TRADIZIONI PERDUTE. UNO SGUARDO ALLA CRITICA – di LUCA LENZINI

TRADIZIONI PERDUTE. UNO SGUARDO ALLA CRITICA – di LUCA LENZINI

7 Febbraio 2026 Off di Mario Pezzella

(in anteprima sul prossimo numero della rivista dedicato alla Sicilia e alla sua letteratura pubblichiamo l’articolo di Luca Lenzini)

Tradizioni perdute. Uno sguardo alla critica

  1. A occhi chiusi

«… Eppure si viene sempre fuori da questa illustre tradizione lombarda vecchia di due o tre secoli, e che ha le radici anche più indietro, nel cuore della regione più civile del nostro paese, oltre che nella Peste: città europee anche troppo efficienti che producono spiriti di brillanti illuministi dalla testa fredda, bravissimi nelle lingue straniere e nell’empatia neoclassica[1] […]»: così Alberto Arbasino, che qui raffigura da un punto di vista culturale e letterario il background dell’io del suo meta-romanzo di formazione, nonché tour de force pedagogico-epistolare, intitolato L’Anonimo Lombardo, pubblicato in prima battuta nel 1959[2] ma risalente al ’54 e poi ripreso più volte. Non è che uno degli innumerevoli excursus che compongono il libro, della cui “trama” (virgolette d’autore) si legge nella Nota 1973 che è

«un riaggancio con una Tradizione Perduta – ovvero: saltando via a occhi chiusi il secolo “inservibile” 1850-1950, quando la nostra cultura sembra diventata improvvisamente cretina – una spasimante “ripresa di contatto” con una Grande Tradizione Italiana, probabilmente ipotetica, ma prevalentemente lombarda, nei suoi due estremi sussulti, percées affascinanti e maestose: l’Illuminismo Cosmopolita e scientificizzante, il più delirante Romanticismo lirico[3]

È un tema, questo della Tradizione Perduta (maiuscole d’autore), con l’implicito riferimento a Manzoni (la Peste) e a Frank Raymond Leavis (The Great Tradition, 1948), ricorrente nell’opera di Arbasino, che si tiene perigliosamente ma miracolosamente sul crinale tra saggismo e romanzo: rivendicazione di una lignéé nobile ed europea – non importa se «ipotetica» o meno, essendo ogni tradizione infine inventata dagli (immaginari?) eredi – ma in ogni caso tale da assicurare un quadro di riferimento «illustre» e pregnante per le causeries  del lombardo in questione e le avventure del suo Giovin signore. Si noterà il richiamo alla «regione più civile del nostro paese»: la filiazione, a farla breve, ha luogo nell’alveo di una prospettiva schiettamente progressista ancorata alle vicende storiche italiane, quindi alla perennemente diseguale industrializzazione che le distingue (il “Triangolo” Genova-Torino-Milano, ecc.). Com’è noto, negli anni  non sono mancati in campo letterario e critico-esegetico, né tanto meno in chiave politico-ideologica, seguaci e pronipoti di quella schiatta (al cui centro lo stesso Arbasino ha posto, nel Novecento, l’Ingegnere in blu: Carlo Emilio Gadda[4]); ma non si trascuri il significativo corollario che a far da controcanto negativo a tale prospettiva, sempre nell’Anonimo, è il secolo qualificato come “inservibile” (dal 1850 al 1950): coerentemente, in Certi romanzi (1964, un anno dopo Fratelli d’Italia) lo stesso autore liquiderà sveltamente, in tema di “realismo”, la lezione di Verga, che si suppone inclusa nel rincretinimento epocal-nazionale: «[…] il tessuto narrativo dei Malavoglia risulta d’una piattezza e una compattezza così grevi da riuscire indigeribile a un lettore europeo medio abituato alla molteplicità di livelli e alla profondità ramificata dei romanzieri migliori dell’Ottocento, da Balzac a Dickens, da Stendhal a Dostoevskij[5]».

  1. Gli obiettori

Con Certi romanzi siamo in pieno Boom economico: la verve contagiosa e quasi bulimica dell’aggiornamento, marchio di fabbrica dello scrittore, ne accoglie lo sfavillante e pervasivo riflesso. Ma se, avvicinandoci ai nostri anni e restando sul tema del contrappunto ora accennato, passiamo per esperimento a tutt’altro paesaggio storico, possiamo annotare che oltre trent’anni dopo, nel 1996 – superati crinali epocali decisivi tanto per l’Italia che per il resto del mondo – appare sul «Corriere della Sera» un articolo di Luigi Baldacci, Nord e Sud, che inizia così:

«Non vorremmo certo rimproverare alla Lega di aver tenuto scarso conto, nella propria strategia, della letteratura meridionale, e dei suoi valori ideologici, a partire dall’Unità d’Italia. Sarebbe una pretesa davvero bislacca. Ci chiediamo piuttosto se la letteratura del Nord (lombarda e piemontese) non abbia contribuito, con la sua visione bonaria e ottimistica della realtà, a sbarrare la strada a una visione opposta, dura, fortemente critica nei confronti dello stato unitario[6]».

