Pubblichiamo di Alessandro Simoncini: L’invenzione del Sud e il razzismo italiano. A partire da due libri recenti.

Pubblichiamo di Alessandro Simoncini: L’invenzione del Sud e il razzismo italiano. A partire da due libri recenti.

4 Gennaio 2026 Off di Mario Pezzella

 

  1. Nascita del Sud dallo spirito del colonialismo: su Il rovescio della nazione di Carmine Conelli

Della questione meridionale non si può più parlare restando “all’interno dei confini della nazione italica”[1]. A sostenerlo è Iain Chambers che, nella sua postfazione a il Il rovescio della nazione, attribuisce a  Carmine Conelli il merito di averlo capito. Nel libro Conelli sostiene infatti che la questione meridionale non è mai stata esterna alla modernità e che va quindi studiata a partire dal suo lato osceno. Quest’ultimo non coincide solo con la “furia coloniale” che gli Stati europei hanno esercitato su Americhe, Africa e Asia fin dal XVI secolo, ma comprende anche il dominio subito dalle zone povere e rurali dell’Europa sette-ottocentesca. Adottando uno sguardo inferiorizzante affinato nelle colonie, già dal XVIII secolo le élite europee hanno preso a rappresentare il Sud d’Europa come barbaro e sottosviluppato. Ed è a partire da questo sguardo che Conelli indaga la costruzione dell’idea di Mezzogiorno tenendo sullo sfondo una mappa globale capace di mostrare come, per tutto l’arco del Moderno, il Nord abbia sempre pensato “«settentrionalmente» al Sud come a un non-ancora Nord”[2]. Certo, il processo dell’unificazione italiana – scrive Conelli – non ha seguito le logiche coloniali del dominio totale praticato in Africa e nelle Americhe[3]. Tuttavia,  prima, durante e dopo il Risorgimento, la costruzione del Sud è avvenuta all’ombra dell’immaginario coloniale attraverso cui l’Europa si era confrontata con il resto del mondo. Il Sud è nato insomma come il “lato oscuro del nuovo Stato-nazione italiano”[4].

In altri termini, secondo Conelli, l’identità italiana ha preso forma stigmatizzando un altro interno concepito secondo schemi e logiche di tipo coloniale. Come gli Stati moderni europei si sono edificati inferiorizzando le popolazioni colonizzate, così l’Italia si è unificata costruendo l’immagine del Sud e delle sue classi subalterne come qualcosa di altro rispetto alla modernità. Le borghesie del Nord hanno messo in circolazione tutta una narrazione inferiorizzante che rappresentava i ceti popolari del Sud come una “razza maledetta” e come un grave ostacolo per la modernizzazione del paese[5]. Questa narrazione, costruita con il contributo centrale dell’antropologia positivista, veniva veicolata tra le masse perfino dal Partito socialista: in nome del progresso, come aveva denunciato Gramsci[6]. Le responsabilità però – sostiene Conelli – non sono delle sole classi dirigenti del Nord. Già in età preunitaria, infatti, erano sono state proprio le élite meridionali a indicare “le classi popolari come prototipo di quel Sud barbaro da rieducare e civilizzare che sarebbe presto entrato nel repertorio dei funzionari piemontesi”[7]. Partendo dall’“immaginazione anticoloniale” dei Quaderni gramsciani interpretati alla luce dei Cultural studies e dei Postcolonial studies[8], Conelli sostiene che l’immagine di inferiorità e di atavica arretratezza del Sud – l’immagine “orientalista” ancora oggi attiva nell’inconscio sociale degli italiani – è stata inventata dalle classi dirigenti settentrionali e da quelle  meridionali, attraverso pratiche e discorsi di matrice coloniale in cui la “linea del colore” e il pregiudizio di classe si sono intrecciati rafforzandosi reciprocamente[9].

In questa loro azione oggettivamente congiunta – sostiene Conelli –, le élite italiane hanno attinto anche inconsapevolmente a un “archivio coloniale globale” che è venuto stratificandosi fin dal XVI secolo[10]. Fin da quando, cioè, tornando dalle missioni di evangelizzazione nelle Americhe – come osservava Ernesto De Martino – il gesuita Girolamo Nadal parlerà delle “Indie d’Abruzzo”; e, dopo avere attraversato i territori sperduti delle montagne calabresi e siciliane, nel 1575 Michele Navarro li concepirà come un laboratorio per la missione nelle Americhe parlandone espressamente come delle “nostre Indie di qui”[11]: Indie italiane in cui tante anime, solo superficialmente sfiorate dalla civiltà cristiana, “vanno perdute a cagione della [loro] spaventosa ignoranza”[12]. Inizia qui l’idea che l’Europa cristiana detenga la vera civiltà e debba esportarla sia nel resto del mondo che nelle proprie periferie più remote. La “colonialità” nasce con la conquista delle Americhe, asseconda il predominio europeo sull’Atlantico durante l’emergenza del capitalismo e permea subito l’immaginario politico dei moderni. Fin dagli inizi l’Europa si definisce come il culmine del progresso attraverso il confronto con un’alterità primitiva, esterna ed interna, che le fornisce senso e ne esalta la “civiltà”[13].

