A cent’anni da “I vecchi e i giovani” di Pirandello, insurrezione e narrazione – di Lanfranco Caminiti

A cent’anni da “I vecchi e i giovani” di Pirandello, insurrezione e narrazione – di Lanfranco Caminiti

1 Novembre 2025 Off di Mario Pezzella

Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906. Sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati. Per Pirandello è proprio nel ruolo “a parti rovesciate” del Risorgimento, e dei suoi uomini, che sta la materia narrativa. È emblematico il personaggio di Francesco D’Atri, che ricalca proprio Francesco Crispi, e decide da primo ministro di porre lo stato d’assedio e il tribunale militare, lui che gli stati d’assedio li aveva vissuti da patriota perseguitato, lui che aveva tuonato contro la legge Pica e i tribunali speciali; ma c’è anche Mauro Mortara, il personaggio del vecchio garibaldino tutto d’un pezzo, che fu costretto a rifugiarsi da esule a Malta e ormai vive una sorta di esilio in campagna, dove custodisce i ricordi del periodo eroico di speranze, a rappresentare il nodo delle contraddizioni di quel momento: ostile ai movimenti sociali, che considera un pericolo per l’unità della nazione – «Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono» –, fino a decidere di scendere in piazza con le sue pistolone per affrontarli, «armato come un brigante», e finirà fucilato dall’esercito che lo scambiano per un rivoltoso: ormai i soldati sparano a tutto ciò che è rosso, come il gonfalone dei Fasci e come la camicia indossata da Mortara. In questo stare dalla parte sbagliata, in questo morire dalla parte sbagliata, è tutta la problematicità del romanzo nei confronti del Risorgimento. Passando tra i cadaveri lasciati sulla strada, e rivoltando il corpo del vecchio sul cui petto scoprono le medaglie del suo valore, i soldati si chiedono: «Chi avevano ucciso?». Così si chiude il romanzo. Che forse è anche: «Cosa avevano ucciso?»: l’epopea garibaldina è ormai solo un lontano ricordo, un vecchio patetico e fuor di cotenna, disconosciuto, almeno per quei soldati. E possiamo credere che uguale disconoscimento fosse anche per buona parte dei lettori di quel primo Novecento: la modernizzazione dell’Italia s’era compiuta altrimenti. Per buona parte dei lettori, i «fatti di Sicilia» – l’insurrezione dei Fasci, la violenta repressione – sono ormai lontani; sono, per chi ne avesse voglia, solo “cronaca”. Una consapevolezza di unicità e irripetibilità degli eventi, doveva invece avere Pirandello. Il suo sguardo però è spostato verso una nuova «storia», quella di un movimento sociale della terra e del lavoro che si affaccia e costringe tutto e tutti a ripensarsi. Tre titoli, questo di Pirandello, I Viceré di De Roberto, e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, vengono accostati in una sorta di trilogia della disillusione post-risorgimentale. Questa presenza del “poi” riguardo al “prima” [il 1860, la spedizione dei Mille, la cacciata dei Borboni, l’Unità d’Italia], dell’allora e dell’adesso, la frattura violenta benché racchiusa in un pugno d’anni di un’epoca, li comprenderebbe tutti e tre sotto la stessa categoria di «romanzo storico». Ma se a una «storia» appartiene – e non «a un’ipotesi di contro-storia, riscrivere la storia nazionale a partire dell’estremo sud della penisola» [Onofri] –, la narrazione de I vecchi e i giovani, è a quella dei movimenti sociali, delle insurrezioni del lavoro.

Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento appare perciò, con De Roberto e Pirandello, e più tardi con Tomasi, il romanzo storico «post-risorgimentale». Un rovesciamento, rispetto ai primi anni del secolo: la tensione patriottica all’unità e alla libertà della nazione ha lasciato il posto al disincanto. Ai romanzi “italiani” succedono i romanzi “siciliani” – e la disillusione sembra tutta appartenere all’isola. Sembra soltanto, però: se pure a Capuana e Verga, come a tutti gli scrittori siciliani, pare mancare il sostegno della provvidenza manzoniana e qualsiasi idea di sorte progressiva, entrambi sono comunque solidamente risorgimentali, solidamente patriottici, solidamente unitari. Tra “unità” e “libertà” della nazione sembra però essersi creata una secessione letteraria e non territoriale, che ha proprio in Verga e nella novella Libertà – in cui si narrano i fatti di Bronte e la repressione di Bixio, con cui Verga si schiera decisamente – la sua maggiore evidenza. La novella [1883, Verga aveva non solo la distanza storica dai fatti, ma all’arrivo di Garibaldi si era arruolato nella Guardia Nazionale dove restò per tre anni] termina così: «Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? In galera? O perché? Se non ho avuto nemmeno un palmo di terra!» La secessione è narrativa, perciò politica, anche tra siciliani e siciliani, e attraversa le scritture del tempo, più che territoriale, cioè storica, di una «nazione divisa». I vecchi e i giovani non era certo un romanzo “regionale”. Ma quando appare, la letteratura nazionale è di poeticità muscolare: Pascoli ha parlato di «grande proletaria» che si è mossa e deve farsi spazio nel mondo, e D’Annunzio – che Pirandello detestava per quel suo «linguaggio delle parole» – ha da poco celebrato la conquista di Cirenaica e Tripolitania con Le canzoni delle gesta d’Oltremare. Verga, peraltro, si è iscritto al Partito nazionalista e si schiera decisamente con l’impresa d’Affrica: avevamo fame di terra e piuttosto che dividere quelle che c’erano qui doveva sembrargli più realistico andare a prendere quelle d’altrove. I vecchi e i giovani appare perciò davvero come un romanzo «spaesato» [Trombatore]; senza amor di patria, parla di cose che sembrano non interessare il paese in quel momento, in quel tempo. E non è questa, certo, una differenza regionale. Dopo i Fasci, la Sicilia – la divisione delle terre – non era più all’ordine del giorno, non era più «la» questione del paese.

I vecchi e i giovani è come un’autobiografia della Sicilia tra i Mille e il movimento operaio, una cosa che non si era mai veduta prima: una materia fantastica, propriamente. Sorprende perciò l’ottusità del giudizio che a caldo formulò Benedetto Croce: «Un senso di cose già molte volte viste e udite, e come logore e stanche». Cose molte volte viste e udite? Logore e stanche? Di che parla Croce? Movimento del lavoro e questione territoriale si combinarono in Sicilia con i Fasci come mai era accaduto prima e come mai sarebbe accaduto dopo. Questa fu l’epopea. È questo il nodo. Carlo Salinari, nel 1960, rivalutò il romanzo parlando di un triplice fallimento storico, del Risorgimento, dell’Unità, del socialismo: «Nel romanzo si ha acuta consapevolezza di tre fallimenti collettivi: quello del Risorgimento come moto generale di rinnovamento del nostro Paese, quello dell’unità come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell’Italia meridionale, quello del socialismo che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale, e invece si era perduto nelle secche della irresponsabile leggerezza dei dirigenti e della ignoranza e arretratezza delle masse». Per quanto il giudizio critico sembra sovrapporsi ai pensieri post-Resistenza, di quei fallimenti storici non saprei dire, ma i Fasci siciliani furono altro dal Risorgimento, dall’Unità e pure dal socialismo. Il conflitto è con lo Stato, non con il Risorgimento; la crisi – lo stato d’assedio, l’esercito che spara sulle folle – è quella della democrazia parlamentare rappresentativa. I Fasci siciliani – sembra un paradosso – si trovarono propriamente senza patria, «spaesati». Per dire, non ebbero – e per la verità continuano a non avere, a parte gli storici – narrazione e letteratura, appartenenza linguistica, se non Pirandello appunto, nemmeno quando la distanza temporale lo avrebbe permesso. Una ferita aperta, che sanguina ancora.

