
Radiografie del declino occidentale. Una lettura di Senza riparo di Guido Mazzoni
di Marco Rizzo
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«Per criticare il mondo è sufficiente descriverlo il più obiettivamente possibile>>. Parole di Michel Houellebecq, anno 2016. Allo stesso anno risale il primo dei sei testi di Mazzoni che compongono Senza riparo (Laterza, 2025). Da qui si potrebbe partire per definire il pregio fondamentale del libro: il distacco (a tratti addirittura algido) con cui l’autore traccia una radiografia di alcuni tratti strutturali della nostra epoca, spaziando dall’evoluzione della politica in Occidente tra XX e XXI secolo alla concezione della vita divenutavi egemone, dagli scenari di crisi su più piani che stiamo attraversando ai cambiamenti culturali che stanno creando fratture ideologiche e di costume sempre più evidenti e profonde. Distacco che però sarebbe errato qualificare come indifferenza e disimpegno: si tratta invece di un’esigenza operativa, di un’istanza di onestà ed efficacia del proprio sguardo.
Chi è Guido Mazzoni? A voler tralasciare il suo curriculum di pubblicazioni, ci basti definirlo un intellettuale nutrito di cultura filosofica e sociologica, conosciuto e rispettato fra gli studiosi di letteratura e fra i poeti contemporanei. Ma la sua notorietà finisce sostanzialmente qui. Non è un intellettuale mainstream, un intellettuale d’opinione (sempre che si acconsenta al carattere ossimorico di queste espressioni) che si lascia fagocitare dalla cronaca, dalle quotazioni di visibilità derivanti dai posizionamenti d’occasione o dai codici non scritti dell’“impegno” social. Per riandare all’immagine del titolo, dovremmo aver cura delle voci che ancora sono al riparo dall’imperativo di esprimersi su tutto, ogni giorno, dopo un’ora dall’accaduto. Guido Mazzoni è una di queste voci, erede di una tradizione intellettuale che viene dal secondo Novecento (sottolineata tra gli altri da Lorenzo Marchese[1] e Clotilde Bertoni[2] nelle loro recensioni), fondata sull’idea che la chiarezza del pensiero, la densità dell’espressione e la forza dei concetti siano degli strumenti imprescindibili per storicizzare e interpretare la totalità del mondo in cui viviamo. Usare con serietà questi strumenti, prendendosi il tempo necessario per osservare, elaborare, definire meglio, evitando reattività e improvvisazione, è ancora oggi necessario per capire davvero (e dunque, se ancora lo vogliamo e lo crediamo possibile, anche per cambiare davvero) il mondo che ci circonda. L’intervallo di tempo tra un volume di versi di Mazzoni o una sua raccolta di saggi si conta infatti in mesi, anni, lustri. Anche per ciò questa recensione vale come invito alla lettura del libro e come tentativo di interlocuzione con alcune delle tesi che vi sono sostenute.
La crisi e il salto nel buio. I nuovi populismi di destra
A partire dal 1991, con la fine della Guerra Fredda e con l’inizio della fase ascendente della globalizzazione a guida statunitense, le società occidentali hanno vissuto un decennio di sollievo, di euforica e disinibita fiducia nel futuro (e di altrettanto plateale rimozione di alcune delle istanze trasformative del cosiddetto “Secolo breve”). Il mondo intellettuale non è stato da meno, accogliendo come atte a descrivere la nuova realtà due espressioni divenute proverbiali: “fine della storia” (Fukuyama) e “sciopero degli eventi” (Baudrillard). Alcuni estratti di uno scritto di Calvino che dà il titolo al saggio di Mazzoni, pur risalendo al contesto specifico del 1961, si prestano bene a dar conto anche delle sensazioni dominanti esattamente 30 anni dopo: “C’è il boom economico, un’aria di cuccagna, ognuno bada ai suoi interessi. […] Tutti, apertamente o sotto sotto, sono convinti che questa cuccagna durerà chissà quanto, anzi (e questo è tipico di ogni “belle époque”) che non finirà mai. [… Ci sono] alcuni spargimenti di sangue locali, ma la gente che è al riparo li guarda come grandinate estive in un giorno di sole.”[3]
La “strana festa” in Occidente è però finita prima del previsto: l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 e ancor più la crisi economica del 2008 hanno rimesso in gioco due presupposti cardine dell’assetto venutosi a creare nel decennio precedente: l’indiscussa invincibilità degli Stati Uniti e la crescita illimitata del capitalismo globalizzata. A partire da questa duplice scossa, buona parte delle società occidentali entra in “un’epoca di aspettative decrescenti” (l’espressione è di Christopher Lasch), segnata da un senso di vulnerabilità sociale, dalla perdita di ripari economici e dal venire meno di alcuni privilegi simbolici. Da materialista, Mazzoni indugia innanzitutto sul conto economico del lungo ciclo di crisi iniziato nel 2008: un terzo degli abitanti dell’UE vive oggi in aree con un reddito medio inferiore a quello di 20 anni fa; il numero delle persone in Italia che vivono in povertà assoluta si è triplicato nell’arco di 15 anni; il confronto tra il PIL dei paesi del G7 e dell’odierno gruppo BRICS a metà degli anni Novanta e a metà degli anni Venti ci restituisce la prospettiva di un sorpasso probabilmente non lontano.
