Il governo bioeconomico del desiderio e l’ombra lunga della de-concretizzazione


Il governo bioeconomico del desiderio e l’ombra lunga della de-concretizzazione

a cura di Laura Bazzicalupo


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Politica e desiderio

Il tema della cattura del desiderio e dell’impoverimento dei processi di soggettivazione è stato dibattuto a lungo e più volte, a partire dagli anni ’70, ma oggi assume una forma drammaticamente più radicale e allarmante.  La tecnologia algoritmica e l’esponenziale accelerazione dell’intelligenza artificiale esasperano infatti il trend passivizzante, de-soggettivante – in ultima analisi la perdita di realtà e di socialità, la de-concretizzazione delle vite – che già ineriscono, da tempo, al nostro modo di vivere.

Le decisioni sembrano, infatti, diventare automatiche, con evidente perdita di responsabilità, di accountability politica. Non solo paradossalmente si rovescia in passività la postura prometeica dell’antropos tecnico e padrone del mondo – del quale pure le nuove tecnologie sono una straordinaria conquista – ma anche più radicalmente si dissolve la forza del desiderio che sosteneva quella conquista tecnica del mondo: un rovesciamento dell’auton – autonomia, umanesimo individualismo e differenzialità – nell’automaton, macchinismo, automatismo, spersonalizzazione.

E’ proprio questo fenomeno, questo rovesciamento dalla creatività autonoma nell’automatismo passivo, che ci induce a mettere in relazione i due poli del titolo di questo saggio: il desiderio che si svuota e l’esperienza che si de-concretizza. E’ necessario analizzare il loro reciproco rinvio, per sondare fino in fondo gli effetti sulla nostra vita di quest’ultima tappa che oggi ci allarma.

E’ inevitabile il doppio effetto di automatismo e perdita di desiderio, inteso qui come potenza creativa, eccedente?  O è possibile risalire all’insieme di condizionamenti che li intrecciano e li impongono in questi termini e, quindi, è possibile immaginare un altrimenti?

Il punto di vista del mio contributo è quello della filosofia politica.

Perché è tanto importante il desiderio per la politica?

Il desiderio – Spinoza avrebbe detto conatus – è antropogeno, ha a che vedere con i processi di soggettivazione (formazione e educazione) individuale e collettiva e la sua densità libidica ed emotiva sostiene il legame sociale.

La centralità del desiderio e il problema del suo attuale declino lega l’analisi socio-politica a quella psicoanalitica che, soprattutto con Lacan, mette a fuoco il ruolo del desiderio, inteso come mancanza e eccedenza insieme, nel processo di soggettivazione.[1] Soggetto che emerge in relazione – mai di coincidenza e spesso di conflitto o almeno di attrito – con l’ordine sociale e i ruoli e le identificazioni che esso impone. C’è un’area di pensiero filosofico-politico post-fondazionale che converge con la psicoanalisi lacaniana su alcune tematiche politicamente decisive: il costrutto sociale del soggetto, attraversato strutturalmente da una mancanza (che è anche eccedenza) che è matrice di desiderio, la impossibilità di una definizione oggettivata – tanto meno computazionale – di questo processo, pur nel tentativo sempre reiterato della sua trascrizione simbolica, e infine la dimensione libidica dell’appartenenza socio-politica.[2] Quest’ultima, per Lacan, è il Grande Altro, rispetto al quale la singolarità del vivente fa attrito[3], irriducibilmente… Questo attrito segnalato dalla impossibilità del desiderio di adempiersi è il soggetto nella sua singolarità, l’autos, il bacino della sua libertà e della sua eccedenza.  Da un punto di vista politico e storico, è la possibilità del novum, dell’evento.

Perciò il desiderio è una cruciale posta in gioco per la politica: tra controllo/governo e pratiche o utopie dell’altrimenti.

