Pubblichiamo di Felice Rappazzo: Recensione a Goffredo Fofi, “Arcipelago sud. Voci e luoghi della cultura italiana”, Milano Feltrinelli 2025. Foto di Ferruccio Malandrini
1 – L’ultima testimonianza lasciataci da Goffredo Fofi, Arcipelago Sud. Voci e luoghi della cultura italiana (Milano, Feltrinelli 2025), è un libro meno semplice e più intricato di quanto a prima vista appaia. Il mondo del Sud Italia, il «paradiso abitato da diavoli» è stato per Fofi una vasta palestra lungamente frequentata, fin dai tempi del suo coinvolgimento nelle esperienze di Danilo Dolci, e ha contaminato l’attivista-scrittore da pochi mesi scomparso con il brulichio di cui il mezzogiorno d’Italia è terreno privilegiato – nei suoi connotati di mondo confuso, sempre affannosamente in ritardo nello sforzo di raggiungere degnamente il rasserenante traguardo della civilizzazione. L’“arcipelago” di cui leggiamo nel titolo è qualcosa che rimanda alla molteplicità, alla confusione, alla vitalità ma anche all’abbandono; ma soprattutto alla mescolanza e alla eterogeneità da campionario di cui il Sud d’Italia è emblema, nell’immaginario prevalente. Composto di cento “schede” di varia ampiezza, disordinatamente disposte secondo un ordine alfabetico, riferite per lo più a personaggi della cultura e della società, il libro riflette nella sua composizione l’idea di Sud che Fofi ci offre: l’ordine alfabetico, il trattamento diversificato riservato alle sue cento figure, la presenza di alcune, fra queste, nate e vissute soprattutto al Centro e al Nord, e più ancora lo spazio assegnato non solo a personaggi ma anche a esperienze sociali e culturali, fanno di questa caleidoscopica raccolta un duplicato, una sorta di specchio del mondo richiamato in scena: un mondo che su Napoli vede il suo fulcro principale, ma che si muove un po’ ovunque nel territorio e nelle culture del Sud d’Italia e nell’Italia tutta. La forma, la composizione, le eccezioni e le contraddizioni, qui fanno decisamente anche il contenuto. Per riutilizzare, alla rovescia, una antica formula, per mettere in scena un mondo vitalmente caotico, Fofi sceglie una rappresentazione caotica.
Voglio mettere in evidenza innanzi tutto le voci che riguardano le esperienze sociali e collettive, scegliendo come esemplare quella riservata al Caleidoscopio napoletano. Si tratta del sottotitolo di un libro antologico, Dadapolis, curato da Friedrich Müller e Fabrizia Ramondino. Pur con qualche riserva, Fofi ne trae tuttavia una generale chiave interpretativa: «l’innamoramento per il brulicare di vita, la paura per il brulicare di vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare di vita»: un tópos, se vogliamo, ma interessante nella individuazione di una interna polarità. E questo movimento è la radice del brulichio, nel bene e nel male: della mescolanza di culture e vite, di esperienze radicali e di spettacolo popolare, di operai e precari, infine di Nord e Sud. Troviamo anche una nota storica e sociologica: se per il primo trentennio della vita della Repubblica le sue aree e regioni si sono lentamente accostate e incontrate, successivamente si è riproposta una nuova cesura, che si dispone lungo le linee conflittuali di assistenzialismo statale e fiducia nella libera imprenditoria, rappresentate, schematicamente, proprio da Sud e Nord. Tutto ciò s’incontra e si legge nelle voci che attraversano il libro per raccontare la società nelle sue manifestazioni collettive più varie, e che cito nella loro successione: Canzone napoletana; Famiglia Maggio; Napoli: Mensa dei bambini proletari (una delle esperienze del giovane Goffredo Fofi); Palermo: Teatro Garibaldi; Riesi: la comunità protestante; Scampia: periferia napoletana; Sceneggiata napoletana; Torino: piazza Statuto (quest’ultima, ancora una volta, rivisitazione di un’esperienza giovanile fra gli operai in rivolta dei primi anni sessanta). In queste esperienze, gruppi e personaggi anonimi e figure carismatiche si mescolano e confondono.