D’altro canto, ci dice l’autore, è intellettualmente onesto riconoscere l’ambivalenza fondamentale della globalizzazione che ha preso forma a partire dagli anni Ottanta: una fonte di impoverimento e di perdita di diritti per le classi popolari e medie in Occidente; un’occasione di sviluppo sociale ed economico enorme che le masse popolari di buona parte dei (ormai ex) paesi emergenti hanno saputo pienamente cogliere, pur tra iniquità, violenze e ingiustizie intrinsecamente connesse a qualunque processo di modernizzazione capitalistica. Anche in questo senso, Mazzoni invita la sinistra a una lettura non puerile del neoliberismo, inteso come risposta alla crisi profonda e strutturale delle condizioni (finanziarie, energetiche e geopolitiche innanzitutto) che avevano reso possibile il trentennio di compromesso socialdemocratico post-bellico e l’accumulo di riserve di benessere via via ridottesi nei decenni successivi.
Rimuovere la profondità del declino economico post-2008 è stato d’altro canto possibile, specie in Italia, solo grazie a un approccio difensivo: il risparmio e l’indebitamento hanno consentito alla classe media di mantenere, sia pure con crescente fatica, lo standard di consumi raggiunto nel ciclo precedente; il crescente peso della rendita immobiliare nella formazione del reddito familiare, nonché il numero di eredi via via inferiore dovuto al calo delle nascite, hanno fatto il resto. Non si tratta peraltro di ripari eterni né privi di falle. E il numero di coloro che li hanno già persi è comunque ampio e in crescita.
Come si è trasformato lo spazio politico europeo a partire da un tale terremoto? In primo luogo attraverso un crescente (e crescentemente rabbioso) rifiuto di ciò che è stato variamente definito come “pilota automatico”, “governabilità”, “integrazione euroatlantica” e che, a partire dagli anni Novanta, sembrava essere l’unico orizzonte possibile entro cui articolare il ventaglio sempre più ristretto delle scelte e delle decisioni politiche. Con le parole dell’autore:
“Dopo la fine della Guerra Fredda si è fatta strada in Europa l’idea che le elezioni non possono cambiare la politica economica e sociale di un paese, che i governi abbiano perso una parte considerevole del loro potere, che le decisioni di fondo siano già prese, le leggi di bilancio già scritte, le grandi alleanze stabilite in modo irreversibile e solo una catastrofe sistemica che nessuno vuole, perché molti hanno qualcosa da perdere e nessuno ha un progetto di società alternativo, possa cambiare lo stato delle cose. […] Il significante che nel corso degli anni Novanta fissa questa percezione, “pensiero unico”, è di fatto la versione marxista di there is no alternative. Nello stesso periodo si diffondono due formule che, con armoniche diverse, dicono la stessa cosa: la prima, “il verdetto dei mercati”, si trasforma presto in un luogo comune; la seconda appartiene all’antipolitica qualunquista: “sono tutti uguali”. Vent’anni più tardi l’idea che la classe dirigente sia tutta uguale (“la casta”) diventa il nucleo dei populismi degli anni Dieci, il voto populista essendo anche la ricerca piò o meno cieca di un’alternativa in un’epoca nella quale non c’è alternativa. Il sovranismo è una risposta nostalgica e di destra a un problema vero.” (pp. 37-38)
