
Ritorni, ritornanti
un testo inedito di Jean-Charles Vegliante
***
Una volta ancora, credo l’ultima
torno e tornano gli amici mancati (si dice)
da poco. Sono dietro l’angolo, fusi nel paesaggio sono
dell’Aurelia, nelle traverse assediate da canneti
immemorabili, dimenticati chissà come
dagli imprenditori berlusconiani – ma
non siamo a Milano, mi fai. Come
se non lo sapessi: questa era la mia città
(per modo di dire), che riconosco e
non so. Cosa sappiamo? Cosa so io delle miracolose
retrouvailles, dove e quando, “forse non pur
per lor, ma per le mamme”, se la mia
fantasimamm sta da qualche parte o
pure non è… o magari “è”, senza potere
stare. Sotto questo tal sole. Anche qui l’aria manca, quanti
mancano all’appello, quanti non riconosco
nell’intonaco screpolato di tetro giallo ocra
che pure volti ciechi evoca a sera, fiochi,
quanti per stradine ridotte a street food sterminati
non vedono, non mi vedono, se per caso
qualcuno si ricordasse del goffo falso
studente che fui qui dietro, intorno
alla biblioteca del Collegio Romano
e al piedone di Iside la psicopompa. Scomparsi
nel tempo – non relativo ma millefoglie sì…
Ahi come amore bruciava in quei vicoli,
come tristi fummo pietosamente a poche braci rosse,
a striduli canti nelle sere sciupate,
a qualche suicidio di allegri goliardi
patiti d’eros e di vinello sfuso, buttati, addio.
Ahi, che tempo risucchiato dal buco nero
della nostra spensierata corsa al niente,
oggi delegata allo schermo dove sto io
allineando queste fiacche parole inutili
e forse di aiuto, non saprò mai per chi.
Ancora una volta, qui per leggere
parole forse inutili o di aiuto ma per chi?
Quando scrivi non sai mai per chi, certamente
non per la “gente”, né per nessuno (ahi, la dòtta
stupidaggine dello scrivere intransitivo!), né
soltanto per sé, anche se nelle sere squallide
può aiutare. Sostenere? Non si sa per chi, “ma scrivi”,
diceva l’amico – un altro scomparso dietro forse
quel muro, la quinta dipinta del cielo romano –
ma milanese ancora egli, europeo per sempre. Ora
ci siamo, addio addio, se ancora siamo, dove.
Ancora quell’odore di bombolone e zucchina
fritta, dai, l’eternità resiste, almeno qui.
Di nuovo dunque lungo queste piste desertiche
di catrame e di lacrime… (Omissis)…
Scrivevo, quanti anni fa: Corre e corre l’autobus
verso la forse mia antica zona di ammarraggio,
dove sempre in transito forse giacqui.
Quante immagini immaginate nell’intonaco
nelle buche nelle nuvole che viaggiano
tanto più ardite di noi per il cielo inquinato
delle città, e nei volti di quei passeggeri che
non conosceremo mai. I morti ci seguono,
non riescono a staccarsi del tutto e tornano
di soppiatto, anche in un minuscolo animale
irrilevante, in una cadenza del balbo mendico
timido, in un movimento brusco della carta
buttata nel cortile – e una corrente d’aria strana
la rianima per un istante, come il nostro ricordo
degli amici assenti, dimenticati quasi, ma no,
ecco che gira e gira, e viva sfarfalla.
Vista dall’alto sembra una sequenza breve,
enigmatica, di un corto molto corto metraggio
di Beckett, una chicca da non perdere se per caso…
Affidiamoci al caso, i pensieri si seguono nei
sogni che sono la vita, nella mente “a le sue
visïon quasi divina”, nella memoria involontaria
di un’esistenza precedente ogni ricordo.
C’entra l’inconscio, certo, ma forse pure
una non-memoria tornata in sogno, di una vita
mai vissuta eppur sentita e condivisa con altri
pochi vicini e perduti nella spensieratezza
di quegli anni – dove andati, per chi mancati,
per “le immemori palpebre” sempre vigili?
A volte una stretta opprime il petto di chi
viaggia senza sapere se arriverà un giorno
in quella rada di calma, in quel pardis promesso
parvis dove alfin riposare. “To sleep, perchance
to dream” e il seguito… sempre all’erta, sempre in cerca
di chi ti capirà meglio di te stesso, meglio
della fantasimamm sotto le palpebre, del
dio che tutti cercano. Invano clamantes nel “solido
nulla”. Ahi, quante parole si aggirano invano,
non servono se non per pochi minuti
ad alleviare il terrore del tempo scomparso, della
Sion tradita, travolta. Ma quanti cantano allegri perché,
sull’autobus accanto, sulla corsia al bordo quasi invaso d’erbe,
sullo scivolo irremeabile all’inutile sperpero
d’una gioventù sfaccendata disperata
senza saperlo. Cosa sappiamo, dimmi tu,
dimmi dove siamo su questo pianeta folle.
