
Ruggero Savinio | Poesie 1964-1971
con una premessa di Annelisa Alleva
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Fessure di luce
Ho trovato queste poesie inedite di Ruggero fra le carte conservate e divise fra due armadi del suo studio, che ho portato progressivamente a casa, riordinato e trascritto nel corso del 2025.
Risalgono all’inizio degli anni Sessanta, quando Ruggero, nato il 22 dicembre 1934, aveva fra i venticinque e i trent’anni.
Si moveva spesso, in quel periodo, fra Roma, Parigi, e il Poveromo, in Versilia, dov’era l’unica casa di proprietà della sua famiglia, che lui considerava il suo porto sicuro.
Ovunque lavorava e si formava e, leggendo queste poesie, si può vedere quanto in quel che scrive sia già così tanto se stesso, il Ruggero della maturità: onnipresente il motivo dell’oscillazione fra luce e ombra, entrambe indispensabili in senso fisico, stilistico, ed esistenziale, e poi le radici, che sono, nel buio, profondità e origini, e quel percorso sofferto della forma dall’”opaco alla presenza”.
La poesia I è dedicata a Diana, Diana Artom, pittrice e poeta, che Ruggero aveva incontrato nel 1960 a Roma frequentando sua sorella, Priscilla Artom, ed era stata il suo primo amore. Diana all’epoca aveva diciassette anni. La descrive in un racconto inedito del 2009, Stella, scritto dopo la morte di lei.
L’immagine erotica della “borsetta sui sassi” in questa poesia fa pensare molto al cinema neorealista di quegli anni.
Le poesie X e XIII portano la dedica “a F.”. Molto probabilmente l’iniziale è quella di Florence Delay, scrittrice, attrice e sceneggiatrice francese, che ebbe con Ruggero una breve relazione a Parigi nella metà degli anni Sessanta.
Annelisa Alleva
Roma, 12 ottobre 2026
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I
a Diana,
quella sera che il mare era a due passi
e noi sui sassi avvolti d’ombra e fantasmi
aprivamo spiragli nel buio con le nostre parole.
La forma delle cose nasce dalla nostra nostalgia Diana
il resto è caos muto di parole
per la nostra enorme brama, moriamo
e rinasciamo a nuove morti
e quello che apprendiamo è sempre dopo.
Per questo dici che vivo in una prigione di misure,
è che non mi fido dello strappo
che ci trascina via chiudendoci gli occhi
che ci avvolge d’ombra e di calda inconsapevolezza,
poi viene la chiarezza
che sarà sempre accorgersi di qualcosa d’ALTRO
che nel nostro procedere a tentoni
non avevamo riconosciuto.
Aveva uguale volto nel buio la borsetta sui sassi
e la forma del nostro desiderio
ma quello che riusciamo a salvare
da un’immersione così fervida, dopo,
alla luce lo conosceremo.
Dico però che ci vuole quel buio
e che questa perpetua altalena
troppo lenta per la tua impazienza
è il vero ritmo dell’esistenza.
Non devi credere che parli dei sentimenti
che sia questa una lettera d’amore
amore è una parola malusata
e noi amiamo quello che fa crescere frutti
sui rami dei nostri alberi fraterni
che da buie radici conduce
con nuova chiarezza di sguardo
all’esatta apprensione della luce.
Roma, 17 dicembre 1964
II
se s’allenta la morsa
e come un annegato
dal golfo oscuro riaffiori
lentamente ondeggiando
l’alga morbida che fa muro agli occhi
si scioglierà lentamente
ti farai scheletro d’occhi
e nella luce ferma
potrai leggere i nomi
Roma, 17 dicembre 1964
III
la musica che si raccoglie nel corridoio
come nella conchiglia il rumore del mare
ti tende agguati al passaggio
mentre cammini sul passo degli altri
e a tutto vuoi dare importanza
al battito isterico delle verghe
il soffio sulla faccia il cielo
ma qui l’unico segno è il Paradiso e l’Inferno
che i bambini calpestano per gioco
il cuore giace calcinato alle case
gît-le-cœur nell’umidità del vicolo
dove una boucherie diventa moderne
ma antico rimane il carnaio
i vitelli freddi allineati nel cimitero di Montparnasse
hanno una grazia più amabile di questo
splendore di un’ECLISSI sul muro cieco
Parigi, luglio 1960
IV
Dal cavo d’ombra la luce rivela
la forma delle cose in abbaglianti attimi
e la rituffa nel buio come quando
un paesaggio si svela alla luce dei lampi
il filo fra gli istanti conduce forse
al vuoto alla chiarezza
e alla totale insensatezza
ma oltre l’abbraccio di carne e d’ombra che tenta
la nostra debolezza per strade di dolcezza
e in confusione di corpo conduce
a naufragi continui c’è solo la presenza
di questa luminosa intermittenza
Paestum, Roma, 20-21 dicembre 1964
V
quando si sarà sciolto il nodo
s’allenterà l’abbraccio di carne
e la mano avrà lasciato la presa
dall’ombra che s’addensa sul labbro
nascerà una parola:
quella.
