
Per quel tempo che, non si sa mai, può arrivare
A proposito dell’opera musicale dei Fratelli Mancuso
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Vi sono terre che, per loro intima natura, hanno sempre mantenuto uno stretto rapporto con il loro passato: probabilmente ciò è dovuto a un certo isolamento che le contraddistingue, a una sorta di caparbia resistenza al nuovo, una malinconica solitudine che le attraversa. È indubbio che la Sicilia sia una di queste: da tanti, troppi anni martoriata dall’emigrazione, dallo spopolamento delle aree interne, dilaniata da sanguinosi fatti di cronaca legati alla presenza di Cosa Nostra, assorta in una sorta di inquieta rassegnazione. Questa sua singolare condizione la spinge costantemente in due direzioni complementari: verso dentro e dietro di sé. Questo particolare Geist, che trova la sua sintesi nell’introspezione al passato, si esprime in Sicilia (e in tutti quei luoghi della terra che ne condividono la stessa sorte) in una continua ricerca di forme musicali che possano rendere conto di questa ambigua disposizione d’animo: da quando la lingua siciliana è uscita dalle case dei jurnateri[1]per essere incisa sui dischi, non si è mai smesso di andare alla costante ricerca di una tradizione, quasi fosse un tesoro mitico da recuperare, un tentativo di riallacciarsi a ciò che si è e che si credeva perduto. È sempre rischioso, tuttavia, avventurarsi nella musica folk. Il rischio è di imbattersi in forme musicali cristallizzate e consolatorie, simulacri di un mondo idealizzato, tipico o pittoresco. Il folkore rischia quindi di presentarsi come uno spazio pacifico che richiama sì un passato, ma un passato che, anziché essere una memoria vivificante, si rivela nient’altro che una fuga da un presente completamente alienato e disincarnato rispetto a un’idea di umanità, percepita, a torto o a ragione, come irrimediabilmente perduta. Questa tentazione escapista non è del tutto infondata. Le contraddizioni della realtà sono dolorose e brucianti nella loro tragica e attuale concretezza. Tuttavia il ritorno alla tradizione può essere ambivalente. Il sentimentalismo, la nostalgia e il ritorno all’antico esprimono un bisogno insopprimibile. Ma rischiano anche di proiettare la ricerca di un significato “altro” in una dimensione dove la storia – e le storie degli uomini che l’hanno vissuta – si dissolve in un’indistinta notte in cui tutte le vacche sono nere. Pertanto i canti dei pescatori, dei mietitori e dei minatori si trovano sullo stesso piano delle serenate amorose al balcone e delle epiche gesta degli eroi della narrativa popolare. Perdono ogni connotazione che li rende irripetibili frammenti del tempo storico: diventano indifferenti testimoni di un passato che non è mai esistito, nascondendo così le contraddizioni che lo attraversano. Il folk, dunque, si rivela sempre un’impresa insidiosa, da lato si rischia di risultare inautentici e posticci, mentre dall’altro – e ciò è ben più grave – il materiale tradizionale finisce per essere nient’altro che l’ennesimo prodotto per una nicchia di mercato. Non si spiegherebbe altrimenti il proliferare, negli ultimi anni, di produzioni folk di valore estetico quantomeno dubbio: tra tamburelli e friscaletti[2] e sonorità “antiche” d’accatto, il materiale sonoro è diventato nient’altro che un altro stile musicale, come tanti altri. Dalla techno ci si aspetta il tempo in 4/4 e le drum machine, dal rock gli assoli di chitarra elettrica, allo stesso modo il folk siciliano si è cristallizzato in una forma commerciabile e vendibile, in una parola identificabile.