Seguendo Enrique Dussel, Conelli sostiene che nel XIX secolo si consoliderà una narrazione di matrice hegeliana secondo cui i paesi dell’Europa del Sud si collocano a un gradiente di civiltà minore rispetto a quelli dell’Europa del Nord[14]. Le élite nordeuropee costruiscono la propria identità e la propria egemonia in opposizione alle società sudeuropee, che – come quelle del Sud Italia (già conosciute dagli aristocratici nordeuropei durante il loro Grand Tour) – verranno progressivamente stigmatizzate con tropi orientalisti per la loro inciviltà. A proposito dei napoletani, Ernest Renan parlerà ad esempio di “bruti” che inscenano quotidianamente il “disgustoso spettacolo” dell’“estinzione assoluta di qualsiasi sentimento morale”[15]. Come ha sottolineato Nelson Moe, le genti del Sud appartengono per lui a una “forma inferiore di umanità, disgustosa, degradata e vile”[16].

Confrontandosi con le classi dirigenti europee e smaniose di modernità, le élite italiane – del Nord e del Sud – interiorizzano la classificazione coloniale secondo cui l’uomo nordeuropeo è saldamente ancorato al vertice della “nuova piramide sociale globale”[17]. Ne ricavano per emulazione un’immagine inferiorizzante del Meridione e delle sue classi popolari, alimentando su entrambi una “circolazione continua e transnazionale di stereotipi”[18]. Così, durante il processo di  costruzione dello Stato unitario, “nell’intento di poter essere riconosciute come parte di quell’Europa moderna che stava disfacendosi nel Mediterraneo”, le élite italiane costruiscono “sistematicamente il Meridione come il rovescio della nazione”[19]. Per Conelli, il processo ha un’accelerazione decisiva con la repressione borbonica dei moti liberali nel Regno delle due Sicilie e con l’adesione popolare che essa fa registrare. Da allora, sul calco dei lazzari napoletani bollati come reazionari e premoderni, le plebi del Sud sono rappresentate sempre più come genti incapaci di “pensare seriamente alla libertà, […] comprenderla, volerla” – come dirà il liberale napoletano Francesco Trinchera[20]. E il presidente del parlamento piemontese Giovanni Lanza sosterrà apertamente che quelle genti dovevano essere rigenerate “civilmente e politicamente” dagli “italiani del Nord”, a cui spetta quasi naturalmente questa “ardua missione”[21]. È con discorsi di questo genere – sostiene Conelli – che, marcando “una differenza radicale dalle popolazioni del Sud”, i liberali italiani cercheranno di ritagliarsi un posto al sole “nella costellazione della modernità europea”[22]

Conelli evidenzia che il “lato oscuro del Risorgimento” – quello elitario e legato alla possidenza – è imbevuto di colonialità e ha subordinato la questione sociale a quella nazionale, come del resto fecero anche molti meridionalisti [23]. È quel Risorgimento ad avere giocato un ruolo decisivo nell’invenzione del Sud come parte barbara della nazione da rigenerare e delle sue classi popolari come “altro interno” indesiderato, immorale, da civilizzare. In pieno stile coloniale, ad esempio, il luogotenente nelle province meridionali Carlo Farini assimilava il Sud all’“Affrica”, intendendolo come alter ripugnante dell’Europa e dello stesso Piemonte. Ma anche Giuseppe Massari, segretario ufficiale di Cavour dal 1858 al 1860 di origini meridionali, parlava di Napoli come di un “Paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte”[24]. Il brigantaggio, interpretato come mero fenomeno criminale contro cui scatenare l’inflessibile intervento repressivo sabaudo (e non certo come esito della delusione per il tradimento delle promesse garibaldine di fine baronia e riforma agraria), sarà poi il laboratorio decisivo in cui verranno prodotti gli stereotipi sulla barbarie banditesca meridionale antimoderna: stereotipi che circoleranno ampiamente nella pubblicistica dell’epoca[25]. E in tutto il Sud, che pure non verrà mai governato come una colonia, saranno adottate alla bisogna forme di “governamentalità coloniale”[26].

Parallelamente alla guerra contro il brigantaggio si affermerà l’egemonia della scuola di antropologia positiva e il discorso risorgimentale sul “paradiso abitato da diavoli” si tingerà sempre più di razzismo verso i subalterni del Sud[27]. Del resto – ricorda Conelli – Lombroso aprirà il cranio del contadino Giuseppe Vilella  partendo dal sospetto che egli fosse un brigante, scorgendo nel brigantaggio l’esito di “un mancato sviluppo del senso morale collettivo” nelle classi popolari del Sud[28]: classi appartenenti a una razza mediterranea, “inadattabile, impossibile a progredire e ad evolversi”[29]. Inserite in “società ancora bimbe e primitive” – aggiungerà il suo allievo Alfredo Niceforo –, quelle classi necessitano “dell’azione energica e qualche volta dittatoriale di chi le strappi dalle tenebre”[30]. Attingendo a piene mani all’“archivio coloniale globale della modernità europea”, gli antropologi positivisti legittimano così la gerarchia dei popoli e delle classi nel nome del progresso e della civiltà[31]. Durante il processo di unificazione, l’immaginario coloniale è quindi servito a razzializzare le popolazioni meridionali permettendo alle élite italiane di avvicinarsi “alla costellazione della modernità europea” sul piano simbolico[32]. In quella costellazione, l’Italia liberale cercherà di entrare molto materialmente con il suo progetto di colonizzazione in Africa. Come ha osservato Michele Nani, l’avventura coloniale italiana permetteva di “proiettare all’esterno l’inciviltà e l’esotismo”, oltre che di “ridimensionare l’alterità interna” in funzione nazionalista[33]. Questo però non cancellerà le rappresentazioni inferiorizzanti del Sud e delle sue genti, che saranno invece riarticolate alla nuova temperie coloniale. Con la propaganda crispina e più tardi con quella fascista, i contadini e i subalterni del Sud saranno invitati ad abbandonare l’arretratezza diventando “colonizzatori oltre che emigranti, per non restare briganti”[34].