Per passare ad una rapida rassegna dei singoli personaggi tratteggiati, occorre annotare innanzi tutto la gerarchia molto soggettiva con cui figure notissime e altre considerate secondarie sono tratteggiate, vuoi per lo spazio loro riservato, vuoi per i giudizi. Figure di grandi personaggi come Verga, De Martino, Antonio Gramsci, Carlo Levi vengono trattate con schede brevi (più ampia, comprensibilmente, quella dedicata da Fofi al suo primo maestro, Danilo Dolci), e non certo per una valutazione riduttiva, ma proprio perché essi, nella loro caratura e notorietà, non hanno bisogno di valorizzazioni e di essere maestri ed esempi riconosciuti; la scelta di un maggiore spazio va riservato perciò ad altre, che costruiscono il tessuto senza il quale non si dà società; e non a caso entro le schede dozzine di altre figure vengono richiamate, a catena, e anche per ricordare, di queste, un rapporto di amicizia e convivialità, un confronto personale e dialettico molto fitto.
Ne cito alcune, troppe e troppo poche al tempo stesso, giusto per costituire un piccolo campionario delle diverse sfaccettature che trasformano il libro in un caleidoscopio di culture: lo scrittore sardo Sergio Atzeni, morto tragicamente molto giovane per un incidente marinaro, autore apprezzato da Fofi stesso e da Renata Colorni, editor di Mondadori; la notissima fotografa palermitana Letizia Battaglia, esempio di grande vitalità e curiosità intellettuale, e di passione civile; la grande cantante Maria Carta, riconosciuta interprete della cultura sarda, bella appassionata e intelligente, con alle spalle un’infanzia povera e dura; lo sconosciuto sindacalista di base, noto solo col nome di “Comparetto” anche allo stesso Fofi, collezionista di fogli di via polizieschi e indomito organizzatore di manifestazioni e di camere del lavoro (qui il breve ritratto di Fofi è commovente); Grazia Deledda, che è certo un nome molto noto, anche per il Nobel, della quale Fofi valorizza l’originalità e la potenza rappresentative, ritenendo, giustamente, che i suoi libri vadano ripresi in mano e riconsiderati nella loro qualità; don Peppe Diana, un “normale” sacerdote impegnato nella sua pastorale civile, ucciso dalla camorra; il noto scrittore polacco Gustaw Herling, che aveva passato anche l’esperienza del gulag, collaboratore di «Tempo presente» di Chiaromonte e Silone, con il quale Fofi si pone in rapporto dialettico nella valutazione del comunismo; lo stesso Ignazio Silone, qui valutato anche per l’immagine e il giudizio sulla letteratura del Sud come cultura “eretica”; il giurista napoletano Giuseppe Stolfi, che aveva vissuto una sua prima fase accanto a Piero Gobetti, ma qui ricordato soprattutto per la sua inchiesta sulla scuola in Basilicata; l’incisore e disegnatore artigiano Oreste Zevola, amico napoletano ricordato con commozione per la sua rigorosa serenità e per l’amore che aveva verso i suoi cani; la ternana Angela Zucconi, credente e laica, vissuta anche a Trieste, Danimarca e poi a Roma, pedagogista e animatrice sociale di grande spessore. Spiace aver dovuto fare una selezione, un campionario così ristretto è naturalmente discutibile.
