici, danneggiando i giovani e le loro famiglie, e compromettendo risultati fondamentali per la salute mentale») e dell’American College of Obstetrictians and Gynecologists (che ha dichiarato che non cambierà le proprie definizioni inclusive del sesso e del genere): Vaez, Allia, Major Medical groups push back against Trump administration’s ‘sex-based definitions’, «abc News»,27 febbraio 2025, https://abcnews.go.com/Health/major-medical-groups-push-back-trump-administration-sex-based-definitions/story?id=119208594, tradd. itt. mie.
[13] Il video può essere recuperato, ad esempio, sul sito del «The Guardian»: Donald Trump shares bizarre AI‑generated video of “Trump Gaza” – video, «The Guardian», 26 febbraio 2025, https://www.theguardian.com/us-news/video/2025/feb/26/donald-trump-shares-bizarre-ai-generated-video-of-trump-gaza-video.
[14] Il video della conferenza è reperibile al link: https://www.youtube.com/watch?v=Wi4F9NQHcGE.
[15] Butler, Judith, Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence, Londra e New York, Verso, 2004; trad. it. a cura di Olivia Guaraldo, Vite precarie: I poteri del lutto e della violenza, Milano, Postmedia Books, 2013.
[16] Derrida, Jacques, Spectres de Marx: L’état de la dette, le travail du deuil et la nouvelle Internationale, Paris, Édition Galilée, 1993; trad. it. di Gaetano Chiurazzi e Annalisa Romani, Spettri di Marx: Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2025.
[17] Su Berlusconi e sul berlusconismo, Ida Dominjianni ha scritto Il trucco: Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Roma, Ediesse, 2014. Mi permetto di rimandare anche a: Bernini, Lorenzo, Not in my name: Il corpo osceno del tiranno e la catastrofe della virilità, in Filosofia di Berlusconi. L’essere e il nulla nell’Italia del Cavaliere, a cura di Carlo Chiurco, Verona, ombre corte, 2011, pp. 15-51.
[18] Foucault, Michel, Sécurité, territoire, population : Cours au Collège de France, 1977-1978, edizione stabilita sotto la direzione di François Ewald e Alessandro Fontana da Michel Sennelart, Paris, Seuil-Gallimard, 2004; trad. it. di Paolo Napoli, Sicurezza, territorio, popolazione, Milano, Feltrinelli, 2017; Id., Naissance de la biopolitique : Cours au Collège de France, 1978-1979, edizione stabilita sotto la direzione di François Ewald e Alessandro Fontana da Michel Sennelart, Paris, Seuil-Gallimard, 2004; trad. it. di Mauro Bertani e Valeria Zini, Nascita della biopolitica, Milano, Feltrinelli, 2015.
[19] Brown, Wendy, Undoing the Demos: Neoliberalism’s Stealth Revolution, New York e Cambridge, Zone Books, 2015; trad. it. di Chiara Veltri, Il disfacimento del demos: La rivoluzione silenziosa del Neoliberismo, prefazione di Dario Gentili, Roma, Luiss University Press, 2023; Ead. In the Ruins of Neoliberalism: The Rise of Antidemocratic Politics in the West, New York, Columbia University Press, 2019.
[20] Freud Sigmund, Trauer und Melancholie, «Internationale Zeitschrift für ärztliche Psychoanalyse», 4, 1917, pp. 288-301; trad. it. di Cesare Musatti, Lutto e Melanconia, in Opere, vol 8: Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti 1915-1917, Torino, Bollati Boringhieri, 1976 (e ristampe), pp. 102-118.
[21] Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?, London, Zero Book, 2009, trad. it di Valerio Mattioli, Realismo capitalista, Roma, Nero, 2018.
[22] Jacques Lacan, Du discours psychanalytique e Del discorso psicoanalitico, fr. e trad. it. di Lamberto Boni in Id., Lacan in Italia/Lacan en Italie 1953-1978, a cura di Carlo Contri, Milano, La Salamandra 1978, pp. 32-55 e 186-201; Id., Le Séminaire. Livre XVII : L’envers de la psychanalyse, a cura di Jacques-Alain Miller, Paris, Seuil, 1991; trad. it. di Carlo Viganò e Rosa Elena Manzetti, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), a cura di Antonio di Caccia, Torino, Einaudi, 2001.
[23] Si veda il video al link: https://www.youtube.com/watch?v=aoNxKK2IJII.