Al conflitto tra i vecchi e i giovani [«Ai miei figli, giovani oggi, vecchi domani» è la dedica di Pirandello] che è un conflitto anche interiore tra le speranze della gioventù e le disillusioni dell’età, tra il “vecchio” Risorgimento ormai forma dello Stato, e forma della democrazia parlamentare, e l’affacciarsi dei “giovani” movimenti sociali – la materia del romanzo –, Pirandello pensava piuttosto come al «dramma della mia generazione». E il «dramma» della sua generazione, come forse di ogni generazione che si affaccia al mondo e che ha la ventura di incontrarlo, era quello dell’esplosione di un movimento sociale – inatteso nella sua radicalità, cui non si era preparati – che rivendicava diritti e condizionando il presente poneva un’opzione sul futuro. Poneva pure un’opzione sul passato, sulla storia – il Risorgimento, l’Unità – per porne una sul presente. La cesura tra Pirandello e i Fasci siciliani è reale – e si può dire che la cesura fosse collettiva, nazionale: i Fasci, colpiti da una repressione brutale, scomparvero, tutta la loro esperienza si svolge nell’arco di tre-quattro anni – e talmente compiuta, talmente “biografica”, l’elaborazione di questa distanza, da costruirci una materia narrativa. Eppure, la drammaticità di quel periodo – e lo schierarsi, le passioni, i conflitti, i percorsi e i pensieri individuali, dei personaggi e degli uomini, la brutalità e le speranze, mentre tutt’intorno sta nascendo un mondo – esplode intera nel romanzo e rimane ancora oggi integra, dato che le domande individuali e collettive intorno all’esplodere di un movimento sociale si ripresentano sempre. Quando si è davvero preparati all’avvento di un movimento sociale radicale? Quando si è pronti per un’insurrezione? Possiamo cioè ancora interrogarci sullo spaesamento che ogni rivolta porta con sé piuttosto che soltanto leggere e capire da una nostra distanza storica eventi ormai sepolti nel tempo.