Il problema di governare l’arretratezza del Sud e dei suoi subalterni si riproporrà dopo il fascismo e la guerra. Sulle ceneri della riforma agraria si imporrà l’intervento straordinario dello Stato a sostegno della promessa di modernizzare il Meridione industrializzandolo. Anche il Pci – ricorda Conelli – sosterrà l’idea che “con le fabbriche non si sarebbe ottenuta soltanto la possibilità di riallineare il Sud nell’orbita del progresso italiano, colmando il divario con il Nord”, ma si sarebbe colta anche “l’occasione di alfabetizzare alla lingua del produttivismo operaio e della coscienza di classe masse di contadini e «sottoproletari»”[35]. Il Sud veniva quindi letto di nuovo come un “non-ancora Nord”. Come avrebbero poi sostenuto gli operaisti Alessandro Serafini e Luciano Ferrari Bravo, però, questa immagine civilizzatrice della storia – che riproponeva in forme nuove il discorso della colonialità – non restituiva la vera cifra della modernizzazione italiana, in cui l’“arretratezza” del Sud era pienamente funzionalizzata allo sviluppo capitalistico del Nord: non solo attraverso la penetrazione dei capitali settentrionali in Meridione, ma anche  attraverso il controllo della mobilità della forza-lavoro meridionale. Dietro il cosiddetto “miracolo economico” c’era infatti la poderosa migrazione interna di contadini e subalterni meridionali, la cui forza lavoro sarà sfruttata intensivamente nelle fabbriche del Nord, in condizioni di precarietà e talvolta di semi-clandestinità[36]. Ma sarà anche centrale per costruire la forza dell’operaio-massa, una nuova soggettività del lavoro che in quelle stesse fabbriche contesterà radicalmente il comando capitalistico[37].

Quando restavano al Sud, poi, i contadini e i subalterni meridionali continuavano ad essere rappresentati come individui arcaici e pre-moderni; o come ribelli delle cui lotte anarcoidi nemmeno il Pci –  che pure le supportava cercando di ricondurle alla modernità del socialismo operaio del Nord – riusciva a cogliere la specificità, che affondava nella memoria di lunga durata delle “rivolte contro l’assetto della proprietà fondiaria meridionale”[38]. Lo stesso accadeva con le classi popolari napoletane. Le classi dirigenti le stigmatizzavano come arretrate, oziose, individualiste, indisciplinate, incivili, criminali, eredi  malate di una “razza maledetta”. Il Pci le considerava come un sottoproletariato immaturo, ribellista, in parte extralegale o come un proletariato eterogeneo, frammentato, fragile, informale. Gli preferiva perciò di gran lunga i dignitosi e disciplinati quadri dell’Italsider di Bagnoli. Tra la fine degli anni ’60 e nel corso degli anni ’70 però – sottolinea Conelli – sarà però proprio questa soggettività subalterna ed eterogenea ad ingaggiare  qualcosa di simile ad una “politica dei governati”[39]. Si renderà infatti protagonista di una densa stagione di lotte contro la disoccupazione, per la casa, per il lavoro, per il reddito, per l’autoriduzione delle tariffe e per l’autorganizzazione dei comitati di quartiere: in una parola per l’“autonomia […] come comportamento e non come organizzazione”[40]

 

  1. Razzializzazione e “razzismo interno”: su L’Italia è un paese razzista di Anna Curcio

L’affermazione del neoliberalismo non ha dissolto il discorso sull’arretratezza del Sud e dei meridionali, che ha invece acquisito un rilievo sovranazionale emerso con forza dopo la crisi del 2007-2008. In Europa, ad esempio, la logica civilizzatrice di quel discorso ha rappresentato i paesi dell’Europa meridionale come Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna): come porci indebitati, colpevoli di cattiva amministrazione, incapaci di attestarsi sulle performance economiche virtuose dei paesi nordeuropei. Il Mezzogiorno, integrato in questo Sud Europa in fin dei conti uniforme e irredimibile, continua ad essere contrapposto al Nord: ne è ancora il “lato negativo” e l’“indispensabile altro interno”[41]. Per dirla con Franco Cassano, il Sud resta una “forma incompiuta di Nord”[42] popolata da genti oziose e improduttive, anche se magari di buon cuore, calorose e accoglienti: genti indisponibili a lavorare sodo per dotarsi del capitale umano necessario alla competizione di mercato, identificata ormai con l’ordine naturale delle cose. Si riproduce così l’idea che “esiste sempre qualche italiano più civile, più progredito, più sviluppato, più europeo dell’altro”, a seconda della regione di provenienza e della condizione sociale di appartenenza[43]. Si tratta di vecchi e nuovi cliché condivisi anche da buona parte dell’élite meridionale, che – ben nutriti di colonialità e orientalismo – restano a tutt’oggi “radicati nell’inconscio collettivo italiano”[44]. Intanto le società del Sud e quelle del Nord continuano ad essere segnate da profonde differenze di classe, di genere e di razza.