Il riferimento ironico alla Lega dice subito il nuovo contesto: ma quel che più importa, è che Baldacci da lì prende lo spunto per invertire radicalmente, di fatto, i termini della prospettiva del nostro Anonimo (e di molti suoi contemporanei e conterranei) riguardo alla letteratura post-unitaria: è proprio al Sud, suggerisce Baldacci, che si deve guardare per individuare una visione veridica e senza compromessi della realtà italiana, quella realtà cioè che il «manzonismo banalizzato» – che del romanzo faceva «un genere misto di serio e faceto, di moralità e affabilità» – di fatto occultava e addomesticava, finendo per «funzionare come garanzia di conservazione[7]».

L’affondo di Baldacci metteva in chiaro, en passant, che nella divaricazione Nord-Sud quale egli tratteggia non è in gioco una semplice questione di genealogie letterarie o di “linee” e magari di poetiche ad personam, bensì una istanza veritativa cioè conoscitiva. Dunque mentre per i “nordisti”, nell’ottica del critico, la questione complessiva del paese, venuta meno ogni garanzia trascendentale del senso, «si riduceva all’elevazione del popolo secondo un decalogo laico», ecco che invece «nella coscienza del Sud prevale […] la soluzione radicale di sostituire l’ottica tragica a quella comica»: dato che nei Sudisti, osservava ancora Baldacci, «dovette essere decisiva la sensazione che l’Unità non avesse risolto niente, anzi fosse una pietra tombale sulle attese[8].» In contraltare al riformismo dall’alto dei Nordisti si delinea così un’altra Tradizione, che Baldacci chiama degli «antirisorgimentali», ovvero «Verga, De Roberto, Pirandello, Borgese, fino al più ambiguo Lampedusa»: insomma coloro che con I Malavoglia, I viceré, I vecchi e i giovani, Rubé «mostrano quale disastro d’ingiustizia e di disfunzione fosse già allora l’Italia[9]». Più avanti nel suo articolo Baldacci osserva inoltre che quanto alla ricezione critica, mentre Verga e i suoi epigoni furono accolti al Nord con una ottusità persino «massiccia», per i narratori conterranei (da Bossi e Faldella in giù) si è dato, al contrario, «un eccesso di amor patrio»; ma in conclusione «resta il fatto che coloro che hanno dato voce ai veri colonizzati, gli obiettori che hanno denunziato una fittizia Unità agganciata ai brogli, ai furti, alla violenza, all’impostura sono stati gli scrittori del Sud[10]».

  1. Lo sguardo della Medusa

Nord e Sud ci rammenta, tra le altre cose, una verità forse banale ma non per questo trascurabile, cioè che in materia d’arte non si danno posizioni retrograde o avanzate da arruolare tout court nella corsa irresistibile delle «magnifiche sorti e progressive» (sul punto, in tema di romanzi, sarebbe opportuno intervistare György Lukács, non fosse il suo nome soggetto a damnatio memoriae); e d’altra parte, sbaglierebbe di grosso chi identificasse nei Sudisti una cultura ignara del dibattito sul romanzo moderno, con epicentro nella Francia di Zola & Co., poiché anche sul piano della “tecnica” il catanese Giovanni Verga non è per nulla un naïf o un narratore sordo alla «molteplicità di livelli» dei romanzi più apprezzati dal Lombardo. Basterà ricordare a chi non lo avesse letto lo splendido saggio di Romano Luperini La pagina finale dei Malavoglia (2005), dove attraverso l’analisi testuale dei registri narrativi e della lingua viene lucidamente messo a fuoco l’anticipo, nel romanzo verghiano, dei grandi temi del Modernismo, approdando a questa constatazione:

«C’è nella conclusione del romanzo un sentimento di perdita e di lutto che suona universale. Ma a renderlo più doloroso vi si percepisce anche la percezione tragica di una colpa, di un fallo di natura etica. La vittoria della modernità porta con sé una macchia oscura. Il lettore non averte tanto il tradimento di valori patriarcali ormai inconcepibili nella modernità quanto che qualcosa si è rotto nella storia morale dell’umanità, e che questo qualcosa riguarda una sfera etica e sapienziale che il mondo moderno sta travolgendo con le radici stesse dell’umanità. Ha l’impressione, come ‘Ntoni e insieme con lui, di esser portato via da se stesso, ineluttabilmente trascinato lontano dall’essenza della vita, in esilio da essa[11]».