Roma, 22 dicembre ‘64
VI
(INTERRUPTUS)
la trama della luce
dal cavo della stanza si raccoglie sul muro
entro precisi argini. Se la fissi conduce
a nulla quando d’improvviso si spegne,
come la chiave introduce al vuoto della stanza
e come dallo sforzo disperato
d’aprire questa porta più segreta
ti resta accanto un corpo addormentato
e il rumore del mare nella testa
Roma, 25 gennaio 1965
VII
se in coda di cometa
e in ellissi o in tangente infinita
se ogni sogno all’altro riconduce
se raccogli sassolini in forma di cometa
se percorri strade se ritorni
se affondi nella neve se ritorni
se sogni di vendette o stragi
se si schiantano i rami al tuo passaggio
se sosti se ristagni se t’avvolgi a-spirale
se apri fessure di luce
se tutto riconduce alla catena
se in cometa o in ellissi
se fissi se chiudi gli occhi
o allora se desideri
Roma, 7 marzo 1965
VIII
mentre battono imposte come ali
e tu al riparo della tua allegria
sei minacciato e non sai chi
affonda in palude, non ricordi
chi si schianta o quanto più speri
più non sai che cosa, allora,
pronto per il passo estremo
come all’ultimo urlo o sospiro
con un battito d’ali affonderai
Roma, aprile 1965
IX
se, così, liberato dai tuoi ormeggi,
avanzi fra la fosforescenza
e il guizzo dei pesci volanti
in una lentezza di volo
ritrovando un’altra lentezza che avevi dimenticato,
e, così separato da tu hermanos,
ti resta accanto la compagna fedele
la sorella, non è questo che avevi cercato.
Quando dicevi che il tempo non esiste
non cercavi la soluzione
in questa lenta consunzione.
Ibiza, 15 giugno 1965
X
a F.
anch’io credo che bisogna uscire dal cerchio
cambiare la spirale con l’ellissi
che dobbiamo fissare il muro d’ombra
per riconoscere il lampo se appare.
Forse era la striscia del mare
quella sera che parlammo della lentezza
quella lucentezza che ti rispecchia
che dà al tuo passo un ritmo trionfale
ma l’ombra che ci avvolge non ti sembra la stessa
che ci prende alla gola?
Poveromo, 18 agosto 1965
XI
la schiena circoscritta dal suo spazio
entro cui dispiegate le ali mi rifletto,
la schiena circondata dal suo spazio
nel quale, nel mio volo, mi rifletto
mentre protende o offre il capo mozzo
uguali grumi sanguinosi, nello spazio
entro il quale per sempre mi rifletto
Poveromo, 18 agosto 1965
XII
mentre brilla la stella il cavaliere
che il cane accompagna latrando
entra nelle porte della notte.
Cambiano, se le fissi, le forme,
non resta del suo rapido galoppo
che la nera ferita sul cobalto.
Se ti mescoli a esse mutano le forme
mentre il rombo t’avvolge
o il silenzio t’agghiaccia.
Poveromo, 12 settembre 1965
XIII
a F.
tu mi parlavi di un galoppo bianco
(tutto era vero! tutto rivelato!)
e il tuo viso di pallida morta
esultava a quel ritmo trionfante.
Ma, vedi, che speranza di chiarezza
ci portiamo nel petto, quale sicurezza?
Infittiamo sull’opaco le trame di un disegno insensato,
viviamo la separazione compiacendo all’orgoglio
ma poi in quella tesa vastità
scopriremo forse che divide
solo grumi di carne dolorante
l’infinita, avvolgente cavità?
Parigi, 3 gennaio 1966
XIV
se chiuso entro i confini del tuo orto
la stessa zolla rivanghi sempre urtando
al medesimo grumo pare che nessuno
spazio ci sia per uscire dal giardino.
Ma se la nostalgia ti muove di un varco
da quella zolla, da quel grumo procedi
per non perdere il cammino.
Milano, marzo 1970
XV
del suo cammino l’immagine racchiude
il tempo come un corpo procede
dall’opaco alla presenza nella luce.
Buie radici conserva, nella chiarezza che la manifesta.
Agghindate d’orpelli
è un tempo questo d’immagini stremate.
Dov’è la memoria delle origini
donde fra angoscia e desiderio
oscuramente nascono le forme?
Milano, 21 dicembre 1971
XVI
Agghindate d’orpelli,
è un tempo, questo, d’immagini stremate.
Dov’è la memoria delle origini
Donde, fra angoscia e desiderio
Oscuramente nascono le forme?
Milano, 21 dicembre ‘71
XVII
Un albero
Nessuna radice
s’aggrappa alla terra
così tenacemente.
Ma il tronco
porta i suoi rami
con grande tenerezza
e la chioma che dà ombra
alla viola segreta
reca nidi nel suo folto
***