In questo senso, come ha recentemente sostenuto Anna Curcio, “l’Italia è un paese razzista”[45]. Non perché sia peggiore di altri paesi europei o del mondo, ma perché al pari di tutti gli altri necessita del razzismo per strutturare l’ordine societario in senso capitalista. Per dirla con Ruth Wilson Gilmore, “il capitalismo ha bisogno di disuguaglianza e il razzismo la garantisce”[46]. Il capitalismo ha bisogno di differenze e il razzismo permette di produrle: permette cioè di gerarchizzare la popolazione assegnando alle sue singole parti posizioni sociali differenti in base alla “razza”. Certo – ricorda Curcio –, dal punto di vista biologico la razza non esiste: dopo la fine della seconda guerra mondiale lo hanno definitivamente chiarito i biologi democratici. Eppure la razza esiste come una categoria sociale che opera al fine di “organizzare i rapporti tra i soggetti nella società capitalistica”[47]. Per Curcio, infatti, il razzismo non è il semplice frutto dell’ignoranza o dell’odio[48]. È invece “un modo di organizzare la società, di costruire gerarchie interne alla cittadinanza e al mercato del lavoro, di definire aspettative soggettive, opportunità e forme di vita”[49]

Il razzismo è servito storicamente a produrre le differenze tra individui, a gerarchizzarli dentro gli Stati nazionali. È servito a costruire gerarchie sociali interne alle classi per “mettere i lavoratori gli uni contro gli altri”, gestendo al ribasso il costo del lavoro e garantendo “lo sviluppo pacifico del capitalismo”[50]. È servito quindi a compensare la vita agra dei lavoratori nazionali con un “salario psicologico” e con i privilegi della “bianchezza”[51]. In questo senso, ancora oggi, attraverso il richiamo alle differenze etniche, culturali, identitarie o religiose, la razza e il razzismo operano per gestire “i rapporti sociali e produttivi nelle metropoli postcoloniali e nell’Europa della crisi (e della guerra)”[52]. L’ordine societario capitalistico ha sempre richiesto, e ancora richiede, supplementi razziali. Con Gilmore si può sostenere che “il capitalismo è fin dai suoi albori razziale e la sua eredità, il suo costante prodursi e riprodursi, continua a dipendere dalla pratica di costruire gerarchie razziali”[53]. Anche per Curcio la razza “è un elemento intrinseco e consustanziale al modo di produzione capitalistico: lo rende possibile e ne garantisce la riproduzione”[54]. Ne definisce cioè i rapporti sociali, che per funzionare secondo l’assiomatica capitalistica hanno bisogno dei “processi di razzializzazione” attivati da un dispositivo materiale fatto di “pratiche e discorsi orientati alla costruzione di gerarchie e differenze sociali”, oltre che alla produzione di “processi economici e culturali di essenzializzazione e discriminazione”[55]. Intesa come “razzializzazione”, la razza agisce nella storia in forme e modi sempre diversi: ieri sulle/i schiavizzate/i della tratta atlantica o sulle popolazioni colonizzate; oggi sui migranti internazionali; ieri e oggi, per tornare al tema, sui “meridionali in Italia”[56].

È proprio della razzializzazione dei meridionali che, in un brillante capitolo del suo libro, Curcio traccia un abbozzo storico.  Fin da prima dell’unificazione italiana – ci ricorda – essi furono oggetto di un “razzismo interno” da leggersi come il riverbero di una colonialità che fa da basso continuo all’intera vicenda storica della modernità europea. Nell’Italia risorgimentale e post-unitaria, in cui prende forma il patto gattopardesco tra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud, i ceti dominanti presentano i problemi del paese non come responsabilità delle proprie scelte politiche ma come colpa del Sud. Di fronte alle potenze europee, il “ritardo” italiano viene scaricato sul Mezzogiorno e – come scrive Gramsci – nel Nord si diffonde l’idea che esso sia “una «palla di piombo»” per il paese[57]. In questo contesto, come si è visto, l’antropologia positivista elabora il paradigma adeguato alla razzializzazione delle popolazioni del Sud. Sulla scia di Lombroso, Niceforo definisce il Sud un “anacronismo perfetto”, un “vero e proprio atavismo sociale[58]. Giuseppe Sergi scrive che il Mezzogiorno è abitato da individui “ribelli, indisciplinabili, e anche spesso ineducabili”: individui di stirpe mediterranea con influenze africane, talvolta creativi e geniali, ma indolenti e più inclini al crimine degli “arii” del Nord, che sono per natura più laboriosi, “più facili all’ordine, alla disciplina e all’educazione”[59].

Sullo sfondo della transizione al capitalismo, mentre prende forma un modello economico in cui il Nord agisce come  “una «piovra» che si arricchi[sce] alle spese del Sud” – dirà ancora Gramsci –, durante l’età giolittiana si diffonde una narrazione razzializzante che impone nel senso comune della gente del Nord l’idea secondo cui, se il Mezzogiorno non riesce a emanciparsi dal sottosviluppo nonostante la “liberazione” dal regime borbonico, le “cause della sua miseria” non possono essere di natura esterna: sono piuttosto “interne, innate alla popolazione meridionale”, dovute cioè all’“incapacità organica” delle genti del Sud, alla “loro barbarie”, alla “loro inferiorità biologica”[60]. Mentre monta l’idea di un’espansione coloniale capace di rendere la nazione più forte, moderna ed europea, e mentre si insedia un razzismo coloniale che negli anni ’30 diventerà feroce (anticipando anche le leggi razziali antisemite del 1938[61]), è sulla base di questa tonalità emotiva che, nell’Italia liberale, le popolazioni meridionali vengono razzializzate.