Se l’immaginario, come oggi avviene, satura la realtà inondandola di simulacri (e non di simboli che rinviano ad un ‘reale’ più vero e inoggettivabile), se il desiderio, la mancanza/ricerca slitta nella pulsione afasica del godimento che cerca e trova una più immediata soddisfazione, allora la singolarità del soggetto viene facilmente governata, orientata, negata come singolarità in un autismo asociale, se non privo di libertà e di senso, certo assai povero.[4]

Questo effetto di automatizzazione del governo delle vite è diventato un fatto (e un problema) politico perché, da circa 50 anni,  i poteri socio-economici dominanti si concentrano proprio sul desiderio, per controllare e gestire, attraverso di esso, i processi di soggettivazione. Contrastare questa gestione, difendere il desiderio (nostro e ancor più quello dei giovani e giovanissimi che non hanno memoria di esperienze diverse da quelle mediate da un cellulare) è difficile.

Il contributo di un pensiero critico-politico può essere allora, risalire alle condizioni di insorgenza di questo processo che ci viene presentato come destinale, per operare su di esse: a partire dal punto dove ha inizio l’intreccio che lega perdita di desiderio (e quindi di soggettivazione singolare dei viventi, nella loro eccedenza e imprevedibilità) e de-concretizzazione dell’esperienza.

Quel punto, quel nodo ha come protagonista il capitalismo, il discorso del capitalismo: dico discorso perché non lo intendo, qui, solo come una forma di produzione e distribuzione di profitti, sia pur potentissima, ma più radicalmente come un rapporto sociale che informa – dà forma – alla vita, al terreno di gioco entro cui tutti ci muoviamo, nessuno escluso. Nell’alveo sociale che esso predispone e promuove si danno le patologie individuali e collettive. Siamo dentro questa forma di vita, dentro la cultura, la organizzazione della società con i valori, i simboli e simulacri con cui ci governa. Anche se – e dobbiamo ricordarlo bene – ogni governo fallisce nel suo progetto, perché rappresenta solo la prospettiva del polo dominante della relazione di potere: il quale, sempre – proprio in quanto potere e non essere – incontra resistenza e contropotere.



Neoliberalismo: capitalismo e desiderio

Il capitalismo attuale (e la forma che conferisce alla vita) – come ben sapeva, già negli anni 80, Deleuze – ha a che fare con il desiderio e la sua illimitatezza: tanto la fame di ricchezza cresmatica, apeiros, obbligata all’accumulazione illimitata, quanto lo scatenamento del desiderio come voglia illimitata di consumi, come spinta a godere without end, senza limiti.[5]Un desiderio che ha fretta di saziarsi, che esige soddisfazione: domanda per consumare. Non sopporta la mancanza, ma domanda (termine chiave dell’economia e della psicoanalisi) per ottenere subito l’oggetto e saturare il vuoto.

Capitalismo e desiderio, dunque. Negli anni 80, gli anni della rivoluzione neoliberale, questo intreccio diventa direttamente il modus del governo socio-politico delle vite attraverso il governo del loro desiderio e dunque della loro soggettivazione.[6]

Foucault chiama questa forma di governo, biopolitica: la produzione di vite (bios) adeguate al sistema, soggetti collaborativi, docili, che facciano proprie, introitino, l’idealizzata legge economica, presunta naturale e scientifica del mercato.[7] Economia in questo senso è ‘bioeconomia’, è management delle vite, logica del governo e dell’organizzazione sociale finalizzata all’ottimizzazione delle prestazioni e dei profitti. Questo governo gestito politicamente e culturalmente in e a nome del capitalismo postfordista, cognitivo e immateriale, presenta una ambivalenza che lo rende seducente, attrattivo: una ambivalenza che esalta la libera espressione salvo poi governarla, gli assicura la conquista del consenso: come dice Thatcher, la conquista delle anime, souls: gli individui infatti ‘devono’ essere creativi, liberi, innovativi, imprenditoriali e dunque devono sollecitare il proprio desiderio: sarà il mercato – a posteriori – a selezionare i vincenti nella competizione della vita.