«Un manifesto era stato attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla processione, gridando – Viva il re! Abbasso le tasse! – s’era messo a percorrere le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri appostati. L’ufficiale che li comandava aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e lì non una ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco. Undici morti, innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini. Ora, tutto era calmo, come in un cimitero». [I vecchi e i giovani, p. 237] La narrazione di Pirandello, cruda come un reportage, ripercorre la strage di Santa Caterina Villermosa del 5 gennaio 1894. Il 3 gennaio, a Palermo, il generale Morra di Lavriano in virtù dei poteri conferitigli da Crispi aveva decretato lo stato d’assedio, sciolto per legge i Fasci dei lavoratori e disposto l’arresto dei membri del Comitato centrale. Era passato esattamente un anno dall’intensificarsi del ciclo di manifestazioni, scioperi e proteste iniziato il 3 gennaio del 1893 a Catenanova. In quell’anno ci furono centoventi manifestazioni in Sicilia di cui abbiamo una qualche registrazione: occupazioni di terre, scioperi dei braccianti agricoli per l’aumento dei salari, scioperi dei minatori contro i gabelloti, scioperi dei mietitori, proteste contro le tasse, richieste dei patti colonici e per l’abolizione del cottimo, incendi dei casotti daziari, devastazioni di municipi. Anche festeggiamenti, per l’ottenimento dei nuovi patti colonici, per qualche aumento di salario, per l’allontanamento di un delegato di polizia o di qualche amministratore. Ci furono anche, quasi subito – nell’agosto stesso, a Comiso, Vittoria, Trapani, Balestrate, Terranova, Trappeto, Barcellona, Scordia, Porto Empedocle, Cefalù, Favara, Mazzara del Vallo, Palermo, Santa Ninfa, Aidone, Sutera, Melilli, Calatafimi, San Piero Patti, Sant’Angelo di Brolo – dimostrazioni di protesta dopo i fatti di Aigues Mortes, in Francia, quando i nostri connazionali che lavoravano nelle saline vennero linciati perché accusati di sottrarre lavoro ai francesi. Non c’era internet e la rete al tempo, ma i movimenti sociali si muovevano egualmente veloci. E ci furono anche a Licodia Eubea, a Naso, a Caccamo, a Militello, a Siracusa, manifestazioni al grido di “abbasso Giolitti, viva Crispi”. Questo, certo, prima che Crispi desse pieni poteri al generale Morra. A quel punto restò ai contadini solo l’intercessione delle immagini del re e della regina, come santi da portare in corteo, insieme alla Vergine e al Cristo – Hobsbawm nel suo I ribelli diede molto peso a questo aspetto religioso e millenaristico, ma i Fasci non erano i giurisdavidici di Lazzaretti riuniti in “comunità evangelica” sul monte Amiata – sperando che li proteggessero. Perché le stragi erano iniziate da subito: il 20 gennaio del 1893 a Caltavuturo, 13 morti. Poi, erano proseguite, punteggiando le proteste: il 6 marzo, a Serradifalco, 2 morti; il 6 agosto, ad Alcamo 1 morto. Fino allo sconquasso degli ultimi mesi: il 10 dicembre, a Giardinello, 11 morti; il 25 dicembre, a Lercara, 11 morti; l’1 gennaio del 1894, a Pietraperzia, 8 morti; il 2 gennaio, a Belmonte Mezzagno, 2 morti; il 3 gennaio, a Marineo, 18 morti; e il 5 gennaio, a Santa Caterina Villermosa, 14 morti, di cui racconta Pirandello. Poi, appunto, la calma di un cimitero. Tra Giolitti e Crispi, per i contadini e i solfatari si manifestò una continuità di eventi, dato che la prima strage, a Caltavuturo, era accaduta con il vecchio liberale piemontese riformista e trasformista – che dietro le proteste si raccomandò a evitarne altre –, e l’ultima, a Santa Caterina Villermosa, accadde con il vecchio garibaldino rivoluzionario ora uomo di ferro. Non bastarono neppure la Vergine e il Cristo a proteggerli, i contadini.

