da Vita con gli animali (Metilene, 2025)

Vita con gli animali di Giovanni Maccari
nota a cura di Luca Lenzini
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Nell’ormai lontano 2002 Tiziano Rossi pubblicò una memorabile raccoltina di brevi prose intitolata Bestie e dintorni, nelle cui pagine si aggirano ghiri impegnati in partitelle notturne tra scapoli e ammogliati, pinguini nostalgici del Risorgimento, procioni arruolati nella working class e tanti altri sorprendenti protagonisti disegnati con un tratto lieve e trasparente di surreale umorismo. Dodici anni prima Il libro degli animali di Rigoni Stern infoltiva magistralmente la bibliografia dei bestiari novecenteschi, che poteva contare tra i titoli canonici (e come dimenticarli?) Bestie di Federigo Tozzi (per alcuni il suo capolavoro, 1917) e Bestie del 900 di Aldo Palazzeschi (1951); ed ecco che ora Giovanni Maccari con Vita con gli animali (Metilene, 2025) aggiunge a questa stirpe un nuovo esemplare, che tuttavia non segue il filone surreal-fantastico né quello “naturalistico” dei bestiari. Qui la scena infatti è contemporanea e realistica, ma come da subito segnala il titolo, il tema è piuttosto quello della convivenza e dell’interazione tra gli esseri detti “umani” e una brigata animalesca più o meno domestica, più o meno urbanizzata; mentre lo sguardo dell’autore si mantiene, nell’osservare e descriverne gli episodi, a una cauta distanza, come per sospetto di una comune anomalia: «Oggi ho capito che in realtà il pappagallo non è pagato dai servizi segreti per farmi saltare i nervi, è solo vittima a sua volta della situazione. È vittima di una sindrome compulsiva per cui quando la luce è accesa deve dondolarsi sulla sua altalena» (Il ritorno del pappagallo, p. 47).
In altre parole e in generale, in Maccari l’accento non cade sul versante affettivo, né le interazioni si sviluppano in intenerite compensazioni, com’è di rito in tanta letteratura (per non dire della rete ubiqua e dei media di vario ordine e grado). Tra chi osserva e chi è osservato c’è di mezzo un diaframma dove è installata una forma di alterità primigenia, alcunché di cui, ai nostri tempi, si è forse persa la nozione o meglio la “ratio”: di qui una forma di straniamento, ma anche una sospesa veglia dei sentimenti. Il che avrà, poi, a che fare con la “sfera sociale”, laddove si annidano sindromi e disadattamenti, allegorie perturbanti e inadempienze, subdole rimozioni e contagiose insofferenze? Meglio non indulgere in grevi sociologismi, di fronte a prose così sorvegliate, così compatte e insieme leggere, e proprio per questo convincenti. Nondimeno l’episodio della volpe forzosamente domiciliata in casa (Volpe) parrebbe un caso flagrante della singolare prospettiva ora accennata, per cui alla fine non sai se la cattività e lo straniamento sono solo dell’animale oppure il vizio assurdo del mondo circostante, un mondo che di umani e bestie parimenti non sa cosa farsene, se non come ospiti incongrui e vanamente indaffarati dalla culla alla tomba. Circola nel libro, in effetti, una ironia originale e per dir così totalizzante, rara nelle patrie lettere, senza sarcasmo ma a suo modo indolenzita per i riflessi di quella «vita» che pure campeggia in primo piano nel titolo, non senza venature di malinconia (si noti che in un racconto compare anche Čechov). In filigrana il bestiario rimanda, pertanto, ad una biografia in frammenti (vedi Salamandre, Cavedani, Tasso, Cane o Gabbiano), le cui fasi s’intestano i vari animali della rassegna, come in un inventario araldico per emblemi; e qui il discorso non è meno efficace per l’essere indiretto, filtrato e accennato in raccontini scorciati e ricuciti con mano collaudata, attenta tanto ai dettagli quanto al non detto. Come che sia, ci sono passaggi di questo libretto che si accomodano e lievitano nella memoria, ad esempio quello del «gatto anziano» che caracolla in casa «come un vecchio che se gli cambi casa non capisce più niente» (p. 52), o quel cane che, salito su un muretto, «si metteva a scrutare l’orizzonte come Napoleone sullo scoglio di Sant’Elena» (p. 59). Non inganna il velo giocoso di questi paragoni, il loro sembrare annotazioni a margine: al contrario, in queste immagini affiora con garbo qualcosa d’inquieto che ci guarda e riguarda in profondo.
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