DUE SICILIANI, LA LINEA DELLA PALMA E… UN’ETICA – di Gianfranco Ferraro

DUE SICILIANI, LA LINEA DELLA PALMA E… UN’ETICA – di Gianfranco Ferraro

21 Luglio 2025 Off di Francesco Biagi

Ogni generazione, mi diceva spesso uno dei miei “maestri”, palermitano e coetaneo di Falcone e Borsellino, ma più appassionato di letteratura che di diritto (per quanto fosse laureato anche in giurisprudenza), è caratterizzata da un evento pubblico, un evento che crea un immaginario comune, più o meno, a un gruppo ampio di persone nate, più o meno, negli stessi anni. Per i giovani nati, per esempio, intorno al 1770, quell’evento pubblico fu la notizia della presa della Bastiglia. Il mio primo vero ricordo pubblico, invece, ha che vedere con i botti, le macerie e i corpi sventrati di Capaci e di via D’Amelio. Con la voce dei primi soccorritori: a “bumma atomica” di Capaci, “Vullo, Vullo…”, l’unico superstite di via D’Amelio.

Quando provo a spiegare che cosa è successo in Italia, e che cosa è successo in fondo alla mia generazione, in tutti questi lunghi trentatrè anni, mi scopro a cominciare sempre da lì, dagli omicidi di quei due siciliani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e da tutta la verità che manca. Spiego di un Paese costruito sulla mancanza di verità e sul “puzzo di compromesso”, invece che sul suo rifiuto, com’ebbe a dire Borsellino nella sua ultima conferenza nell’atrio della Biblioteca Comunale, ex-Collegio dei Gesuiti di Palermo, prima di morire. È quel “puzzo di compromesso” che nel mio Paese sembra aver vinto, in questi trent’anni. E questo non significa che “abbia vinto la mafia”, forse anche, ma che ha vinto innanzitutto il puro esercizio del potere per il potere, ovvero la “mafia” non tanto come associazione a delinquere, ma come archetipo di ogni potere che si vuole estraneo a qualunque legge, a qualunque trasparenza, a qualunque verità.

La mafia come modalità di relazione tra esseri umani.

Perché la “mafia”, come sa da sempre ogni siciliano, è, innanzitutto, un momento del potere che possiamo incontrare ovunque, in qualunque contesto in cui se ne dà un esercizio come prevaricazione, nascondimento, estorsione, ricatto. È una parentesi dell’etica, intesa come relazione in cui ci si costruisce come soggetti veramente liberi. È questa la mafia che ha veramente vinto e continua a vincere innanzitutto nell’intimo delle persone: un assoggettamento cinico o disperato, poco importa. Lo stesso assoggettamento sperimentato per generazioni dalle popolazioni siciliane oppresse dal potere mafioso. Ciniche e disperate. Perché chi contratta la propria libertà o è cinico o è disperato. Quando, appunto, non è mafioso.

È questo potere che possiamo oggi riconoscere ben al di là delle frontiere della Sicilia, dell’Italia, come Sciascia aveva intuito: la “linea della palma”, la linea d’ombra di quel potere senza verità nato in Sicilia è salita, ha oltrepassato Roma e va oltre, sempre più oltre. Può essere oggi, come del resto lo era prima – bastava guardare il mondo con gli occhi di un siciliano – una chiave di lettura del mondo.

Un evento pubblico disegna uno schema, un immaginario, va al di là delle sue figure, insegna cioè a riconoscere, nel grande teatro di maschere che s’incontrano nella vita, dei personaggi che replicano più o meno bene quelle figure.

Certo, capita di incontrare la ferocia dei mafiosi, uomini che fanno del proprio narcisismo la misura del mondo, da sottomettere a forza; ma capita anche di incontrare la pavidità silenziosa di giudici come Tinebra, procuratore a Caltanissetta, che, pur potendo fare altrimenti, lascia marcire Borsellino e la sua verità su Capaci per 57 giorni, senza interrogarlo come il collega chiedeva; o il narcisismo di Antonino Meli, che il servile tradimento dei colleghi carrieristi del CSM preferisce a Falcone alla guida della Procura palermitana e che a poco a poco distrugge il Pool investigativo di Falcone e Borsellino; o anche la spietata e ambigua arroganza di Arnaldo La Barbera, che invece di impegnarsi nel suo compito di cercare la verità fa depistare cosciententemente le indagini, arrivando a dare della matta alla figlia di Borsellino solo perché voleva conto e ragione dell’agenda rossa del padre, e preferendo far marcire in carcere per anni degli innocenti. Perché anche di queste figure, e non solo dei Riina e dei Provenzano, è fatta la mafia: è fatta da chi non prende parola, non dice, si nasconde, per paura o per piccola convenienza, è fatta da chi per narcisismo o per risentimento a lungo ruminato, nel momento decisivo sceglie di stare dal lato del potere e non da quello della verità. È fatta dal piegare la testa perché si ha famiglia, come se non ce l’avessero gli altri. Il “puzzo del compromesso” è questo. È qui che la “mafia” nasce o rinasce ogni volta, allunga i suoi tentacoli, come la piovra del commissario Cattani: le estorsioni, le protezioni, sono solo il terminale di quello che accade nel cuore degli uomini.