Nella sua Storia d’Italia, Benedetto Croce si chiede se era possibile o concepibile che «la prima regione d’Italia, in cui il socialismo marxistico e rivoluzionario parve fare le prime prove pratiche e discendere alla effettiva rivoluzione fosse la meno industriale, la meno progredita, la più distaccata dal resto d’Italia, la Sicilia» [Renda]. In realtà, i primi a non considerarlo concepibile furono proprio i socialisti. Il meccanicismo positivistico è come un mantra: industrializzazione, civiltà, progresso. Al congresso di Reggio Emilia del 1893, mentre in Sicilia da oltre un mese è in corso lo sciopero agrario in quattro province, i socialisti assumono un punto di vista sulla questione delle campagne assolutamente “operaista”: «sorvegliare e dirigere l’azione economica del partito, specialmente fra gli operai di città e di campagna». Gli operai di campagna. I contadini sono guardati con sospetto: «nei nostri paesi dell’Italia media, ad esempio, dove fra gli agricoltori sono rari i giornalieri, ove vige su larga scala il contratto di mezzadria, ove la piccola proprietà agricola è ancora abbastanza estesa, la propaganda nelle campagne incontra gravi difficoltà, per quel relativo benessere in cui si trovano gli abitanti rurali; benessere che li tiene asserviti alla borghesia, la quale usa del contadino come strumento per mantenersi a capo delle pubbliche amministrazioni e per continuare l’opera di sfruttamento a danno delle classi lavoratrici». [Renda] È un giudizio durissimo, ovviamente non condiviso da tutto il Congresso. Si parlò di cooperative agricole per la coltivazione in comune delle terre; di cooperative per l’acquisto dei concimi e l’uso in comune di macchine agricole; di depositi di prodotti che permettessero di anticipare parte del loro valore ai mezzadri e ai piccoli proprietari, e di vendere poi i prodotti stessi nei momenti più opportuni. Tutte cose, peraltro – cooperative di consumo e spacci alimentari – che i Fasci stavano già ampiamente sperimentando. Ma una decisione vincolante congressuale non fu presa e il dibattito – che implicava e si sovrapponeva a quello dell’alleanza tattica con altri partiti per le elezioni – fu rinviato. I Fasci restarono soli. Tra il 1888 e il 1895, in Sicilia esplode il dramma della crisi agraria, che non è solo del grano ma anche del vino, per via della guerra tariffaria con la Francia, e si intreccia a quella dello zolfo, per via del prodotto americano. A partire dagli ultimi mesi del 1892 la situazione diventa intollerabile. De Felice, al processo, dirà che il raccolto dei grani del 1892 e del 1893 fu inferiore del 44 percento, e tutti gli altri di un terzo e un quarto. E qui si colloca la diffusione straordinaria dei Fasci nel contesto rurale, con l’adesione a essi non soltanto dei braccianti, ma anche di una porzione considerevole dei mezzadri e dei piccoli proprietari e di settori non irrilevanti di piccoli proprietari pesantemente penalizzati dalla crisi. Ad organizzarli «centinaia di giovani professionisti e studenti universitari siciliani, espressione di un fenomeno che negli ultimi anni del secolo vede settori certamente minoritari ma non insignificanti della gioventù studiosa siciliana abbracciare la causa del riscatto della loro terra» [Fedele]. Eccolo, il «dramma della generazione» di Pirandello. Il dramma di chi si affaccia al mondo e incontra qualcosa che mai s’è veduto prima. I Fasci non sono un fenomeno dell’arretratezza – i processi di urbanizzazione si accompagnano a quelli di ruralizzazione – delle campagne, né un fenomeno epigone di un Risorgimento “incompiuto”, ma un’intuizione straordinaria sulla crisi e sul conflitto: lo scontro non è solo tra classi, ma direttamente con lo Stato – con la richiesta di abolire o ridurre le tasse comunali, sciogliere le amministrazioni locali –, non c’è mediazione dei partiti ma immediato protagonismo di masse popolari, e, soprattutto, utilizzano la piazza come luogo naturale ove la lotta trova il modo di esplicarsi in tutto il vigore. È la lotta di strada. È il tumulto. È l’insurrezione. Tra il 1891 e il 1893 le contraddizioni politiche tra classi dirigenti dello Stato, la crisi economica, la crisi finanziaria, la recessione, e l’affacciarsi di una “cosa” che mai si era vista prima, un movimento sociale composito e insorgente, si concentrano tutte in un territorio. Tutto si aggroviglia lì, in Sicilia. «Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano; ma tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa!» [I vecchi e i giovani, p. 170] Tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Un prodigio, in Sicilia! Ma i socialisti cercano soprattutto di allontanare da sé l’accusa di avere parte, diretta o indiretta, nei tumulti popolari. Salvemini sarà spietato: «La jacquerie del ’93 fu una convulsione isterica, nella quale il socialismo ci entrò solo perché, essendovi nel resto del mondo un partito socialista rivoluzionario, questi affamati saccheggiatori di casotti daziari credettero di essere socialisti anche essi». I Fasci rimangono soli. I contadini rimangono soli. Successe così anche negli anni Cinquanta del Novecento, quando esplose l’occupazione delle terre. Raniero Panzieri, allora segretario generale del Psi in Sicilia, annotava: «Molti compagni, confondendo due nozioni distinte, ritengono il movimento contadino, in particolare quello dell’occupazione delle terre, un movimento “spontaneo”, cioè puramente economico. Io penso che si debba tenere ben fermo questo punto: il movimento contadino è, politicamente, quello che è, cioè un tentativo di rivoluzione democratica. Ma su questo piano non è affatto un movimento puramente spontaneo ed economico. Esso avvia forme e obiettivi politici e ideologici non meno che economici, ad esempio l’amministrazione dei comuni, una diversa giustizia distributiva e fiscale, l’elevamento culturale etc… I nostri compagni commettono spesso gravi errori, perché molte volte non riconoscono la propria figura rivoluzionaria e politica del movimento».