Liberi imprenditori di se stessi dunque e contemporaneamente insaziabili consumatori: produco pago pretendo! Questa libertà di produrre e di consumare ha, ovviamente, un potente rovescio di subordinazione, di eteronomia: viene vagliata- valutata- dal mercato, che a sua volta maschera la propria padronanza nel suo essere acefalo, dipendente da coloro che vi partecipano come competitors.[8]

Ma non c’è solo questo. C’è un prezzo più strisciante e meno visibile.

Del mercato capitalista conosciamo, sin dal suo inizio, la paradossale deriva de-concretizzante e fantasmatica – paradossale in un mondo di cose e di oggetti. Era stata già denunciata da Marx che nella merce vede il feticcio – il fantasma che nasconde il valore: l’oggetto invece del desiderio dell’altro, potremmo aggiungere.  E a quella spettralizzazione corrisponde la de-concretizzazione del lavoro vivo che la produce: il capitale – immateriale e potentissimo – che, oggi più che mai, gestisce il mercato stesso.

Ripeto: tutto ciò è paradossale, in un mondo sempre più orientato all’unica legittimazione del benessere, dell’abbondanza di cose, di oggetti e all’esaltazione della fisicità dei corpi e della loro fitness: più vita, più godimento materiale…. c’è una specularità tra l’esaltazione del desiderio che viene disperso nelle cose consumate (e in esse si spegne nella depressione, nuova malattia dello spirito) e il trionfo della immaterialità del denaro, della sua qualunquità impersonale puro segno della potenzialità assoluta e assoluta virtualità, esaltata dalla svolta finanziaria del capitalismo stesso, rispetto alla quale la concretezza delle cose stesse e delle persone passa in secondo piano.

In questa doppia ingiunzione di prestazione competitiva e di godimento afasico mediato dall’ immateriale denaro, potenza assoluta che diventa fine a se stessa, l’esperienza soggettiva e antropogena del desiderare si ridefinisce, liberandosi totalmente dell’altro,[9] affonda nell’immediatezza ottusa, narcotica del consumo compulsivo in un circolo autoreferenziale e autistico: automatica coazione a ripetere.

Il capitalismo cognitivo e immateriale apprezza (cioè dà un prezzo a) la creatività, a le relazioni umane. E perché siano commerciabili sul mercato, le standardizza: le rende, cioè, replicabili, accessibili, le de-contestualizza rispetto alle esperienze concrete e materiali che le avevano originate, facili da afferrare… trasforma i simboli in icone simulacrali dell’immaginario mediale, significanti privi del vincolo sociale condiviso che dava loro senso…: realtà né vere né false. E immersi in esse, si perde la presa sulla vita concreta.



L’infosfera

Gli ultimi due decenni innestano sulla persistenza di questo processo neoliberale (nonostante la crisi di alcuni suoi dogmi) qualcosa di radicalmente nuovo, resa possibile dalla rivoluzione digitale. Qualcosa che radicalizza la de-concretizzazione dell’esperienza che si estende l’intera realtà, e , attraverso essa, svuota la soggettivazione singolare, l’eccedenza matrice del desiderio. «All’interno del frame culturale del capitalismo tecno-nichilista, la resistenza data dall’esistenza dell’altro e di Altro da sé viene de-vitalizzata […] l’Altro è semplicemente fatto scomparire dalla vista, spintonato via».[10]

L’accelerazione tecnologica è tale da alterare la logica stessa dei dispositivi di governo delle vite, mantenendo e rafforzando peraltro la loro gestione privatistica, oggi completa, da parte del capitalismo immateriale: capitalismo 4.0, capitalismo delle piattaforme.

Se, come tutte le tecniche, l’informatica algoritmica (fondamento di quella che viene chiamata, abusivamente, Intelligenza artificiale) addomestica l’incertezza a fini pratico-politici, la sua logica, diversamente e radicalmente, assume l’indeterminismo della nuova scienza senza mirare a ridurlo, quanto piuttosto a cavalcarlo, assecondando l’instabilità. Schiacciata sul presente e sul profitto immediato e flessibile agli stimoli, naviga (letteralmente) a vista…

Era da tempo che la logica di governo non procedeva più per cause e certezze, ma attraverso approssimazione, razionalità limitata e statistica, ma oggi si radicalizza il procedimento induttivo snaturando la stessa logica statistica: fino alla pretesa di generare la decisione evidence based direttamente dalla presunta fotografia/istantanea del reale, offerta dalla immensa quantità di dati. E’ così possibile simulare fenomeni emergenti e generativi – inesistenti ma possibili – simulando la creatività umana.