Non posso andare oltre qualche rigo per riprendere un po’ più ampiamente i ritratti di solo quattro fra i personaggi di questa selezione, giusto per dare un saggio di ciò che Fofi cerca, e trova in essi: la coppia Sergio Bruni e Renato Carosone, da una parte, e quella costituita da Raffaele Viviani e Eduardo De Filippo dall’altra. La prima coppia è quella di due popolari musicisti, diversi e integrabili, fra l’altro amici. Essi rimandano sì alla tradizione musicale napoletana, al gusto – se si vuole – ammiccante e gergale, ma anche radicale e sanguigno, e perciò stesso non convenzionale, tipico del meglio che questa grande città ha potuto dare. Di Sergio Bruni, in particolare, Fofi ricorda che era uomo di sinistra, che aveva partecipato alle quattro giornate di Napoli, burbero e consapevole del suo ruolo, perfezionista sul piano artistico, dedito all’amicizia e alla convivialità. Per quanto riguarda la coppia dei due uomini di teatro, non c’è da sorprendersi se di Eduardo viene tratteggiato un personaggio ricco e complesso, un esponente fra i migliori della “napoletanità” che esce dal localismo e diventa espressione nazionale; ma poi sorprende, e tuttavia convince, che Fofi lo consideri una figura in primo luogo di conservatore, più tentato dalla mediazione e dalla composizione che dal conflitto aperto. In fondo gli preferisce il più radicale Raffaele Viviani, di mezza generazione più anziano e meno fortunato nella generale considerazione; come autore e attore, come capocomico nato nel popolo e che il popolo ha saputo raccontare, Viviani è ritenuto da Fofi «il più grande sociologo italiano fino al tempo della sua morte». Una sollecitazione culturale che va raccolta.
2 – «Un paradiso abitato da diavoli»: il vecchio topos, centrato su Napoli ma potenzialmente estensibile a tutto il Mezzogiorno, ha radici lontane e illustri, italiane ed europee, ridiscusse e razionalizzate da Benedetto Croce in un suo saggio. Se il paradiso è il clima e certi antichi resti archeologici, i diavoli sono i rozzi violenti e animaleschi abitanti della città, che riescono ad essere anche pericolosi. L’immaginario “civile” delle élites europee e italiane, corroborate in parte dai ceti colti e dominanti del Sud, ha fatto scuola, si è costituito in senso comune e pregiudizio. Lo studioso americano Nelson Moe ha assunto il detto a titolo di un importante libro; non da oggi abbiamo anche molti altri strumenti storiografici sociologici e antropologici per affrontare il detto e il pregiudizio che ne è alla base. Gli studi culturali e postcoloniali ci danno una mano a leggerli, specialmente se si guarda alla recente tradizione che fa capo a Edward Said (ma io penso anche a Frantz Fanon): colonialismo (dall’esterno) e razzismo (dall’interno: dunque classismo) sono due essenziali ingredienti per interpretarli (o forse uno solo, ben amalgamato). Confesso una certa diffidenza verso gli studi culturali e postcoloniali sopra richiamati, certamente utilissimi ma solo se sono ricondotti (come di rado avviene) a rigorose analisi storiche e puntuali riferimenti sociali, in mancanza dei quali essi rischiano di svaporare nell’idealismo e nell’accademismo modaiolo, se non di ripiombare in un paradossale determinismo. Entro una relazione dialettica con storicità e analisi sociale questi indirizzi hanno un indubbio merito, cui non si può rinunciare: quello di aver evidenziato come l’idea di una inferiore civiltà sia una costruzione culturale, che si genera dalla prospettiva di chi, per varie e lontane ragioni, si colloca oggettivamente e soggettivamente “in alto” e si considera portatore della vera civiltà. La storia dell’Occidente (e forse tutta la storia del mondo) ne è un grande esempio, oggi squadernato agli occhi di tutti coloro che non scelgono la cecità. La “animalizzazione” dei palestinesi di Gaza cui abbiamo dovuto assistere, sbigottiti, da parte di ministri del governo israeliano nasce da molto lontano. Il razzismo serve a sua volta a tenere in un ghetto (se non in vere e proprie carceri definite con altri nomi) i migranti in attesa di trovare un ruolo di schiavi nel rinnovato sistema liberal-capitalistico.
È chiaro che non troveremo niente del genere nell’opera e nella vita di Goffredo Fofi; e in particolare non troveremo alcune delle parole, o dei concetti ad esse riferibili, come “competitività”, “eccellenza”, e perfino “modernizzazione” e “velocità”. Nozioni ripudiate, se lo ricordiamo, da un grande libro quale Il pensiero meridiano di Franco Cassano, del quale quest’anno cade il trentennale della prima edizione; un libro col quale quello di Fofi, nella sua evidente diversità, sembra intrecciare un dialogo a distanza, da riprendere e ripensare alla luce delle apocalittiche distorsioni del nuovo millennio.
(Immagine di copertina: Goffredo Fofi, Parigi 1965, foto di Ferruccio Malandrini)