Questo sapevano Falcone e Borsellino, quando interrogavano pentiti o no, o quando con Ninni Cassarà andavano sul corpo di un collega appena ucciso: “Convinciamoci che siamo morti che camminano”. Morti che camminano lo siamo tutti, in fondo, e non è la morte che rende giustizia alla vita. Tutti moriamo, ma possiamo decidere come vivere. Così la mafia, le stragi, sono l’archetipo di quel teatro del potere che con cui i siciliani della mia generazione hanno imparato a guardare le cose, davanti ai corpo degli amici uccisi. E a stare al mondo, insomma, con se stessi e con gli altri. Scegliendo come starci, da che parte stare. Questo provo a spiegare, a chi me lo chiede.

Borsellino e Falcone sono morti, come morti sono adesso gran parte dei loro avversari e nemici, trentatré anni dopo: eppure tornano e torneranno sempre, gli uni e gli altri, nel grande teatro mafioso del mondo. Falcone e Borsellino come ombre irriducibili di un’etica contraria, come alternativa a un potere fatto di cinismo e di connivenza. In Sicilia, certo, ma in ogni luogo in cui quel teatro del potere si manifesta.
È questa l’alternativa che la mia “generazione” ha visto, o intravisto, tra le macerie di Palermo: nella disperazione sgomenta del vecchio Antonino Caponnetto (“è finito tutto”).

Con o contro, da una parte o dall’altra, oggi come ieri. Senza risentimento: non ne aveva Borsellino, per quanto ne avesse tutte le ragioni, parlando dei “giuda” che avevano tradito Falcone. Perché una lotta, a meno che non sia solo mossa da interesse personale, non prevede risentimento: semplicemente, separa, fa separare. Il risentimento è fatto di “covi di vipere”, di corvi e di lettere anonime. Sporca l’anima e occlude lo sguardo, e non ce lo si può permettere mai, se si combatte una battaglia che ci trascende. La rabbia si, il risentimento mai. Al risentimento Falcone e Borsellino contrapponevano i giochi tra amici, le paperelle che Borsellino nascondeva al suo amico, mimando l’estorsione mafiosa (“se la papera vuoi trovare cinque mila lire devi lasciare”), i bagni a mare a Mondello. Insomma, la gioia di vivere, come atto etico, e quindi politico, sempre: il sorriso di chi sta dalla stessa parte, magari anche non nello stesso modo, ma dalla stessa parte, come testimonia la foto di Borsellino e Sciascia al ristorante, a chiudere le polemiche sui “professionisti dell’antimafia”.

Nel suo ultimo discorso, Borsellino parlava di un’alternativa, esistenziale, precedente a qualunque politica. Una citazione di J. F. Kennedy era incorniciata sopra la scrivania dell’ufficio di Falcone. Il giudice la faceva leggere, come promemoria, agli uditori che cominciavano a lavorare al Palazzo di Giustizia di Palermo, il “covo di vipere”, appunto: “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze, quali che siano gli ostacoli, i pericoli e le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana”. Questo distingueva Falcone e Borsellino – forse persino un mafioso “convertito” come Tommaso Buscetta – dagli altri, dalla mafia come forma di vita, dai mafiosi e da colleghi troppo deboli o interessati: “…un’etica”, insomma, più o meno la stessa etica che s’impegnavano a cercare tre giovani filosofi del settecento che avevano assistito alla presa della Bastiglia duecento anni prima. È sui giovani siciliani che Borsellino puntava, come del resto anche sua sorella, Rita. Perché i giovani sono meno abituati al “puzzo del compromesso”. Poi, ci si abitua, diventa tardi. Come sta diventando tardi, lo riconosco, ogni anno che passa, anche per noi, giovani di allora. Ci si sta abituando.

La mia generazione in Sicilia ha scoperto presto la morte. La morte come fatto pubblico, non privato: come evento che mette a nudo il potere, non come principio astratto, ma come concreta possibilità fatta di silenzi e di bombe, a seconda del caso. È un “privilegio” di cui avremmo fatto volentieri a meno, ma sono queste ombre che popolano il romanzo della mia generazione. Ed è con il volto di Borsellino, e di Falcone, che confronteremo sempre i volti e le maschere che incontreremo nella vita che ci rimane davanti: se avremo abbastanza coraggio, è con quei volti che confronteremo, alla fine, il nostro stesso volto.