I veri folli son fuori, e non c’entra per
niente il buon Basaglia, e quanto pericolosi
se gli avete dato voi una briciola di potere,
ignari della fregatura del voto senza
rude preparazione discussione argomenta
azione. Certo che se ne approfittano
e durerà il tempo di un mandato
(mai imperativo, guarda il caso)
buttato nell’urna a capofitto
e poi qualche incidente opportuno a raffermare
l’adesione dei seguaci ciechi di social plaudenti
avvilenti. O un matrimonio esclusivo – tutti felici
di esserne fuori: ma non è da tutti, sai…
magari sul sagrato a prendere al volo
baci scoccati dalla sposa, confetti
coriandoli sguardi pungenti del capo –
non si sa mai, se un giorno dovremo avere
bisogno d’una spintarella, sappiamo eh
come vanno le cose. Sul sedile avanti
qualcuno chiama amici al cellulare
abbassando la voce a contatto avvenuto,
“T’es où?” – E tu chi sei per giudicare, seppure
in imo pectore, guarda il paesaggio
seppur ferito, guarda il cielo giallognolo
adesso, intonato ai ruderi della città
dove, lo sai, infelice sarai come sempre,
anche se qualche sparuto lettore (forse)
ti aspetta. Tu cerchi di orecchiare le parlate
di altri viandanti migranti strani, suoni
nuovi per te che torni, come prima povero
in un paese arricchito dimentico
del proprio passato, ormai ribaltato
(la Proletaria s’è rimossa!) e spesso
dai peggio americananti tentato.
Per fortuna che non c’è qui il petrolio…
pensa che influencer labbrone ci sarebbero
in giro, da paura… già che… Per fortuna nulla
quiii c’è scritto (ti tocchi la fronte brulla)
e ti viene da ridere, finalmente, sei
forse tornato davvero dove non volevi
e bramavi – tale il cervo solitario, là:
ma non qua, attento a non sbagliare se devi
restituire il compito della tua appartenenza
la prova della non demenza e pericolosità.
Sempiterna prova da esibire, Vos papiers
– e chi li ha, chi ha la giusta otorizzazione,
come diceva lo zio, strizzando l’occhio
come a dire Non ti preoccupare, piccirì.
Popolo dianzi errava, ora si risvegliò:
non crede più alle ombre ritornanti, a
“i buoni, i poveri morti” – ah, chi s’è visto
s’è visto, e trionfano i bulli della finanza
facile, ognuno “contro l’altro armato”,
vecchi fanciulli che hanno amato odiato
le maestre e i prof colpevoli di Ragione
quando essa non serve più, e lo sapevano
loro, disperati desperados incravattati.
Mai portato la cravatta, mi rendo conto
immalinconito di colpo: avessi un libro
almeno un giornale da leggere (si va
sul volgare: chi me la prende codesta strana
tiritera o treno o teoria detta poesia)
mi sento nudo! mentre è tempo di corazze!
Tempo di scudi elmi armature catafratte sicurtà
cybersicurezza e soprattutto peritarsi
di avere in mano le carte giuste, the cards:
“Do you have the cards” disse il capo e quel mondo
di colpo cambiò, ora si risvegliò.
Ora non serve più ragione, la logica
e verità sono stravolte, le analisi
di spirito subtilis buttate alle ortiche,
anzi servono solo a disperare quelli
come noi rimasti al palo sopravvissuti
non siamo se non sopravvissuti, in sospensione
sul ciglio della strada sospesa che adesso
percorriamo a rompicollo. L’autista
aumenta il volume della sua musica
forse per non sentire i cellulari
che urlano e bippano e svegliano il pargolo
indiano o bangladese distrutto dal viaggio
interminabile da un mondo antico
a questo, che neanch’io riconosco.
Il disincanto genera l’odio di tutti
contro tutti. Rari conati di compassione
si pagano cari (vedi Nietzsche), per
quel che valgono: spesso di maniera,
per il rondone il canarino del vicino,
il cane randagio orbo da un occhio,
e va bene, Gaza è lontana, Kyïv pure,
noi stiamo qui, c’è chi soffre il freddo d’inverno
– la fame un po’ meno, quoique… – autista,
che ne dice lei, se abbassa il volume?
Lui faceva il tipografo, che bel mestiere,
poi con l’IA non ebbero più bisogno
lo esonerarono: ed eccomi qua, sempre
meglio di rider, moderni schiavi, no?
Purtroppo sono scomparsi i pretini in sottana
i gessetti sulle pedane, le bombe e altre bontà
da intingere nel cappuccio, le panciute misure
di vino dei colli, l’abitudine alle mezze porzioni
e il caro Carosello, benché stupido “a prescindere”…
Ubi sunt, mi chiedo mentre il cielo si tinge
di giallo, sarà scirocco, sarà segnale d’aldilà,
l’aria inquinata fino a mille metri e passa,
quei modesti piaceri di chi pochi soldi
poteva regalare financo al figlio Bruno
Ricci, felice per una mozzarella in carrozza
con tanti fili di formaggio filato, che gioia
triste! Un tuffo, una stretta al petto, aria
dal finestrino, ma protestano se tenti
di aprirlo, c’è il clima auto, ao turista!