Esistono tuttavia artisti che hanno deciso di percorrere un’altra strada, artisti per i quali la ricerca e il recupero della memoria si fanno un tutt’uno con l’individuazione di un’identità che è canto corale di un popolo, di una terra. È questo il caso di Enzo e Lorenzo Mancuso, nati a Sutera negli anni ’50, un piccolo paese dell’entroterra siciliano in provincia di Caltanissetta. Il territorio di Sutera è decisamente diverso dal classico stereotipo della Sicilia così com’è diffuso da prodotti audiovisivi, spot e cartoline turistiche: l’entroterra siciliano ha un carattere duro, caratterizzato da una «monocromia severa, quasi ascetica […], un paesaggio di solitudini e migrazioni scabro e riarso: d’inverno, nebbie che confondono»[3]. Ed è da questo paesaggio desolato, da questo territorio che i due fratelli emigrano a Londra per cercare lavoro, dove saranno operai per una decina d’anni. Nella durezza del fatica quotidiana, nei ritmi alienanti della catena di montaggio, nella tragedia dell’emigrazione e dello sradicamento emergono al contempo la coscienza politica e la ricerca musicale. Nel loro piccolo appartamento londinese aprono una sezione del Partito Comunista intitolata a Carlo Levi e organizzano riunioni con altri emigrati[4]. In questa condizione sospesa tra sradicamento e ricerca d’identità inizia l’esplorazione musicale dei Fratelli Mancuso sotto la spinta della necessità profonda di recuperare una propria personale e integrale dignità, duramente provata dall’emigrazione e dalla gravosità del lavoro[5]: così la passione per la musica, nata già nella natìa Sutera, inizia a trovare un’espressione più compiuta. Moltissime sono state le influenze e le suggestioni che hanno accompagnato questi anni di ricerca: la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Giovanna Marini, i canti di fabbrica spagnoli, la Nueva Trova Cubana e i cantautori latinoamericani. Determinante fu l’ascolto di un LP di Alan Lomax e Diego Carpitella[6]: «Quando lo ascoltammo scoprimmo l’immensa tradizione di cui noi eravamo portatori silenti. L’avevamo dentro però non sapevamo ancora dare un nome a questo patrimonio e dargli il giusto valore»[7]. I Fratelli Mancuso iniziarono così a recuperare materiali musicali della propria tradizione, riportandoli a nuova vita. Dopo l’emigrazione londinese i due fratelli rientrarono in Italia, a Città della Pieve, in Umbria. Vennero notati dopo un’esibizione alla Festa dell’Unità a Perugia, quindi iniziarono a suonare anche in Germania, Francia e Spagna, dove nel 1986 furono notati dall’etnomusicologo Joaquín Díaz con il quale produssero il loro primo disco Nesci Maria, nel 1987. La loro carriera artistica era così ufficialmente incominciata.
Ciò che colpisce dell’opera dei Mancuso è il peculiarissimo utilizzo del materiale sonoro. Il suono, infatti, per usare le loro parole «è già di per sé significato […] e quindi la voce in sé è significato»[8]; ecco che quindi nelle loro composizioni non c’è alcuna cesura, alcuna differenza tra suono e parola: la musica e il canto appartengono alla stessa dimensione ed evocano il mondo da cui esso trae origine, l’entroterra siciliano, riproducendone quasi le asperità geografiche e i colori, grazie a un uso sapientissimo degli arrangiamenti e dei registri vocali: le loro voci risonanti e taglienti come le rocce aguzze che sovrastano Sutera si fondono con il bordone dell’harmonium, strumento che accompagna gran parte delle loro composizioni e i loro concerti. Bordone e linea vocale si compenetrano quasi come fossero un unico strumento, che canta e dice “las verdades verdaderas” (“le verità vere”) – per utilizzare i versi di uno di quei cantautori latinoamericani, come sappiamo molto amati dai Mancuso, che «cantavano davvero la poesia»[9]. Questa vocalità, così peculiare nel panorama della musica folk siciliana, si accompagna a un profondo rispetto per la parola, per ciò che viene detto. Nelle composizioni dei Mancuso «le parole del quotidiano diventano […] poesia viva e pregnante, acquistano il calore che nasce dalla vita stessa, parlano di amore e dolore, di speranze e di sogni, di bellezza femminile e della gioia di godere della natura, del mare, del sole, della vita stessa»[10]. Mi si permetta in questa sede, per rendere giustizia della loro opera, fare soltanto qualche esempio dell’altissima poesia dei loro testi, dell’eccezionale profondità letteraria che li attraversa.