Nel secondo dopoguerra, il razzismo interno riaffiora in superficie accompagnando l’ascesa del fordismo italiano. Milioni di braccianti sono espulsi dalle campagne e – come si è visto – la disoccupazione strutturale del Sud diventa un fondamentale bacino di approvvigionamento delle fabbriche del Nord. È in questo contesto che viene rilanciato il discorso razzista sul Sud arretrato e sui meridionali incapaci, vagabondi e pericolosi. La razza, intesa come “frattura interna fondativa dell’identità nazionale – scrive Curcio chiosando Serafini e Ferrari Bravo –, è riattivata come specifica «funzione capitalista» all’interno di un processo duale tra sviluppo e sottosviluppo, dove la costruzione della razzializzazione e del sottosviluppo del Sud è funzione dello sviluppo del capitalismo industriale del Nord”[62]. Clandestini in patria per via degli effetti della legge contro l’urbanesimo che ostacola l’immigrazione nei centri industriali, e spesso privi di residenza, i meridionali sono iper-sfruttati sul lavoro e vivono in case-baracche di periferie operaie o in soffitte affittate a prezzi esorbitanti (con i gabinetti “nei corridoi, a volte uno per 40-50 persone, per più di 10 famiglie”)[63]. Il miracolo economico trova qui il suo lato osceno e il razzismo antimeridionale serve a frammentare la classe operaia: a minare la solidarietà “tra i vecchi operai settentrionali e le nuove figure del lavoro che li stavano sostituendo”[64]. Tra queste – lo si è detto – c’è l’operaio-massa che criticherà duramente la società fordista e le “gerarchie della razza” che la tengono in forma[65].

Nell’età della globalizzazione neoliberale, di fronte alle migrazioni internazionali il dispositivo della razzializzazione torna ad agire ai quattro angoli del globo: anche nell’Unione europea e in Italia. Incapaci di fare i conti con il proprio passato coloniale, i vari governi italiani riattivano progressivamente la colonialità sui migranti postcoloniali. Allestiscono cioè un dispositivo di controllo della mobilità migratoria che da una parte esclude necropoliticamente – con le morti in mare, il respingimento, l’esternalizzazione delle frontiere e l’allestimento di campi di varia natura – e dall’altra include biopoliticamente in modo differenziale tutte le lavoratrici e i lavoratori migranti necessari a far funzionare gli alvei più precari ed etnicizzati della produzione e della riproduzione sociale (come il settore agricolo stagionale, quello turistico o quello della cura)[66]. Il governo postcoloniale della mobilità migratoria è un dispositivo a due facce: una emergenziale e sicuritaria che alimenta il timore dell’“invasione” mentre  riproduce la vulnerabilità dei lavoratori migranti (non solo di quelli che rende “clandestini” ma anche di quelli residenti); l’altra logistico-manageriale che, con il “management della razza”, mira ad includere i migranti nella subalternità garantendo la tenuta di un capitalismo neoliberale che richiede senza posa lavoro just in time, flessibile e precario[67]. A questo serve la “svolta neoliberale del razzismo” – sostiene Curcio – e in questo nuovo dispositivo i processi di razzializzazione giocano un ruolo decisivo fin da subito[68]. Dopo l’89, l’Italia si ritrova infatti rapidamente “ad essere paese d’approdo delle migrazioni dai Balcani e prendono forma nuove gerarchie della razza che avranno il compito di organizzare i rapporti sociali e produttivi nell’Europa della fine della guerra fredda e della globalizzazione”[69].

Così, la parola “albanese” diventa presto “sinonimo di delinquente” e nel 1998 la criminalizzazione dei migranti viene istituzionalizzata con la detenzione amministrativa dei sans papiers nei neonati Centri di permanenza temporanea (Cpt)[70]. Quando nel 2011 la crisi globale raggiunge l’Europa e l’Italia, i dispositivi di controllo della mobilità migratoria vengono inaspriti un po’ ovunque e – soprattutto a partire dalla cosiddetta “crisi dei profughi” del 2015 – fioriscono nuovi processi di razzializzazione per profughi e migranti. Intanto – lo si è visto – si sviluppa un razzismo antimeridionale europeo che include l’Italia tra i Piigs: paesi pigri, corrotti e inadeguati alla nuova ragione concorrenziale del mondo, che le élite neoliberali contrappongono ai paesi laboriosi, onesti e “frugali” del Nord Europa. Questa “rinnovata retorica dell’alterità mediterranea” accompagna come un basso continuo la gestione della crisi in Europa e i Piigs subiscono la terapia austeritaria della Trojka (Fondo monetario internazionale, Banca centrale europea, Commissione europea)[71]. I giovani dell’Europa del Sud, rappresentata ora come un “paradiso abitato dai porci”, ricominciano così a emigrare verso Nord[72]. Tutto ciò si riflette ben presto dentro i confini nazionali e in Italia continua, in forme nuove, la gestione “duale” dello sviluppo capitalistico attiva fin dall’unificazione[73]. Mentre l’austerità martella un Welfare già ampiamente indebolito da decenni di neoliberalismo, il Sud subisce i colpi più duri. Dalle sue regioni riprende una migrazione interna che porterà migliaia di lavoratori – più o meno qualificati – nelle scuole, negli ospedali, nei servizi sociali, nei servizi avanzati del Nord. Quando troveranno un impiego, per molti di loro questo sarà spesso a condizioni precarie e a bassi salari.