Ripercorriamo il processo: all’inizio c’è il prosumer (produttore/consumatore), l’utente digitale che fornisce dati, contributi creativi, sceglie e produce non solo merci – feticci – ma immagini, emozioni, informazioni, e soprattutto partecipazione sociale in un mondo divenuto, dice Zizek, il deserto del reale. Ciascuno vi si immerge, prolungando nei devices la sua capacità di interagire con il mondo. Interattività che non sarebbe però necessariamente interpassività.[11] La tecnica algoritmica è parassitaria delle connessioni interattive (e/o interpassive) dei prosumer. Cioè tutti noi. Mentre forniamo e riceviamo informazioni, immagini o simulacri di amicizia, siamo anche sempre tracciabili, generiamo flussi di dati che giganteschi cervelli elettronici sono in grado di processare. Dati che vengono tradotti in algoritmi.  I dati sono, in sé, completamente slegati dalle finalità per le quali vengono immagazzinati: sono ‘grezzi’, decontestualizzati e si iscrivono in tracce che moltiplicano la realtà, come in uno specchio rotto. Tradotti in sequenze alfanumeriche memorizzano le informazioni in modo cieco al contesto e alle motivazioni: una spersonalizzazione cieca, davvero acefala.

Deleuze colse precocemente i segnali della transizione verso una società che non ha più a che fare con la coppia massa-individuo, bensì con i flussi di dati …una società nella quale non si tratta di normalizzare i soggetti, ma di strutturare attraverso «questi flussi di segni deterritorializzati»[12]macchine semiotiche a-significanti, che non conoscono né i soggetti, né i ruoli e nemmeno gli oggetti. È proprio questa a-significanza che conferisce loro «una specie di onnipotenza: l’attitudine a creare verità indiscutibili».[13] Perché? Perché la presunta fotografia dell’esistente passivamente impressa in una memoria – (a)normativa e (a)politica in quanto aggrega e analizza automaticamente dati – in realtà, modella anticipatamente comportamenti possibili. Ciò che sembra oggettivo – una fotografia appunto – però è, in realtà, effetto di una selezione e di un’organizzazione, ovviamente umana. Infatti, alla frammentazione – lo specchio rotto della realtà – che i dati bruti in sé insignificanti, restituiscono, segue un processo, non solo meccanico, di stabilizzazione.  

Attraverso il data mining, si formulano ipotesi veritiere su comportamenti possibili futuri. La norma sembra così scaturire dal dato di fatto: non è imposta ma emerge dall’istantanea dell’esistente…. essendo evidence based, si presenta come indiscutibile. I risultati predittivi non sono contendibili…[14]

La presunta oggettività è garantita proprio dall’automatismo, che a sua volta è possibile solo tramite la traduzione immateriale e digitale della realtà: alle spalle c’è il peso decisivo della coppia cibernetica/informatica che ha tradotto la vita stessa – anche biologica e fisica – in segni, linguaggi, codici, trascrizioni…. Automatismo significa sottrarre il trattamento dei dati a qualsiasi intervento soggettivo e, dunque, a qualsiasi azione riflessiva, umano e perciò contestabile. Significa, inoltre, disporre di una possibilità inimmaginabile di combinazioni e disgiunzioni di quei frammenti di vita.

La veridicità di quei dati (e delle loro combinazioni artificiali) sta proprio nel loro essere niente altro che «segnali espurgati da qualsiasi significato proprio».