Nel disco Bella Maria (Amiata records, 1997) è contenuta ad esempio una delle più straordinarie espressioni del sentimento di pietà, di quella pietà vissuta come dolore corale, di compassione per i dolori del mondo, per i dimenticati dalla storia, che non si fa mai vuota retorica, ma vive al livello della carne martoriata degli ultimi, e si fonde con il grido universale degli oppressi di ogni luogo della terra: «Si dumani ia murìssi e lu sangu si firmàassi / li ma manu ia lassàssi a cu l’havi ‘ncatinati / a cu furu rimuttàti dintra un funnu di gallera / a cu dissi ca una sula… una è la giustizia vera // Si dumani ia murìssi e la menti m’impazzissi / lu ma cori ia lassassi / a cui è tristi e scunsulatu / a cu a statu abbannunatu, comu Cristu martiddiatu / senza cruci, senza storia, senza la divina gloria // Si dumani ia murìssi e lu munnu mi scurdassi / la mia anima ia affidàssi all’amuri ca ‘un canuscìvu / All’amuri ca pi sempri, sempri persu iu cridìu / e cu spiranza e frevi ‘ncori, nuccintuzzu ia chianciu»[11]. Sempre nello stesso disco troviamo la composizione Abbrazzu[12]nei cui versi troviamo espresso in maniera magistrale il dramma dell’emigrazione, senza nessun cedimento alla retorica sentimentale: «C’è cu nasci cu sfurtunati facci / Facci chi lu tempu abbruttisci / di ummira morta / Hannu ‘na casa senza tettu e porta / ‘Na strada curta dunni sulu passa / cu di dda via dumani nun ci ritorna // Un ghiornu si armanu di coraggiu e di fidi / comu surdati di crita chi vannu a la guerra / e tra la fudda cercanu ‘na donna / chi finalmenti leggiri capisci / lu pisu anticu di cu stranieru nasci // A lu primu abbrazzu / si strincinu e salutanu / a lu secunnu si dicinu: Addiu!»[13]. Sarebbero moltissimi gli esempi che si potrebbero ancora citare per mostrare la raffinata ricerca linguistica e testuale che pervade tutte le loro composizioni. La parola, disvelatrice di verità, si fa quindi sintesi espressiva dell’individuazione dell’io e dell’espressione corale di tutti gli uomini: essa racchiude l’uno e i molti, i singoli uomini e la storia che essi abitano. Il dialetto siciliano non si configura quindi come lingua escludente, come espressione di provincialità (che è un rischio sempre dietro l’angolo), ma si presenta come idioma originario, indissolubile dai suoi suoni e dalla vocalità del canto. L’elemento musicale si muove parimenti in uno spazio sonoro in cui la ricerca timbrica (che va di pari passo con la ricerca etnomusicologica attraverso l’utilizzo di strumenti di tradizioni musicali tra di loro molto diverse: come l’harmonium, la ghironda, l’oud, il bouzuki) si presenta come significante di per sé: le composizioni dei Mancuso dilatano il loro essere appartenenti allo spazio sonoro mediterraneo fino a una dimensione musicale che, così spoglia da ogni orpello ammiccante alla musica commerciale e al folk più conciliante[14], si presenta individuale e universale al contempo; e non potrebbe essere diversamente dato che la stessa genesi dell’afflato musicale dei Mancuso trova la sua radice proprio nel tentativo di portare, sul piano universale dell’arte, una vicenda che, nella sua umanità, vive nella dimensione del dramma privato e del dramma storico: «veniamo da una storia troppo intrecciata a vicende personali, che a loro volta sono state influenzate da problemi storici e sociali quali quelli legati alla migrazione che ha vissuto tutto il sud Italia»[15].