Oggi, sul versante politico-istituzionale, il progetto dell’autonomia regionale differenziata cerca di costituzionalizzare il governo duale dello sviluppo. Con la cosiddetta “secessione dei ricchi”[74], che – come ha scritto Salvatore Cingari – promette di “scavare un fossato fra le regioni del Nord e del Sud” e di scrivere “la parola fine alla storia della questione meridionale”, vengono riattivati in chiave neoliberale i vecchi discorsi razzializzanti del dibattito ottocentesco[75]. Le regioni operose del Nord e le sue genti vengono nuovamente descritte come più produttive e quindi meritevoli di essere premiate con quanto gli spetta; quelle del Sud continuano ad essere rappresentate come inoperose e perciò immeritevoli. Alle classi popolari del Mezzogiorno si imputa la colpa di non essere capaci di adattarsi al nuovo spirito del capitalismo neoliberale[76]. E, come ha sostenuto Marta Petrusewicz, “ritornano a galla tutti gli stereotipi sui meridionali: clientelari, familisti, incapaci, inefficienti, aspiranti solo all’assistenzialismo, con le amministrazioni municipali e regionali incapaci, sprecone e sempre colluse con le mafie”[77]

Il razzismo interno non è finito. Pur non esistendo in natura, la razza continua a operare come “una costruzione sociale che giustifica, legittima o accompagna una serie di rapporti sociali […] asimmetrici”, orientando in modo decisivo “modi di sentire, di essere, di percepire, di immaginare, di agire”[78]. Negare l’azione sociale della razza, magari dichiarandosi simultaneamente antirazzisti, vuole dire trascurare la diseguaglianza a cui essa dà vita: significa “negare l’esistenza di un tempo atmosferico (pioggia e vento forte, o grandine, o neve, o canicola) e – come scriveva con acume Riccardo Bonavita – studiare le smorfie di chi ne soffre le conseguenze come se […] fossero […] naturali”[79].

 

NOTE: 

[1] I. Chambers, Postfazione, in C. Conelli, Il rovescio della nazione, Napoli, Tamu, 2022, p. 212.

[2] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 8.

[3] Come sostiene invece una pubblicistica filo-borbonica la cui eco riaffiora oggi in posizioni retrotopiche, nostalgiche del Regno delle due Sicilie, che idealizzano l’identità meridionale: posizioni che, per Conelli, ammorbidiscono le responsabilità della classe dirigente del Mezzogiorno e perdono di vista la differenza tra le classi del Sud. Per esemplificare queste posizioni, Conelli fa riferimento a Terroni di Pino Aprile, in cui viene rinverdita la mitologia della floridità del Regno delle due Sicilie e si scrive che “i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto” (P. Aprile, Terroni, Milano, Piemme, 2010, p. 7). Secondo Conelli il discorso filo-borbonico nasce con una mozione alla Camera del 1861 in cui Saverio Proto Carafa di Maddaloni scrive che “il governo del Piemonte vuole trattar le provincie meridionali […] come gli inglesi nei regni del Bengala”. C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., pp. 11-115.

[4] Ivi, p. 14.

[5] Cfr. V. Teti, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, Roma, Manifestolibri, 1993.

[6] “È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile d’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualche altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il Partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale; il Partito socialista diede il suo crisma a tutta la letteratura «meridionalista» della cricca di scrittori della cosiddetta scuola «positiva», come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i seguaci minori, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la «scienza» era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati, ma questa volta essa si ammantava dei colori socialisti, pretendeva essere la scienza del proletariato”. A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale (1926), in Id., La questione meridionale, Roma, Editori Riuniti, 1970, pp. 

[7] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., pp. 14-15.

[8] Ivi, p. 36. Oltre ai quaderni 19 e 25, 3 e 7 di Gramsci (Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975), Conelli utilizza l’opera di Stuart Hall e di Edward Said. Su Said e Hall lettori di Gramsci, cfr. almeno Culture and imperialism, New York, Kopf, 1993, pp. 48 e ss. e S. Hall, L’importanza di Gramsci per lo studio della razza e dell’etnicità, in Id., Cultura, razza, potere, Verona, ombre corte, 2015.

[9] Per la “linea del colore” cfr. W.E.B. Du Bois, Le anime del popolo nero (1903), Firenze, Le Lettere, 2007, p. 18, su cui cfr. S. Mezzadra, Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, Bologna, Il Mulino, 2010. Per il concetto di “inconscio sociale”, inteso non come l’inconscio collettivo junghiano ma come l’“inconscio del collettivo” di cui ha parlato Walter Benjamin, cfr. M. Pezzella, Editoriale, Altraparola, L’inconscio sociale, 3, 2020, pp. 5-6, per cui questo genere di inconscio “appartiene all’esistenza sociale di un collettivo storicamente determinato, diviso tra il modo in cui rappresenta se stesso e l’immaginario da cui inconsapevolmente è posseduto”.

[10] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., pp. 40-41.

[11] G. Nadal, Lettera a Pietro Branca, 23 novembre 1571; M. Navarro, Lettera a Everardo Mercuriano, 24 gennaio 1575, cit. in E. De Martino, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, Il Saggiatore, 1961, pp. 22-23.

[12] Ibidem. Adriano Prosperi ha mostrato come, più di vent’anni prima, fosse stato il gesuita Silvestro Landini ad avvicinare i contadini della penisola italica (non solo quelli del Sud) ai “selvaggi’” delle Americhe. A Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 551 e ss.

[13] Sul punto cfr. A. Quijano, Colonialidad del poder, eurocentrismo y América Latina, in E. Lander (a cura di), La colonialidad del saber, eurocentrismo y ciencias sociales: perspectivas latinoamericanas, Buenos Aires, Clacso, 2003 e S. Hall, The West and the Rest: Discourse and Power, in S. Hall et alii, Modernity: an introduction to Modern Societies, Malden-Oxford, Blackwell, 1996.

[14] E. Dussel, Eurocentrism and Modernity, in “Boundary 2”, 3, 1993, pp. 65-76 e Id., Europa, modernidad y eurocentrismo, in E. Lander (a cura di), La colonialidad del saber: eurocentrismo y ciencias sociales, Buenos Aires, Perspectivas Latinoamericanas, 2002,  cit. in C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., pp. 56-57.