La vita sociale, personale dell’individuo – (che, pure era ed è, nella retorica corrente, il cuore delle società liberali e che invece qui, manifesta la sua totale irrilevanza) è de-strutturata, per poi essere ri-composta, ri-strutturata automaticamente, entro un profilo: sul quale si programma la soluzione di un problema. Il profiling costruisce e fissa il profilo di rischio, di fragilità, di adattabilità, o di propensione al crimine, di pericolosità sociale, a prescindere dai contesti specifici. Grazie alla forma anonima, impersonale, egualitaria della raccolta dei dati, che ignora le biografie individuali e le problematiche sociali, si accredita come imparziale e si sottrae a ogni analisi critica sulle cause e i contesti. 

La deconcretizzazione evidentemente, a questo punto, non è solo perdita di realtà e di esperienza materiale, ma, proprio in quanto rinuncia alla realtà e ai contesti, diventa strumento principale del disciplinamento sociale. Governo senza governo che nasconde la sua potenza sotto l’apparenza di neutralità offerta dall’essere immanente e fedele al reale.

Ovviamente, va sottolineato che con il data mining e l’ IA, machine learning, l’obiettivo non è puramente conoscitivo: descrivere, cartografare la realtà, ma intervenire su di essa, ricavandone vantaggi e profitti, o risolvendo problemi, senza affrontare le loro cause. In effetti, gli algoritmi non descrivono ma producono la realtà, stilizzando in maniera unilaterale e automatizzata, tipologie di comportamenti possibili. Che peraltro – come attestano gli algoritmi finanziari – si auto-avverano, cioè divengono veri, senza mai esserlo.

I profili rispondono ad un problema da risolvere (medico, di marketing commerciale, di rischio di evasione fiscale, di controllo sicuritario, poliziesco o anche militare…), per lo più convergendo entro il grande cerchio autoreferenziale del mercato. Cosa cerca la gente? in cosa crede? cosa le piace vedere? quale target di consumo è rappresentato da questo o quel gruppo di dati?

Ma, in modo più duttile, come nel famoso (e segreto) Pagerank di Google, la raccolta incamera le richieste di informazioni, e, a prescindere dalle risposte, fa emergere da esse un algoritmo che sarà rivenduto per gli scopi più diversi : imprese, agenzie assicurative, polizia, intelligence politica e economica….

Sarebbe facile obiettare che i Big data sono fotografie istantanee solo parziali e che i profili e predizioni/produzioni  sono autorealizzatrici per cui la loro efficacia è auto-referenziale….

Ma è inutile! le obiezioni non contano: non solo il profilo della realtà emerso da così grandi quantità di dati  – cui, in uno slancio di servitù volontaria (e di comodità) tutti cooperiamo – si presenta come scientifico (il fascino discreto del calcolo matematico!) oggettivo, funzionale a ottimizzare le scelte. E dunque autorizzazioni, misure amministrative o poliziesche, distribuzione di opportunità e risorse, saranno assegnate – in funzione delle predizioni associate a ciascun profilo – come se fossero i comportamenti stessi reali a richiederle. Ma anche i nostri desideri sembrano più veri se confermati (e in realtà prodotti) dalle scelte automatiche emergenti da passate e diffuse scelte di mercato che ci vengono suggerite come nostre: secondo la formula: hai visto questo… «dovrebbero piacerti…», dove il dovrebbero da probabilità diventa suggerimento.

In realtà si tratta invece di montaggi meccanici, in cui nessuno letteralmente può riconoscersi: il che rende peraltro più difficili le contestazioni collettive. Il nuovo delle macchine intelligenti, per quanto possano sviluppare autoapprendimento, è – per usare un’espressione di Benjamin – sempre e solo un sempre-uguale. E ne è possibile uncontro-uso, una contro-gestione attiva degli Open source…

La crisi attuale del desiderio segue la traiettoria della crisi della fase euforica del neoliberalismo che ora volge al ripiegamento ansioso, inquieto dell’ultimo decennio. Anche al di là delle incalzanti crisi planetarie, geo-sanitarie e geopolitiche che giustificano questo ripiegamento, l’attuale Zeitgeist è permeato di insicurezza e paura che vengono sollecitate proprio al fine di ‘cavalcarle’, senza un vero progetto di risoluzione. Che non è completato dal tipo di logica algoritmica che oggi ci governa.