La musica dei Mancuso è come un canto intimo, una preghiera discreta, che tenta di abbracciare, con tenerezza e pietà, le grandi tragedie della storia: tragedie in cui tuttavia l’elemento umano, individuale, esistenziale, non scompare dietro le atrocità dei numeri, la crudeltà dei fatti. Se nella storia vi è sofferenza, se vi è dolore, esso è sempre vissuto nell’animo degli uomini che in esso si struggono e si consumano. La funzione della musica (e della poesia, da essa sempre indissolubile) è quella di avvicinare l’uomo al fondo ultimo delle cose, alla radice di se stesso, alle verità profonde. Ecco perché temi come le morti sul lavoro, il dramma delle migrazioni, la guerra, la povertà vivono e risuonano sulla pelle e la carne degli uomini che vivono nel loro profondo queste sciagure; la musica – interprete del dramma – si fa allora lamento funebre per tutti “i Cristi senza croce, senza storia e senza divina gloria”[16]. Profondamente radicata nella tradizione sonora e popolare siciliana la musica dei Fratelli Mancuso spesso attraversa e utilizza tematiche religiose. La religione, d’altronde, nella sua dimensione extra-liturgica e tradizionale, è parte integrante del patrimonio musicale e antropologico dell’isola. Religiosi sono i canti di lavoro dei jurnateri, i canti dei minatori. Le stesse celebrazioni religiose sono attraversate dalla musica, come le novene natalizie o le processioni del Venerdì Santo, accompagnate dalle litanie dei lamentatori che fanno da controcanto al lento ondeggiare della statua della Madonna Addolorata. Resta poco, oramai, di questo patrimonio; è stato in parte recuperato dagli etnomusicologi (e i Fratelli Mancuso hanno contribuito a questo paziente lavoro di conservazione della memoria[17]). Nel disco Trazzeri, pubblicato nel 2004 in Spagna per l’etichetta Open Folk, possiamo ascoltare nello struggente canto Quannu la Madunnuzza nutricava (Quando la Madonnina allevava) le tenerissime parole di una madre che, presagendo già la tragedia che grava sul destino del figlio, quel Cristo che avrebbe dovuto portare sulle spalle tutti i pesi del mondo, gli rivolge le seguenti, dolcissime parole: «Ti benedicu, figghiu e nutrimentu / puru lu latti di lu pettu mìu»[18]. La forma del canto è quella della lamentazione, in cui, sopra il bordone dell’harmonium, si librano severe e austere le due voci in armonia, ora alternandosi ora cantando all’unisono. Forse che la figura del Cristo che pronuncia le parole «Mamma, vaju a lu munnu a riatàri»[19] sia l’incarnazione di tutti i martiri della storia? Se l’aura del brano è indubbiamente sacra e solenne, la sua potente simbologia va al di là della semplice dimensione religiosa, per farsi metafora stessa del sacrificio, dell’estremo sforzo di tutti coloro che donano se stessi per il mondo. E forse non è un caso che, nello stesso disco, sia contenuta un’altra delle più straordinarie composizioni dei Mancuso, cioè Lu munnu bellu[20] che si apre con questi versi: «Ma quante volte ho sbattuto le ali contro il muro / eppure di volare non sono ancora stanco / Immaginare un mondo diverso / in mezzo a questa pazza folla non sentirmi perduto / e nuove canzoni potere cantare / e nuovi abbracci per scuotere il cuore / che è rosa acerba del mondo bello / che dentro di me alita e profuma». Il mondo, dunque, sebbene attraversato da spaventose piaghe, lacerato da tremende tragedie, il mondo che soffre tutti i dolori degli uomini, può forse essere salvato da chi non si è ancora arreso, nonostante le continue frustrazioni, nonostante le numerose sconfitte: quel mondo bello che Gesù Cristo, con le parole tenere di figlio, dice di voler «riatàri». L’intera produzione discografica dei Mancuso è attraversata da questo afflato religioso che certamente riecheggia della tradizione della canzone sacra popolare, ma che ritrova il suo senso ultimo in una mistica della pietà e della misericordia, per cui la compassione verso l’altro è la radice stessa del vivere la storia, con i suoi dolori e le sue catastrofi. Nel