[15] E. Renan, H. Renan, Nouvelles lettres intimes, Paris, Calmann-Lévy, 1923, p. 401. Dopo avere visto Salerno, Renan scrive alla sorella Henriette: “non riesco a descriverti la strana impressione che ho provato trovandomi immediatamente in piena barbarie! Ma come! Sono solamente a sei o sette giorni da Parigi e sono già alla fine della civiltà!” (Ivi, p. 408). Cfr. F. Bertino, La naissance du racisme d’État dans l’Italie coloniale, tesi di Dottorato, Parigi-Genova, a.a. 2014-2015, on line. Sul razzismo di Renan, cfr. anche A. Burgio, Critica della ragion razzista, Roma Deriveapprodi, 2020, p. 92-94.

[16] N. Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del mezzogiorno, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2024, p. 77.

[17] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 57.

[18] Ivi, p. 72.

[19] Ivi, p. 58.

[20] F. Trinchera, Avvertenza premessa alla prima edizione, in Id., La quistione napolitana. Ferdinando Borbone e Luciano Murat, Italia, Tipografia Economica, 1855, pp. 24-25.

[21] G. Lanza, A Cavour, 8 dicembre 1860, cit. in E. Tavallini (a cura di), La vita e i tempi di Giovanni Lanza: memorie ricavate da suoi scritti, I, Torino-Napoli 1887, p. 253.

[22] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 78.

[23] Ivi, pp. 61 e ss. Sull’adesione di buona parte del meridionalismo post-unitario alla tesi dell’arretratezza pre-moderna del Mezzogiorno e della pericolosità delle sue classi subalterne, ivi, pp. 198-205. Sul punto cfr. anche E. Ciconte, Classi pericolose. Una storia sociale della povertà dall’età moderna ad oggi, Roma-Bari, Laterza, 2022, pp. 162 e ss.

[24] Entrambi cit. in C. Cavour, La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, Bologna, Zanichelli, 1954, III, p. 208 e II, p. 137. Sul Sud come alter del Nord, cfr. M. Petrusewicz, Before the Southern Question: “Native” Ideas on Backwardness and Remedies in the Kingdom of Two Sicilies, 1815–1849, in J. Schneider (a cura di), Italy’s “Southern Question”: Orientalism in One Country, Oxford, Berg, 1998, p. 10.

[25] Per una rassegna delle posizioni sul brigantaggio, cfr. C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., pp. 116-145.

[26] Ivi, p. 135.                                                                                                                                                                                             

[27] Ivi, p. 94.

[28] Ivi, p. 91.

[29] A. Niceforo, La delinquenza in Sardegna, Palermo, Remo Sandron, 1897, pp. 58-59.

[30] Id., L’Italia barbara contemporanea, Milano-Palermo, Remo Sandron, 1898, p. 297. Sul punto, cfr. A. Petrillo, Eccezione e sacrificio. Il destino “federale” del Mezzogiorno nella sociologia, in “Cartografie sociali”, 1, 2016, pp. 31-53.

[31] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 93.

[32] Ivi, p. 96.

[33] M. Nani, Ai confini della nazione. Stampa e razzismo nell’Italia di fine Ottocento, Roma, Carocci, 2006, p. 91.

[34] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 97.

[35] Ivi, p. 165.

[36] Cfr. L. Ferrari Bravo, A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano (1975), Verona, ombre corte, 2007, su cui cfr. A. Amendola, La norma dello sviluppo, la rottura meridiana, in Briganti o emigranti. Sud e movimenti tra conricerca e studi subalterni, Verona, ombre corte, pp. 52-59.

[37] M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966.

[38] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 167.

[39] Cfr. P. Chatterjee, Oltre la cittadinanza. La politica dei governati, Roma, Meltemi, 2006.

[40] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 173. Sul punto cfr. A. Bove e F. Festa, Gli autonomi. Vol. 10. L’autonomia operaia meridionale, parte prima, Roma, Deriveapprodi, 2022.

[41] Ivi, p. 185.

[42] F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996, p. XIII.

[43] C. Conelli, Il rovescio della nazione, cit., p. 190.

[44] Ibidem.

[45] A. Curcio, L’Italia è un paese razzista, Roma, Deriveapprodi, 2024.

[46] R. Wilson Gilmore, Geographies of Racial Capitalism, in “Antipode”, 2020, on line

[47] A. Curcio, L’invenzione della razza: credenza o mistificazione?, in ivi, p. 23.

[48] Più in generale, come ha sostenuto Bruno Montesano, il razzismo “non è un’incrostazione di barbarie premoderna o un ritorno del cosiddetto «tribalismo» di qualcuno che non è sufficientemente liberale”. Al contrario, “il razzismo odierno è la riemersione di un’ideologia e di un processo assolutamente moderni e, in quanto tali, legato a doppio filo alla storia del liberalismo”. Il razzismo è un fattore strutturale della moderna società capitalista nella quale, a dispetto della forma giuridica, “non si è mai stati tutti uguali e liberi allo stesso modo” (B. Montesano, Stranieri a noi stessi nel capitalismo razziale, in “Endoxa”, 7, 39, 2022, pp. 56-57). Con Alberto Burgio, il razzismo è una “componente essenziale della modernità”: è la “principale risorsa ideologica per mezzo della quale la coscienza moderna riformula e di fatto neutralizza i principi di uguaglianza e universalità disinnescandone il potenziale critico”. Il razzismo rende cioè entrambi i principi compatibili con “le strutture materiali della società borghese” fondata sul dominio e sullo sfruttamento (A. Burgio, Critica della ragion razzista, cit., p. 251).