Pirandello intuisce la frattura temporale che si condensa nei fatti di Sicilia, nell’esperienza dei Fasci, che non è più fra “l’allora” e “l’adesso”, fra il Risorgimento e l’Italia che s’è venuta a formare, ma è tra “l’ora” e il “dopo”, il tempo di questa nuova storia, quella dei movimenti del lavoro. «Che volevano infatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il momento, in Sicilia. Volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietari di terre e di zolfare, e cessasse il salario della fame, cessassero l’usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita. Volevano, adattandosi modestamente alle condizioni locali, l’impianto di cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei deputati. Questo volevano. Ed era giusto. Non c’era altro da volere, altro da fare, per ora. E tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori dell’isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini, tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti. Una buona legge agraria, una lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salari, la mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, sarebbero bastati a soddisfare e a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d’assumere quelle arie d’apostoli, di profeti di paladini. Oneste, modeste aspirazioni, quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con la chiara coscienza del diritto negato! Perché ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: – No, non è questo? – Mancava il coro innumerevole, che era in Sicilia». [I vecchi e i giovani, p. 174] Il coro innumerevole dell’insurrezione mette in crisi il convinto riformismo, quel «grado grado», quel «lieve, lieve». – No, non è questo. Una buona legge agraria, migliori patti colonici, salari più decenti. Ed era giusto. – No, non è questo. La conquista dei pubblici poteri, fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola, riuscir vittoriosi in qualche collegio politico. Ed era giusto. – No, non è questo. Cosa allora, cosa vuole il coro innumerevole dell’insurrezione? E chiede mai qualcosa, il tumulto, l’insurrezione? Riesci a sentirlo, a capirlo? A scriverne?

Bibliografia:
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– Croce Benedetto, La letteratura della nuova Italia: Saggi critici. Vol. I-II, Laterza, Bari, 1914
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– Fedele Santi, I Fasci Siciliani dei Lavoratori (1891-1894), Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994
– Giarrizzo Giuseppe et al., I Fasci siciliani: Nuovi contributi a una ricostruzione storica, De Donato, Bari, 1975
– Hobsbawm Eric J., I ribelli, Einaudi, Torino, 1974
– Onofri Massimo, prefazione e note a I vecchi e i giovani, Garzanti, Milano, 1993
– Panzieri Raniero, L’alternativa socialista: scritti scelti 1944-1956, Einaudi, Torino, 1982
– Renda Francesco, I fasci siciliani (1892-1894), Einaudi, Torino,1977
– Romagnoli Sergio, Il romanzo storico, in «Storia della letteratura italiana», diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, vol. VIII, Milano, Garzanti, 1968
– Salinari Carlo, Miti e coscienza del decadentismo italiano. D’Annunzio, Pascoli, Fogazzaro, Pirandello, Feltrinelli, Milano, 1993
– Salvemini Gaetano, Scritti sulla questione meridionale: 1896-1955, Einaudi, Torino, 1955
– Sciascia Leonardo, Pirandello e la Sicilia, Adelphi, Milano 1996
– Sipala Paolo Mario, Dal romanzo-documento al romanzo storico: De Roberto e Pirandello, in Scienza e storia della letteratura verista, Pàtron, Bologna, 1976
– Sipala Paolo Mario, I fasci siciliani nel carteggio di Mario Rapisardi, De Donato, Bari, 1974
– Spinazzola Vittorio, Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma 1990
– Trombatore Gaetano, Pirandello e i Fasci siciliani – Saggio su “I vecchi e giovani”, in Riflessi letterari del Risorgimento in Sicilia, Manfredi, Palermo. 1960

Nicotera, 25 luglio 2024