disco Requiem (Amiata Records, 2008), in cui la commistione tra l’elemento sacro e quello popolare è esplicito (il canto dei due Fratelli si sviluppa nel contrappunto con il canto gregoriano) troviamo la straordinaria e dolorosissima composizione La disgrazia che vale citare per intero, tanto è la forza struggente dei versi: «Ci purtàru quattru ciuri / pi lu martiùzzu / pi lu marituzzu / ca di lu ponti sciddicau / e li ‘ammi si stuccau / e la testa si scacciau // Lu curuzzu ci cuglìru / nni li manu ci lu pusaru / l’occhi no, nun li truvaru / ‘ndre ’n’agnuni s’ammucciaru // Ci mannaru un telegrammi / di luntanu, di la Germania / unni dissiru: / “Fu ‘na disgrazia, cunsulativi sapennu: / vi pagamu lu duluri / cu li grana e lu so sangu”»[21]. Queste parole, quasi tremende nella loro essenzialità, fanno seguito all’intonazione del Dies Irae, come a voler istituire un legame tra rovina del mondo e dramma umano: il giorno terribile in cui tutto diventerà cenere è anche lo stesso giorno in cui «i soldi e il sangue» sono testimonianza di quella morte insensata. Nel disco Manzamà (pubblicato da Amiata Records nel 2020), tra le diverse composizioni la cui lacerante bellezza non può non colpire l’ascoltatore che ad esse si avvicina, ve n’è una in particolare, Animi, cioè “anime”. Il testo, nient’altro che una lista di nomi: nomi di uomini, migranti, rifugiati, che sono riusciti ad arrivare in Europa ma che, nell’ultimo tratto di viaggio, negli ultimi attimi della loro vita, non ce l’hanno fatta; attraverso il canto, la musica – che ricorda anche qui il lamento funebre – i Fratelli Mancuso hanno tentato di dare a queste povere anime un’adeguata sepoltura[22]. E tra le loro anime si assommano tutte le altre «animi piatusi», che «vulari cuomu l’ancili un sannu» e «finiri tra li diavuli un vuonnu»[23], a cui si rivolge il canto dei Mancuso, un canto che tenta di abbracciare con umanissima pietà gli ultimi e i dimenticati della storia, per ricordar loro quella “giustizia vera” di cui ci sarebbe bisogno come il pane e l’acqua, per calmare la fame e la sete in questa stagione dura, in questi giorni funesti, in attesa di quel tempo che, non si sa mai, può arrivare[24].
[1] Lavoratori a giornata.
[2] Il friscalettu è uno zufolo di canna, tipico della musica popolare siciliana.
[3] Cfr. M. Attanasio, Sulla musica dei Fratelli Mancuso, pubblicato sulla versione online della rivista Gli Asinii: <https://gliasinirivista.org/sui-fratelli-mancuso-e-la-loro-musica/>
[4] Cfr. M. Occhipinti, Nella vita e nell’arte. I Fratelli Mancuso, pubblicato su operaincerta.it: <https://www.operaincerta.it/OIWP/2025/01/14/nella-vita-e-nellarte-i-fratelli-mancuso/>
[5] «Per dare dignità alla nostra esistenza facevamo molta attività politica e sindacale, cominciammo a comporre le prime canzoni e a esibirci per i nostri connazionali». Cfr. C. Moretti, Intervista ai Fratelli Mancuso, pubblicato sul blog dell’editore Squilibri: <https://www.squilibri.it/blog/l-intervista-di-carlo-moretti-ai-fratelli-mancuso>.
[6] Si tratta probabilmente del disco The Columbia World Library of Folk and Primitive Music – Southern Italy and the Islands, pubblicato dalla Columbia Records nel 1957.
[7] Cfr. M. Occhipinti, Nella vita e nell’arte. I Fratelli Mancuso, loc. cit.
[8] Cfr. Marco G. La Viola, Fra parole e musica, fra Sicilia e Mondo – Intervista ai Fratelli Mancuso, pubblicato su Folk Bulletin (23 Nov 2010): <https://www.folkbulletin.com/fra-parole-e-musica-fra-sicilia-e-mondo-intervista-ai-fratelli-mancuso/>.
[9] Cfr. C. Moretti, Intervista ai Fratelli Mancuso, loc. cit. I versi sono tratti dalla canzone Manifiesto del cantautore cileno Victor Jara, ucciso nel 1973 all’Estadio Chile a Santiago dalle forze militari al comando di Augusto Pinochet. La canzone Manifiesto è contenuta nell’LP omonimo (1974) pubblicato postumo dopo la sua morte.
[10] Cfr. A. Pellegrino, presentazione al volume A. Pennisi, L’isola timida: forme di vita nella Sicilia che cambia (1979-2005), Squilibri Editore, Roma 2004, p. 9.