[24] Rubin, Jeff, Trump interview reveals power, morality clash, «The New York Times», 8 gennaio 2026, https://www.nytimes.com/2026/01/08/us/politics/trump-interview-power-morality.html.
[25] Si veda il video al link: https://www.youtube.com/watch?v=fYqKx1GuZGg.
[26] Si veda il video al link: https://www.youtube.com/watch?v=U3FNO_cpEZc&t=3s.
[27] La letteratura critica sul neoliberismo e i suoi rapporti con il neoautoritarismo degli ultimi vent’anni è incontrollabile. Oltre ai testi di Foucault e Brown sopra citati, e a Dardot, Pierre e Christian Laval, La nouvelle raison du monde: Essai sur la société néolibérale, (Paris, La Découverte, 2010, trad. it. di Riccardo Antoniucci e Marco Lapenna, prefazione di Paolo Napoli, La nuova ragione del mondo: Critica della razionalità neoliberista, trad. it. DeriveApprodi, Roma 2019), si veda almeno il numero monografico di «Altraparola» (13, 2025) La nuova personalità autoritaria, in particolare il saggio: Simoncini, Alessandro, Neoliberalismo, neo-populismo e neo-autoritarismo: Nuova personalità autoritaria e collasso della democrazia, pp. 9-27.
[28] Gogging, Ben, ‘Trump Gaza’ AI creators say they don’t want to be the president’s proaganda machine, «NBC News», 28 febbraio 2025, https://www.nbcnews.com/tech/internet/trump-gaza-ai-video-propaganda-machine-rcna194097. Si veda anche, almeno: Hall, Rachel, ‘Trump Gaza’ AI video intended as political satire, says creator, «The Guardian»,6 marzo 2025, https://www.theguardian.com/technology/2025/mar/06/trump-gaza-ai-video-intended-as-political-satire-says-creator.
[29] Questi concetti sono utilizzati per denunciare la possibilità che la difesa dei diritti delle donne e delle persone LGBTQIA+ venga cooptata in retoriche neoliberali, nazionaliste, anti-immigrazione, anti-islam, o mobilitata in discorsi di difesa della presunta superiorità di un Occidente presunto bianco sul resto del mondo. Non avendo qui lo spazio per operarne una disamina, mi limiterò a indicare quelli che sono generalmente considerati i testi che hanno elaborato, o sistematizzato, questi concetti lanciandoli nel dibattito internazionale. Omonormatività: Duggan, Lisa, The Twilight of Equality: Neoliberalism, Cultural Politics and the Attack on Democracy, Boston, Beacon Press, 2004. Omonazionalismo: Puar, Jasbir, Terrorist Assemblages: Homonationalism in Queer Times, Durham, Duke University Press, 2007. Femonazionalismo: Farris, Sara R., In the Name of Women’s Rights: The Rise of Femonationalism, Durham, Duke University Press, 2017; trad. it. di Marie Moïse e Marta Panighel, Femonazionalismo: Il razzismo nel nome delle donne, Roma, Alegre, 2019. Intersezionalità: Crenshaw, Kimberlee, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, «The University of Chicago Legal Forum», 1, 1989, pp. 139-167. Pinkwashing: Schulman, Sarah, Israel/Palestine and the Queer International, Durham, Duke University Press, 2012; e anche Ead. Israel and “Pinkwashing”, «The New York Times», 22 novembre 2011.
[30] A scanso di equivoci, preciso di non nutrire alcuna nostalgia per principi ordinatori “verticali” come quello paterno della tradizione patriarcale. Spero invece nella diffusione di etiche “orizzontali”, o meglio “dell’inclinazione”, che muovono dal riconoscimento della relazionalità, dell’interdipendenza, della precedenza dell’altra/o su sé. Un esempio è la già menzionata etica della vulnerabilità, del lutto e della cura che Ida Dominijanni condivide con Judith Butler, Adriana Cavarero (Inclinazioni: Critica della rettitudine, Roma, Castelvecchi 2025, prima ed. 2014) e con molta parte della filosofia femminista contemporanea. Un altro esempio potrebbe essere offerto dall’accettazione del carattere abietto del sessuale (anale) come via di accesso alla tolleranza, riguardo alla quale mi permetto di rimandare a: Bernini, Lorenzo, Il sessuale politico: Freud con Marx, Fanon, Foucault, Pisa, Edizioni ETS, 2019; Id., Gender, cit.
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