[49] Id., Genealogie del razzismo in Italia, in ivi, p. 29.

[50] Id., L’invenzione della razza, cit., p. 24.

[51] Sul concetto di “salario psicologico”, cfr. W. E. Du Bois, Black reconstruction in America 1860-1880, New York, Free Press, 1935, p. 700. Sul concetto di “bianchezza”, cfr. D. Roediger, The Wages of Whiteness: Race and the Making of the American Working Class, New York, Verso, 1991 e Id., How Races Survived. U.S, History: From Settlement and Slavery to the Obama Phenomenon, London-New York, verso, 2008 e per il contesto italiano, cfr. G. Giuliani, C. Lombardi-Diop, Bianco e nero. Storia dell’identità razziale degli italiani, Milano, Mondadori, 2013.

[52] A. Curcio, Genealogie del razzismo in Italia, cit., p. 28.

[53] Questo, continua Gilmore, “è un altro modo per dire che non possiamo distruggere il razzismo senza distruggere il capitalismo”. Non è scontato però, aggiungerei, che distruggendo il capitalismo si distruggerebbe anche il razzismo. R. Wilson Gilmore, Geographies of Racial Capitalism, cit.

[54] A. Curcio, L’invenzione della razza, cit., p. 23.

[55] Ivi, p. 24.

[56] Ibidem.

[57] A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, III, cit., p. 2022.

[58] A. Niceforo, L’Italia barbara contemporanea. Studi e appunti, Palermo, Remo Sandron, 1898, p. 10, in cui si sviluppa un paradigma di derivazione lombrosiana già attivo in G. Sergi, Origine e diffusione della stirpe mediterranea. Induzioni antropologiche, Roma, Società Editrice Dante Alighieri, 1895.

[59] G. Sergi, Arii e Italici: attorno all’Italia preistorica, Torino, Fratelli Bocca, 1898, p. 192.

[60] A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, III, cit., p. 2021-2022, cit. in A. Curcio, Genealogie del razzismo in Italia, cit. p. 35. Su ciò, cfr. cfr. A. Burgio, Critica della ragion razzista, cit., pp. 243-251. Con il suo gramscianesimo critico, Nicola Zitara parlerà del Mezzogiorno come di una “colonia interna” ricca di braccia, menti e territori, il cui sottosviluppo è pienamente funzionale allo sviluppo del capitalismo settentrionale. N. Zitara, L’unità d’Italia. Nascita di una colonia, Milano, Jaca Book, 1971.

[61] Seminale sul tema, intorno al quale è intanto fiorita una ricca messe di studi, Centro Furio Jesi, La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, Bologna, Grafis, 1994, in cui cfr. i tanti materiali nelle sezioni I, II e III e i saggi di L. Goglia, R. Bonavita, A. Mignemi, M. Raspanti, P. Chiozzi.    

[62] A. Curcio, Genealogie del razzismo in Italia, cit., p. 41.

[63] Cfr. F. Alasia, D. Montaldi, Milano, corea. Inchiesta sugli immigrati negli anni del miracolo, Milano, Feltrinelli, 1960; G. Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino, Milano, Feltrinelli, 1964, p. 180; E. Capussotti, “Per i posti di lavoro al Nord siano preferiti i settentrionali”. Migrazioni interne, razzismo e inclusione differenziale nel secondo dopoguerra a Torino, in A. Curcio, M. Mellino (a cura di), La razza al lavoro, Manifestolibri, Roma 2012, pp. 123-140.

[64] A. Curcio, Genealogie del razzismo in Italia, cit., p. 41.

[65] Ibidem.

[66] Tra i tanti, sul punto cfr. Cfr. M. Mellino, Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo e accoglienza in Europa, Roma, Deriveapprodi, 2019, che riconduce alla sua matrice coloniale il concetto di “necropolitica” coniato in A. Mbembe, Necropolitics, in “Public Culture” 1, 2003, pp. 11–40, e che utilizza in modo originale quello di “biopolitica” che troviamo formulato in M. Foucault, Bisogna difendere la società. Corso al Collège de France 1975-1976, Milano, Feltrinelli, 2020 e Id., Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, Milano, Feltrinelli, 2015.

[67] A. Curcio, Genealogie del razzismo in Italia, cit., p. 44.

[68] Ivi, p. 43.

[69] Ivi, p. 42.

[70] Ivi, p. 43.

[71] Ivi, p. 46.

[72] A. Curcio, “Un paradiso abitato” dai Pigs. Sud, razzializzazione e ordine sociale nell’Europa della crisi, in ivi, p. 84.

[73] Ibidem.

[74] G. Viesti, Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2023.

[75] S. Cingari, Il melonismo come reazione passiva e morte della patria, in “Micropolis”, 5 Agosto 2024   on line,

[76] S. Villani, L’autonomia differenziata è un progetto neoliberale, in “Dinamo Press”, 26 luglio 2024, on line.

[77] M. Petrusewicz, Autonomia differenziata: “è un attacco razzista alla Costituzione e all’unità del Paese”, in “La Nuova Calabria”, 13 gennaio 2023, on line.

[78] G. Benvenuti, C. Facchini e M. Nani, Postfazione, in R. Bonavita, Spettri dell’altro. Letteratura e razzismo nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 197.

[79] Ibidem. Le due citazioni precedenti sono tratte da una pagina rinvenuta nell’archivio informatico di Bonavita dopo la sua prematura scomparsa.

 

(L’immagine di copertina è un ritratto di Masaniello del 1646, di Aniello Falcone)