Dimensione tragica e modernità, scrittura romanzesca e tema dell’esilio per Luperini fanno in Verga tutt’uno: «’Ntoni è l’ultimo eroe cercatore. Scoprendo la vanità della propria ricerca, anzi l’assurdità stessa della ricerca – del viaggio, della quête – pone termine alla tradizione romanzesca in cui pure si inserisce, e ne apre una nuova[12].» Verranno poi Pirandello, Tozzi… S’intende che il cambio di paradigma operato da Luperini non è soltanto un fatto di prospettiva storica (e tanto meno geografica): c’è stato Debenedetti, nel frattempo, a far saltare gli stereotipi dell’idealismo e dello storicismo, così come ci sono state le ondate delle avanguardie ed anche, a chiarire i termini della questione sociale, gli investigatori della “dialettica dell’illuminismo”; i confini del Moderno e lo stesso Canone Novecentesco si sono ampliati e ridefiniti al di fuori di ipotesi progressiste e di schemi ortodossi, compresi quelli del marxismo più scolastico (che non è quello di Gramsci, invece attualissimo[13]). La critica affronta ormai, a quest’altezza (siamo nel nuovo Millennio), la Tradizione degli Obiettori consapevole che proprio a loro dobbiamo, se esiste, una nostra Great Tradition, come a chiare lettere testimoniano – fuori da ogni opzione local-regionalistica – numerosi contributi critici, a cominciare da quelli, ben armati e calibrati, di Nicola Merola[14], Fabio Moliterni[15], Pierluigi Pellini[16] e soprattutto Carlo Alberto Madrignani, il quale con Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno[17] ha saputo indicare e circostanziare, per l’appunto, «l’imprevedibile tempestività con cui la narrativa siciliana si è messa al passo col grande romanzo europeo[18]». Scrive nella Premessa al suo libro Madrignani:

«Da Verga in poi narrare diventa un’operazione di verità, di scavo e di “oltraggio”; nasce così un’estetica ambivalente che unisce alla degustazione del bello naturale ed emotivo la consapevolezza di come sia rischioso rappresentare i complessi e spietati rapporti tra gli uomini e con le istituzioni[19]».

E ancora, più precisamente e decisivamente:

«Da punti di vista diversi Verga, De Roberto, Pirandello, Sciascia hanno aperto valichi a una conoscenza romanzesca che contrasta con l’edonismo e il narcisismo di ogni forma, anche la più dignitosa d’intrattenimento; conoscere gli altri e se stessi è un atto di turbamento e di sofferenza, uno sguardo della Medusa che non può essere affrontato senza schermi[20]».

  1. Un soldato morto nel giardino

Una «conoscenza romanzesca», dunque; e quanto a quello che Baldacci diceva il «più ambiguo Lampedusa», come si colloca rispetto ad essa e alla Tradizione ora abbozzata? Il gattopardo, pubblicato – non si dimentichi – nel 1958, vi appartiene a pieno titolo, come a prima vista sembrano attestare tematica e ambientazione del romanzo, oppure ne è piuttosto un tardo epigono, la cui stessa Modernità è dubbia? Il “caso” è oggetto, fin dall’apparizione del romanzo[21], di una contesa inesauribile e persino uggiosa, ove si consideri il dato di fatto della «ricezione di largo consumo di massa» del romanzo, per cui alla fine, osserva Madrignani, «c’è poco da sottilizzare quando il titolo di un’opera entra nel lessico di un popolo e crea un mito che ingloba passioni politiche e sentimenti individuali.[22]» L’ambiguità, si può semmai annotare, nel Gattopardo è strutturale: il romanzo, come si legge ancora in Effetto Sicilia, è difatti «un esempio di meridionalismo “strano”, ispirato a una visione dall’alto che inglobava la tematica plebea[23]», sicché la sua affiliazione, sotto questo profilo, resta incerta, contraddittoria. Da una parte, «la lingua è quella di una letterarietà colta, non novecentesca», così come «poco novecentesco» è il tipo del narratore «che dice tutto e prevede un lettore amante dell’esplicito[24]»; né mancano nel romanzo «elementi didascalici in eccesso tipici di una narrazione ridondante[25]», né strategie «dell’intrattenimento[26]»; ma dall’altra, va pur riconosciuto che «alle pagine di Gramsci che avevano messo in crisi il risorgimentalismo d’impianto liberale e crociano, Tomasi ha dato un’inaspettata diffusione e ne ha convalidato l’efficacia, senza condividerne i presupposti politici[27]».