Quella che Mazzoni definisce “crisi della decisione politica” (assottigliata dal condizionamento di autorità sovranazionali o al contrario frammentata dal decentramento amministrativo), in un contesto in cui il mercato è divenuto l’unico orizzonte condiviso da quasi tutto lo spettro politico, ha infatti determinato uno slittamento della parola “riforme” dal campo socialista a quello neoliberale, dalla conquista di diritti alla loro cancellazione. Uno scenario che ha avvantaggiato le forze antisistemiche di destra ben più di quelle di sinistra, per quanto le prime, secondo l’autore (e su questo punto dovremo tornare più avanti) non vadano bollate come mere riproposizioni del fascismo storico, pur avendone alcuni tratti inquietanti:
“I movimenti populisti si limitano a difendere versioni autoritarie, protezionistiche e nazionalistiche di un’economia di mercato che, per altri aspetti, mantengono ultraliberale, addolciscono con palliativi debolissimi e coprono con qualche foglia di fico. D’altra parte, la corrosione delle regole democratiche che queste forze politiche potrebbero introdurre nel sistema sarebbe anche, tragicamente e ironicamente, la prima vera alternativa all’epoca nella quale non c’era alternativa.” (p. 45)
Che cosa accade alle civiltà nel momento in cui le bolle di benessere su cui si regge l’ingentilimento dei costumi vengono meno? Con lucidità disillusa già Guicciardini cinque secoli fa dava forma al sospetto che quelle che in futuro verranno definite “maggioranze silenziose” desiderino stabilità e sicurezza anche a prezzo della rinuncia alla libertà politica, piuttosto che l’inverso[4]. Si rischia allora, riprendendo un concetto di Norbert Elias, di assistere a un processo di “decivilizzazione”: intendendo la civiltà in senso freudiano, come uno sforzo a cui si accompagna un disagio, dobbiamo sempre contemplare la possibilità che tale disagio possa diventare pulsione manifesta o persino programma politico esplicitamente rivendicato, al mutare di alcune condizioni. Si tratta di una contraddizione intrinseca e irrisolvibile che accompagna l’idea di democrazia, puntualmente delineata nel testo tramite un confronto tra le classi dirigenti liberaldemocratiche tradizionali e gli esponenti delle nuove formazioni politiche populiste:
“In senso stretto, ogni sistema democratico contiene un elemento populistico, demagogico e alla lettera volgare […]. La democrazia liberale cerca di addomesticare questo tratto affidando alle élites dirigenti il compito di rielaborare i desideri delle masse alla luce di istanze che le masse, lasciate a se stesse, potrebbero disattendere o ignorare. In altre parole si sforza di tenere insieme due esigenze diverse e potenzialmente contraddittorie: vuole esprimere la volontà popolare e insieme governarla, vuole rappresentare gli elettori e al tempo stesso trascenderli, sia tecnicamente (chi governa dovrebbe conoscere la logica della politica meglio di chi vota), sia eticamente (chi governa dovrebbe garantire il rispetto di certi principi che le masse potrebbero non rispettare. [… Al contrario] nei populismi di destra c’è un elemento liberatore che nasce dal rifiuto di quei freni educativi senza i quali le democrazie liberali non potrebbero esistere; i loro capi hanno spesso qualcosa di regressivo e di egocentrico, un tratto infantile o preadolescenziale che ostenta e rivendica la propria immaturità.” (pp. 60-61 e 76-77)
Le figure di Donald Trump e di Silvio Berlusconi (da Mazzoni individuato come precursore del primo) sono da questo punto di vista i campioni rappresentativi del tramonto di una certa era politica, gli uomini cosmico-storici attraverso cui possiamo scandagliare il mostruoso e antilluministico connubio di liberazione e regressione che è uno dei tratti salienti della crisi odierna delle società occidentali. E proprio alla parabola di entrambi sono dedicate alcune delle pagine più ispirate di tutto il libro.