All’inquietudine – che è in fondo anch’essa una forma di mancanza e di desiderio senza oggetto, quella che Heidegger chiamava angoscia – viene offerta la risposta (la saturazione) come sempre immediata, come sempre schiacciata sul presente, senza un approfondimento delle cause che possano predisporre percorsi di liberazione: forme di saturazione del vuoto sono quelle offerte dal piccolo dispositivo che abbiamo tra le mani, che ci collega con quel gruppo, quella echo chamber, che fa risonare la nostra solitudine, che risponde alla nostra paura amplificandola nell’apparente riflesso di altre solitudini, che dovrebbero sopperire la comunità e la solidarietà ormai perdute.[15] Immateriale, virtuale, un semplice like o la faccina che ci sorride… solo simulacri!



Conclusione

Dobbiamo pensare allora chele potentissime macchine algoritmiche siano onnipotenti?

Iniziamo col non sottovalutare che sbagliano più spesso di quanto si creda, perdendo di conseguenza il controllo – meglio, l’indirizzamento – che presumono di esercitare.

 Ad esse sfuggono – e perciò andrebbero rivendicate con forza – le situazioni specifiche (e in verità, ogni situazione è specifica, diversa), l’analisi per causas contestualizzate, che sola permette di pensare davvero la complessità di un problema. Sfugge la materialità, la concretezza: non mi riferisco ad un piatto materialismo ma esattamente alla dura, ostinata, storicità dei contesti, alle contraddizioni interne ad ogni realtà. Che è esattamente ciò che questo governo evidence based vuole eludere. Gli sfugge anche, ovviamente, quanto è pensato e non trascritto in digitale, che rende inafferrabili e inesauribili le esistenze reali. Ci sono eccedenze interne/esterne che resistono all’attuale presunta realtà nell’epoca della sua riproducibilità digitale: una ulteriorità dei corpi, delle credenze e delle speranze, delle immaginazioni non iscritte o non ancora iscritte, che trascendono il dato, l’evidenza del così è e basta.

 Gli algoritmi, trasformando le qualità in quantità, non vedono, né possono combinare e disgiungere le motivazioni particolari e differenziali di condotte simili (e aggregate come simili) che in realtà sono diversissime nel loro significato e che sono alla radice di possibili lotte sociali specifiche. Non vedono idiosincrasie e originalità di ciascuno di noi: non vedono le eccedenze …

Se le piattaforme digitali traducono la vita in dati metabolizzabili, dove solo la quantità e nient’altro, è significativa, questo fatto che è un punto di forza statistico, può essere un punto debole del progetto di controllo: quanto desiderio deragliante dallo standard, gli algoritmi e l’Intelligenza artificiale non prendono? quanti problemi non afferrano (non afferrando le cause), che possono esplodere – e esploderanno – imprevisti in questa forma di governo/non governo, schiacciato su dati presenti? E’ in quest’ottica che il governo algoritmico va pensato criticamente, cercando contemporaneamente spazi plausibili di contro-effettuazione. Bisogna rivendicare la visibilità politica delle esistenze, la loro materialità complessa, le biografie e la potenzialità delle vite a divenire altro da ciò che erano ieri.

La conclusione dovrebbe forse essere la premessa del discorso: bisogna aprire l’Infosfera liberandola dalla gabbia interpretativa che la inchioda tra demonizzazione e enfasi entusiasta. Bisogna pensare in termini adeguati la tecnica in quanto tale: essa inerisce alla postura naturale del vivente. E’ stata, da sempre, più che un semplice supporto, un prolungamento delle facoltà cognitive, mnestiche e trasformative del vivente (non solo umano): supporto esterno/interno all’organismo stesso del quale ha modificato e modifica la mente e il corpo. Condizionata e condizionante rispetto all’ambiente.[16]