E sì, la nostalgie n’est plus ce qu’elle était,
sarà colpa del tramonto che avanza,
del vecchio occidente, dei dirigenti
tristi arroccati a che, non si capisce
ma tutti pronti a trucidare pur
di rimanere sul solio d’oro colato.
Altro che “Palazzo”, se sapessi tu, povero
trucidato di questa società anonima!
da poco si festeggiarono i cinquant’anni,
quasi una eternità, ma i più giovani
ancora ti leggono. Qui invece siamo
alla scrittura automatica, così lontana
dalla tua controllata, calcolata
forse un po’ troppo – ai posteri dei posteri
ecc. ecc. (altri omissis).
La corriera intanto corre, l’aria all’interno
si fa sempre più greve. Alcuni dormono, beati
e pure la mia testa scende lentamente
verso il petto degli umori timici, spesso
invadenti lo riconosco: fossi più giovane –
ci penso come a un ritorno d’estate –
delle volte sarei tentato, ma sì,
davvero, di mettere una b * * * a, dove
so io. Mi riscuoto di botto e mi vergogno
solo ad averlo pensato nel dormiveglia
che fra poco ci scaricherà nei luridi
dintorni della stazione Termini.
Anche l’orchestra di Piazza Vittorio
mi dicono ha smesso, fatto il suo tempo,
e noi il nostro, quasi vintage curiosità
dei “banali anni Ottanta” senza neanche
lo sfarzo sapiente del Nome della rosa
(di Jean-Jacques Annaud) in giacca lisa e rósa.
Il ragazzino figlio di emigrati
tornato per una breve vacanza
nel paesotto dei suoi antenati
scopre con bassa sorpresa vergogna
che gli altri adolescenti hanno vestiti
molto più trendy, con marche alla moda
tiene gli occhi abbassati sulle scarpe
polverose logore, pensa al puzzo
dopo il lungo viaggio detto rimpatrio.
Non c’è rimpatrio che valga
per chi non ha fatto fortuna e non sfoggia
tenute orologi macchina o moto o
tracolla e collana 750… e si vede,
si vede che sono bulli maranza doc
ma pronti allo scherno, se capita al pestaggio
(ti ricordi di Willy? “Fosse la regina…”)
come gioco, come softair, come imbecilli
e tu non conti, sei nulla, nullatenente
senza le sneakers giuste ai piedi, che forse
puzzano. E allora giù, daje anche tu,
lascia esplodere la rabbia, la rabbia
per questo paese una volta gentile,
fino almeno al 1994, può darsi,
poi a capofitto nell’abisso della roba,
panettone taroccato e abusivismo,
nazionalismo calcistico e omicidi
familiari “l’un contro l’altro armato”:
la madre: “Voleva i soldi per la droga”,
“Pesta l’anziano per rubargli la pensione”,
“Brucia vivo il fratello per 300mila euro dell’assicurazione”,
se non basta così si può continuare…
L’unica domanda sarebbe – Cosa fare?
Ma non lo sai, nessuno risponde,
non si crede più alla Iskra, alla Pravda,
né tantomeno a qualsiasi dittatura
(non se ne ha più bisogno) poiché
il consenso sembra acquisito, volontario,
delegato a voti cosiddetti democratici
con l’attenuante degli sfoghi sui social,
anonimi cosiddetti leoni da tastiera,
linguaggio semplificato a pochi slogan
e surrogato con pletora di emoji. Droni e
missili se necessario. Democrazia di opinione, diffidenza
verso l’argomentazione razionale,
corto circuito facile tra emozione
e convinzione, dalla trippa al cervello, direct,
infine odio ottuso per gli intellettuali
supponenti o pretesi tali.
L’ombra d’un pino, la sagoma sacra
di colpo mi sveglia – incerto di aver visto –,
mi soffia col vento tiepido foglie vere,
mi avverte che no, non tutto è stato cancellato
né ti hanno plagiato, né ti rubano il corpo
(uomo di pena semplice, figlio di nadie)
o la mente che non erra, o le sudate carte
dei maestri e amici che voltarono l’angolo
ma adesso qui li ritroverai benevoli,
e loro ti ascolteranno nascosti,
pronti a ricevere il muto omaggio
di chi veramente li amò.
Lascia indietro la tua ansia
e la rabbia inconclusa:
bastano quei due
gatti che sentono
la tua voce,
si toccano
forse
commossi
e non sai,
ma per un po’
quasi eternità
non si faranno più
male mai più, credilo
(solo per questo
poco, vale
la pena:
la penna
pena…
***
Nota: sono convocati, nell’ordine: Dante, Fortini, Foscolo, Beckett, Dante, Pascoli, Shakespeare, Leopardi, Basaglia, Pascoli, Manzoni, Trump, Nietzsche, De Sica, Simone Signoret, Pasolini, Manzoni, Sereni, Eco e Annaud, Willy M. Duarte, Berlusconi, Manzoni, Lenin, Dante, Leopardi, Ungaretti.