[11] Enzo e Lorenzo Mancuso, Si dumani ia murissi, in Fratelli Mancuso e A. Marangolo, Bella Maria, Amiata records 1997. – «Se io morissi domani e si fermasse il sangue / io lasceremi le mani a chi le ha incatenate / a chi è stato gettato in un fondo di galera / a chi ha detto che la giustizia vera è solo una // Se domani io morissi e m’impazzisse la mente / io lascerei il mio cuore / a chi è triste e sconsolato / a chi è stato abbandonato come Cristo martellato / senza croce, senza storia, senza la gloria divina // Se domani io morissi e mi dimenticassi del mondo / io affiderei la mia anima all’amore che non ho conosciuto, all’amore che ho sempre creduto perso / e che ho pianto, innocente, con febbre e speranza nel cuore».
[12] Abbraccio
[13] Enzo e Lorenzo Mancuso, Abbrazzu, in Fratelli Mancuso.e A. Marangolo, Bella Maria, ed. cit. – «C’è chi nasce con facce sfortunate / facce che il tempo abbruttisce / di ombra morta / Hanno una casa senza tetto e porta / una strada corta da cui passa soltanto / chi, da quella via, domani non ci ritorna // Un giorno si armano di coraggio e di fede / come soldati di creta che vanno in guerra / e tra la folla cercano una donna / che finalmente riesce a leggere / il peso antico di chi nasce straniero // Al primo abbraccio / si stringono e si salutano / al secondo si dicono: Addio!».
[14] «[…] è tutta la vita che cantiamo e stiamo insieme, la nostra intesa è il risultato delle tante esperienze e dei viaggi che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo incontrato, delle storie che abbiamo ascoltato, della musica che abbiamo amato. Si può dire che viviamo in simbiosi e ci influenziamo a vicenda. Chi fa musica tradizionale oggi non ha la fortuna che abbiamo avuto noi, molti si collegano al momento, seguono la pizzica e il folkore facile di moda per far piacere all’ascoltatore, cercano soltanto di non disturbarlo mai». Cfr. C. Moretti, Intervista ai Fratelli Mancuso, loc. cit.
[15] Cfr. M. G. La Viola, Fra parole e musica – Intervista ai Fratelli Mancuso, loc. cit.
[16] Cfr. il testo di Si dumani ia murissi, loc. cit.
[17]«[…] a Caltanissetta, dove da quattro anni curiamo una rassegna e teniamo dei laboratori sulla voce e sulla composizione, esiste una bellissima tradizione di “lamentatori”, che il Giovedì e il Venerdì Santo cantano scalzi il Cristo Morto. Si tratta della confraternita dei Fogliamari, costituita da persone che provengono da quella che è la parte più povera della città. Il loro nome deriva dal fatto che andavano nelle campagne a raccogliere le verdure selvatiche, per poi rivenderle al mercato. Noi li abbiamo valorizzati, producendogli un disco e portandoli a esibirsi nel teatro cittadino (molti di loro era la prima volta che vi entravano), dandogli consapevolezza del proprio valore. Mentre prima i Fogliamari erano considerati dei poveracci e degli ubriaconi e non erano ascoltati, ora ricevono attenzione e vengono studiati.» Cfr. M. G. La Viola, Fra parole e musica – Intervista ai Fratelli Mancuso, .loc. cit.
[18] «Benedico te e la tua crescita, figliio / pure il latte del mio seno…».
[19] «Mamma, vado a salvare il mondo».
[20] Il mondo bello.
[21] «Le portarono quattro fiori / per il suo povero marito / per il povero marito / che scivolò dal ponte / e si spezzò le gambe / e si schiacciò la testa // Gli raccolsero il povero cuore / glielo posarono nelle mani / gli occhi no, non li trovarono / si erano nascosti da qualche parte // Le mandarono un telegramma / da lontano / dalla Germania / in cui si diceva: / “È stata una disgrazia, consolatevi sapendo: / vi paghiamo il dolore / con i soldi e il suo sangue».
[22] «Abbiamo cercato di riportare in primo piano l’identità di quelle persone: cosa potevamo fare se non trasformare il canto in una sepoltura degna?». Cfr. C. Moretti, Intervista ai Fratelli Mancuso, loc. cit.
[23] Anime pietose che non sanno volare come gli angeli e non vogliono finire tra i diavoli, dal testo di La scinnuta (La discesa) dal disco Manzamà (2020).
[24] Dal testo di Manzamà, contenuto in Manzamà (2020).
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