Il riferimento a Gramsci, si noterà per inciso, è anche nel saggio di Edward Said Un ordine antico e perdurante, dedicato al Gattopardo e compreso nel libro postumo Sullo stile tardo, dove il più influente e acuto studioso della cultura del colonialismo ricorda, sulla scia delle note gramsciane sulla “questione meridionale”, come «ciò che l’unità d’Italia ha causato a luoghi come la Sicilia, Napoli e la Sardegna è stato bloccarli, distorcerli e poi isolarli nella loro realtà sociale, economica e politica squinternata[28]». La «tardività» (lateness) del Gattopardo, per Said, consiste, adornianamente, nell’essere la sua risposta alla questione meridionale ed al “trasformismo” «senza sintesi, trascendenza o speranza[29]», e di qui anche l’efficacia di un brano come quello, celeberrimo, del dialogo tra Calogero e Don Fabrizio, dove «l’effetto di tardività», più che nei contenuti espliciti, è nel suo «essere circondato da numerose descrizioni di mortalità e di declino[30]». Poco prima, in questa stessa chiave, Said aveva osservato che nel Gattopardo «il primo avvenimento che Tomasi di Lampedusa descrive è la scoperta di un soldato morto in giardino[31]»; ed è da rammentare, allora, che riflettendo proprio su quella memorabile soglia del romanzo il già citato Baldacci insisteva su una diversa accezione di tardività, nel 1977 concludendo il suo profilo dello scrittore siciliano (Tomasi di Lampedusa) con queste perentorie parole:

«Il Gattopardo è la dolorosa confessione di un uomo condannato a vivere in un mondo dove si finge di credere a molte cose, mentre lui, in realtà, crede solo ai propri sensi, alla loro stessa raffinatezza ed estenuazione. Tomasi è già lì, nel primo capitolo, quando rievoca la scoperta del soldato morto nel giardino della villa; quel giardino che «esalava profumi untuosi, carnali e lievemente putridi come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante.» Lampedusa non va letto in chiave politica, ma come l’ultimo (ritardato) decadente della letteratura italiana[32]

  1. Le belle bandiere

Nel suo ultimo libro, Arcipelago Sud, uscito purtroppo postumo – ed è uno dei più belli di questi anni, insieme a Diario del Novecento di Piergiorgio Bellocchio[33], anch’esso postumo – Goffredo Fofi traccia un breve ritratto di Giovanni Verga, a più di cento anni dalla scomparsa (1922). Leggiamone, concludendo, il primo paragrafo.

«[Verga] Fu il maggiore narratore italiano del Novecento, come asseriva Elsa Morante che pure è, secondo molti e molte, la più grande scrittrice dello stesso secolo. Verga non era solo, in quegli anni, a reggere la bandiera della nuova letteratura, c’erano con lui altri illustri catanesi come De Roberto e Capuana, e un Brancati che aveva quindici anni quando Verga moriva onorato senatore del Regno, nell’anno che avrebbe visto la Marcia su Roma […] Se aggiungiamo ai nomi di questi catanesi quelli dei girgentini Pirandello e Sciascia e quello, meno noto, del nisseno Savarese, e quello di Tomasi di Lampedusa e quello di Consolo e altri ancora appena meno noti, che fioritura di talenti ha dato la Sicilia nei passati decenni, che geniali narratori e testimoni nonché giudici della storia nazionale, e dei nostri costumi[34]

Così è, in effetti, nonostante l’industria culturale faccia di tutto per farcelo scordare, riducendo a stereotipo regionale di largo spaccio non solo i «talenti» di Sicilia ma quelli del Sud in generale, e inondandoci di prodotti a globalizzazione istantanea e altrettanto rapida dimenticanza. Di seguito Fofi rammenta poi come il ciclo narrativo dei suoi romanzi e racconti Verga lo avesse chiamato, non per caso, dei Vinti; e un tempo, annota, «illustri critici e professori» gli dedicavano «saggi imponenti». Non così ora[35], aggiunge: «Verga non va più di moda»; e poi

«deve ancora nascere, o rinascere, se mai nascerà, un realismo adeguato all’oggi (e al domani) negli scrittori di romanzi dei nostri tempi, quasi tutti a dominante familista, piccolo-borghese, narcisista e qualche volta, semmai, con ambizioni “profetiche”. Un realismo che non potrà non essere anche un po’ visionario[36]».