Fra iperdemocrazia e democratura. Berlusconi e Trump come individui cosmico-storici
La biografia sintetica che Mazzoni fa di Berlusconi – la seconda figura che ha dominato la politica italiana per un ventennio nell’ultimo secolo, ci viene opportunamente ricordato – ha il merito di essere immune sia da provincialismo che da uno snobismo di superficie. Gli riconosce anzi, con consapevole e divertita ambivalenza, il fascino di un personaggio letterario (“Poche biografie esemplari illustrano così bene ciò che Pasolini intendeva con mutazione antropologica come la vita di un allievo dei salesiani che diffonde un immaginario neopagano e si crea una vita dionisiaca.” p. 87) e la virtù di un principe machiavelliano in grado di cogliere l’occasione. Quello di Berlusconi è stato infatti un caso da manuale di egemonia culturale riuscita. A fronte della crisi di valori e di progetto della sinistra post-1989, e prima ancora della sconfitta politica dei movimenti rivoluzionari del lungo Sessantotto italiano, Berlusconi ha saputo stabilire una connessione sentimentale con un popolo nutritosi delle sue televisioni nei quasi 15 anni precedenti alla sua discesa in politica. Ibridando partito e azienda, politica e pubblicità, il fondatore di Forza Italia è stato un grande disinibitore di costumi, un uomo della schizofrenia e delle contraddizioni portate senza imbarazzo, assumendo codici morali diversi e persino opposti in sfere separate dell’esistenza. Lungi dall’attirarsi il biasimo delle masse (scenario vanamente atteso dai suoi avversari politici), la sua incoerenza sfacciata, la sua volgarità bonaria, il suo smaccato narcisismo hanno invece interpretato uno dei desideri profondi di un’Italia serenamente amorale e individualistica: quello di vedersi riconosciuti senza essere giudicati o sollecitati a essere civicamente migliori. Questo senso di complicità orizzontale gli è valso un amore (da lui sempre ricercato, peraltro) quasi idolatrico, politicamente sintomatico e anche premonitore di altri leader a venire e del loro rapporto con le masse. Berlusconi piaceva perché “il capo è <<uno di noi>> (e infatti lo si chiama per nome, <<Silvio>>) ma è anche il migliore di tutti, è un amico ma anche un mito” (p. 91). Berlusconi interpreta dunque una frattura storica significativa, di cui Trump e il più evidente[5] ma certo non il solo continuatore:
“Nei grandi partiti antisistemici la distanza tra il capo carismatico e gli elettori si accorcia. Anche quando provengono da una classe sociale diversa, i leader di queste aggregazioni parlano e pensano come la base che li vota: Trump è un miliardario di New York, ma ha i modi e i gusti delle classi popolari e medie di provincia; vent’anni prima di lui, Berlusconi si era imposto grazie alla stessa forma di simbiosi. Mentre i partiti di massa novecenteschi separavano il piano della propaganda dal piano della gestione politica, nei regimi populisti contemporanei i due momenti tendono a coincidere: la cultura e la visione dei leader si spingono poco oltre la cultura e la visione degli elettori medi; il programma di governo assomiglia alle semplificazioni della campagna elettorale, come se non ci fosse un piano ulteriore di elaborazione politica, più raffinato o più profondo, a cui attingere. Ma ciò significa pure che tra demos e rappresentanti intercorrono molti meno filtri, e in questo senso il populismo non è una malattia della democrazia, ma democrazia allo stato puro, priva della mediazione elitaria.” (p. 42)
“Berlusconi credeva nella Western way of life, in qualche modo la impersonava: capitalismo, Stato minimo, benessere privato, quella cosa che negli anni Ottanta si comincio a chiamare <<successo>>, generica compassione paternalistica davanti alle disuguaglianze (<<aiutare chi è rimasto indietro>>). […] E soprattutto sdoganava la religione del particulare: autorizzava i suoi elettori a non vergognarsi di vivere per sé, li liberava dal senso di colpa che da sempre circonda la rivendicazione dell’individualismo in una nazione il cui discorso pubblico aveva conosciuto l’egemonia della cultura cattolica e comunista. Proponeva senza paura e pudore, con orgoglio anzi, un’idea tutta privatistica della felicità dai tratti marcatamente piccolo-borghesi.” (pp. 95-96)