Il passaggio continuo tra reale e virtuale, tra corporeo ed immateriale, non va demonizzato in sé: è ormai divenuto una costante irriflessiva del vissuto quotidiano e forgerà intelligenze forse diverse ma non necessariamente passive: contiene in sé una tale potenzialità di autonomia e di eccedenza – e dunque di libertà – che sarebbe suicida ignorarla. Della postura proattiva come tratto tecnico/ naturale dell’umano e del vivente tutto, dobbiamo sottolineare  l’ulteriorità che le implicita e che in essa si manifesta, senza per questo dimenticare i non sottovalutabili limiti e condizionamenti materiali  e concreti attraverso cui l’ulteriorità di distende e si esprime: vincoli sia naturali che storici che possono essere compresi solo entro la organizzazione logica delle cause.[17]

A partire da questa ulteriorità, attestata dunque dalla stessa natura vivente proattiva e tecnica, è possibile e necessario conoscere e sottoporre a critica politica le roccaforti di potere – contingenti e contestabili – che gestiscono attraverso le piattaforme private e non-controllabili il flusso di dati, la loro produzione di valore sul mercato, in forma non trasparente.  Abbiamo sommariamente sottolineato quanto la gestione e la implementazione algoritmica – attraverso il data mining, le machine learning e il profiling – con l’obiettivo della produrre scelte, opzioni, condotte che non pertengono a nessuno, attestino l’attiva ingerenza della decisione aziendale (in senso lato politica). C’è uno scopo di governo in quelle macchine cui frettolosamente è stato attribuito il nome di intelligenza e che si presentano come neutrali tecnologie problem solving.[18] Questi supporti incredibilmente potenti di memoria sono cooptati, eterogestiti, controllati e modulati da poteri sociali. La sfida è dunque politicizzare il discorso, non subirlo.


[1] Cfr. su Lacan politico, ampia la letteratura, cfr. Y. Stavrakakis, Lacan & the political, Routledge, London 1999; L. Bazzicalupo, Lacan politico? in «Teoria e critica della regolazione sociale», 2, 13, 2016

[2] O. Marchant, Post-founfational Thought: political difference in Nancy, Lefort, Badiou, Laclau, Edimburgh U.P., Edimburgh 2007

[3] S. Zizek, Il soggetto scabroso, Cortina, Milano 2003,

[4] S. Zizek, L’Epidemia dell’immaginario, Meltemi, Roma 1997

[5] G. Deleuze, F. Guattari, L’Anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1972;

[6] M. Thatcher, ” L’economia è il mezzo, l’obiettivo sono le anime”, intervista al «Sunday Times», 7-5-1988

[7] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-79), Feltrinelli, Milano 2005; L. Bazzicalupo, Il governo delle vite. Biopolitica e economia, Laterza, Roma-Bari 2006

[8] L. Bazzicalupo, Diritti e valutazione nella governamentalità neoliberale, in «Ars interpretandi», 1, 2015, pp.65-80

[9] «Ogni perversione è un altricidio»,annulla il rapporto con l’altro:G. Deleuze, Logica del senso, Feltrinelli, Milano 2007 p.281

[10] M. Magatti, La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto, Feltrinelli. Milano 2012, p. 197

[11] I. Pelgreffi, Filosofia dell’automatismo. Verso un’etica della corporeità, Orthotes, Napoli-Salerno 2018

[12] G. Deleuze, «Poscritto sulle società di controllo», in Id., Pourparler, Quodlibet, Macerata 1999, pp. 237 ss

[13] F. Guattari La rivoluzione molecolare, Einaudi, Torino 1978 p. 207 corsivo mio

[14] A. Rouvroy, Th. Berns, Le nouveau pouvoir statistique, in «Multitudes», 40, 2010  Eid, Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation in «Réseaux» n. 177, 2013, pp.163-196

[15] M.Al Atiqui, Echo Chamber and Polarization in social Media, Springer, Jakarta, 2023

[16] B. Stiegler, De Canguilhem a Nietzsche: La normativité du Vivant, in Le Blanc (ed.) Lectures de Canguilhem, Ens, Lyon 2000.

[17] E. Gagliasso, Lontani dal determinismo: reti di relazioni vincolate, in «Etica&Politica», XVIII, 2016, 3, pp.75-90

[18] N. Srnicek,Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Roma, Luiss, 2017



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