Diagnosi pessimista, questa di Fofi, che però non esclude a priori una ripresa dell’antica bandiera della «nuova letteratura» e l’ipotesi di un realismo «adeguato» ai nostri giorni. Può darsi, infine, che il fantasma del progressismo sia anch’esso ormai estinto o migrato verso altri lidi, nell’età del Postmoderno, resecando quest’ultimo ogni filo di continuità con il passato, sia esso nordista o sudista, tragico o comico, continentale o insulare; e non saranno i seguaci della cosiddetta “autofiction” a far rinascere la tradizione; tanto meno, figurarsi, coloro per i quali la stessa nozione di “vinto” ha perso ogni ombra di scandalo, essendo i losers parte naturale del nostro sconvolto e brutale paesaggio: ogni povero o emarginato – così la vulgata mainstream – è sconfitto da sé stesso e deve pertanto scontarne la colpa. E magari può essere che la stessa forma-romanzo abbia troppo concesso all’intrattenimento, finendo per smarrire l’istanza conoscitiva che lo proiettava nella sfida della Modernità; ma non è detta l’ultima parola e qualcuno che sappia reggere lo sguardo della Medusa potrebbe prima o poi ricordarsi di ‘Ntoni e degli altri, e cercare ancora.

Luca Lenzini

[1] Alberto Arbasino, L’Anonimo Lombardo, Einaudi, Torino 1973, p. 161.

[2] Id., L’Anonimo Lombardo, Feltrinelli, Milano 1959 (qui il passo citato sopra è nella nota 133 di p. 178).

[3] Id., L’Anonimo Lombardo, Einaudi, Torino 1973, pp. 203-204.

[4] Vedi in particolare A. Arbasino, L’ingegnere in blu, Adelphi, Milano 2008.

[5] A. Arbasino, Certi romanzi, Feltrinelli, Milano 1964, p. 179.

[6] Luigi Baldacci, Nord e Sud, in Id. Novecento passato remoto. Pagine di critica militante, Rizzoli, Milano 2000, p. 27.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 28.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, pp. 30-31.

[11] Romano Luperini, L’ultima pagina dei Malavoglia, in Id., L’autocoscienza del moderno, Liguori, Napoli 2006, p. 133.

[12] Ivi, p. 135.

[13] Vedi Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento, Quodlibet, Macerata 2016.

[14] Nicola Merola, La linea siciliana nella narrativa moderna. Verga, Pirandello & C., Rubbettino, Soveria Mannelli 2006. Vedi per una ricognizione sul tema Giuseppe Lo Castro, Tradizione linea effetto, in La letteratura della letteratura, a cura di A. M. Morace e Alessio Giannanti, t. I, ETS, Pisa 2016, pp. 69-84.

[15] Fabio Moliterni, Finzioni meridionali. Il Sud e la letteratura italiana contemporanea, Carocci, Roma 2024.

[16] Pierluigi Pellini, Verga, Il Mulino, Bologna 2012.

[17] Carlo A. Madrignani, Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno, Quodlibet, Macerata 2007.

[18] Ivi, p. 7.

[19] Ibidem.

[20] Ibidem.

[21] Tra i tanti interventi, da ricordare quello di Franco Fortini, Contro Il Gattopardo, in Id., Saggi italiani, De Donato, Bari 1974; poi in Id., Saggi ed epigrammi, a cura e con un saggio introduttivo di L. Lenzini e uno scritto di R. Rossanda, Milano, Mondadori 2003.

[22] C. A. Madrignani, Effetto Sicilia… cit., p. 185.

[23] Ivi, p. 171.

[24] Ivi, p. 182.

[25] Ivi, p. 183.

[26] Ivi, p. 184.

[27] Ivi, p. 175.

[28] Edward W. Said, Sullo stile tardo, Il Saggiatore, Milano 2009, p.101.

[29] Ivi. P.105.

[30] Ivi, p. 108.

[31] Ivi, p. 104.

[32] L. Baldacci, Tomasi di Lampedusa, in Id., Novecento passato remoto… cit., p. 434.

[33] Piergiorgio Bellocchio, Diario del Novecento, a cura di G. D’Amo, Il Saggiatore, Milano 2022.

[34] Goffredo Fofi, Arcipelago Sud. Voci e luoghi della cultura italiana, a cura di Mirko Grasso, Feltrinelli, Milano 2025, p. 297.

[35] Ma va ricordato almeno Riccardo Castellana, Lo spazio dei vinti: una lettura antropologica di Verga, Carocci, Roma 2022.

[36] Ivi, pp. 297-298.