Figura capace di legittimare un’interpretazione selvaggia dei “valori occidentali”, Berlusconi con le sue televisioni è dunque riuscito a creare una seconda cultura di massa, alternativa a quella su cui aveva poggiato il sistema politico della Seconda Repubblica. Ciò che Berlusconi era riuscito a fare con la tv commerciale, Trump lo ha conseguito invece, con il medesimo spirito, con un uso spregiudicato di Internet e dei social network[6]. Contro tutti i pronostici e tutti i sondaggi, entrambi hanno vinto più di una volta e, in un certo senso, non hanno mai perso[7]. Entrambi hanno vinto non benché ma perché non hanno realmente creduto in nulla se non in loro stessi[8], di fronte a società eticamente disinibite dall’euforia del benessere o corrose dal risentimento di milioni di declassati. Mazzoni conferma in queste pagine la sua bravura come “ritrattista di caratteri”, delineando i tratti fondamentali di questi due gladiatori della politica spettacolarizzata, iperdemocratica e insieme incline all’autoritarismo: l’avversione di entrambi per le regole, per gli equilibri istituzionali, per i tribunali, per la verità stessa, è correttamente indicata non come un’idiosincrasia personale e meramente connessa a interessi privati, bensì come un aspetto politico tutt’altro che accessorio. Per contro, il loro essere restii a riconoscere, da narcisisti patologici, il loro cattivo spettacolo; il loro rendersi a volte oscenamente ridicoli, persino trash; il loro essere piegati ai meccanismi del consenso e della visibilità che ne hanno determinato il successo politico; l’esito fallimentare delle loro politiche in campo economico e di miglioramento delle condizioni materiali delle masse che li hanno eletti: sono tutte tracce di quell’“astuzia della ragione” che accompagna il declino dell’Occidente e il passaggio a Oriente del timone della storia di questo secolo.
L’Illuminismo disincantato
Osservare gli smottamenti progressivi di una frana estesa è altrettanto rilevante del puntare lo sguardo sulle fratture più evidenti in superficie. È ciò che fa Mazzoni sullo sfondo dei fenomeni più specificamente politici già richiamati, proponendosi di scandagliare alcuni aspetti più sotterranei ma non meno decisivi della contemporaneità, a partire dall’erosione (o dal capovolgimento) degli ideali illuministici di democrazia e di emancipazione. Al netto delle loro ambivalenze e contraddizioni eterne, essi sono stati sottoposti a tensione da condizioni politiche nuove, tutte in qualche modo connesse a un problema di spazio: 1)L’extraterritorialità, dimensione consustanziale al capitalismo, ma sottoposta a notevoli vincoli e limiti fino agli anni Settanta, a partire dagli anni Ottanta ha invece preso sempre più campo, privando gli Stati che avevano accettate le regole del libero mercato della possibilità di incidere davvero sul cuore di ogni vera politica, ovvero sull’economia; 2)L’altra grande questione del presente, ovvero la crisi ecologica, se da una parte evidenzia l’insufficienza di una risposta statuale a un problema globale, dall’altra costringe a interrogarsi sulla mancanza di lungimiranza che caratterizza spesso le democrazie rappresentative, il cui dibattito è troppo condizionato da scadenze elettorali e dalla logica del consenso immediato; 3)L’avvento degli smartphone, di YouTube e dei social network ha creato di fatto una nuova arena pubblica, facendo collassare nel privato (di un dispositivo, di un profilo digitale, e soprattutto di piattaforme commerciali) lo spazio politico. Il transito dal Novecento dei partiti di massa agli sciami digitali di monadi dalle appartenenze fluide e provvisorie si colloca qui.
Accanto a ciò, connesso a ciò, vi è stato un enorme cambiamento di orizzonti che ha riguardato le società occidentali a partire dal 1945, poi consolidatosi negli anni Ottanta e Novanta: l’accantonamento di qualunque modello organico di società (proprio invece dei fascismi e dei comunismi) in favore di una forma di vita fondata sull’economia di mercato, sulla democrazia liberale, sull’etica dell’individualismo e della cura e difesa del proprio spazio privato. Margaret Thatcher, pioniera nell’interpretare e promuovere questa mutazione lo aveva ben chiaro: “L’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”[9]. Malgrado sia ancora pervasa da conflitti e tensioni – tra questi, oltre alle guerre culturali, uno dei più interessanti è quello tra la legittimazione della nuda vita[10] e la valorizzazione del lavoro come attività umana suprema – il trionfo della civiltà borghese appare a Mazzoni totale e definitivo: né la crisi pandemica né le nuove destre ne hanno (né avrebbero potuto farlo) scosso le fondamenta. Venuto meno il movimento operaio come motore di trasformazione storica, sembra essersi beffardamente realizzata la profezia di Marx, riguardo alla comune rovina delle classi in lotta come alternativa a un cambiamento rivoluzionario della struttura sociale: sempre più infiltrata da tratti moralmente plebei, la borghesia è infine riuscita a distruggere anche se stessa, sul piano culturale e spirituale, con l’avvento dell’edonismo di massa e con la rinuncia a ogni orizzonte trascendente, mondano o extramondano, inseparabile dalla sua fase di ascesa: “La superficie del mondo contemporaneo è sempre meno borghese se si pensa a ciò che questa classe era fino agli anni Sessanta del Novecento, la struttura profonda lo è sempre di più: una società di persone private che vivono solo per sé e per i propri cari, avendo perduto la capacità anche solo di immaginare che un altro mondo sia possibile” (p. 142). L’archiviazione sostanziale delle utopie politiche novecentesche non è stata la sola vittima di questa mutazione. A uscirne compromessa è stato anche una componente rilevante del progetto illuminista, l’imperativo a uscire dalla minorità intellettuale come precondizione di una qualunque reale emancipazione politica:
“Se la grande regressione è diventata molto visibile negli ultimi anni, è interessante riflettere su un fenomeno di più lunga durata: le masse non hanno mai immaginato l’uscita dalla minorità come se la immaginava Kant; l’Illuminismo non è andato come gli illuministi avevano creduto. […] Non è affatto scontato che gli esseri umani debbano servirsi della propria intelligenza. Pensare che vogliano farlo sempre è una fallacia tipica degli intellettuali, mentre la forma più comune, più democratica di emancipazione è quella che Isaiah Berlin ha chiamato la libertà negativa: la libertà di essere e di fare ciò che si vuole senza che un’autorità esterna limiti il nostro agire – per esempio la libertà di rifiutare le mete illuministiche e regredire, sognare, giocare, non pensare e delegare tutto a qualcuno, purché la delega lasci uno spazio di autonomia percepita e sia vissuta come una scelta. […] Il problema è che la libertà negativa, quando si scatena davvero, è destinata a sgretolare alcuni muri portanti della cultura illuministico-borghese, a cominciare dall’idea che sia doveroso “servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro” vincendo “pigrizia e viltà”. (pp. 54-56)
Due punti di discussione. Le nuove destre e l’esperienza pandemica
Fin qui si è cercato di dare conto della qualità dello sguardo e dell’importanza dei temi affrontati nel libro, auspicando che venga ulteriormente letto, presentato e soprattutto discusso. È quanto nel piccolo vorrei fare qui, ponendo alcune domande, qualche punto di dissenso e suggerendo, magari, degli ambiti che l’autore potrebbe indagare in un ipotetico terzo capitolo del suo saggismo politico (Senza riparo segue di 10 anni un altro testo denso e ancora meritevole di lettura e riflessione, I destini generali).
Il primo e più importante elemento di dibattito che il testo solleva riguarda la natura dei nuovi populismi di destra[11], il cui paragone con il fascismo storico è recisamente negato da Mazzoni, giudicando impossibile una sua riedizione nell’era dell’individualismo sfrenato e dopo decenni di vita in tempo di pace[12]. Se è salutare e apprezzabile l’invito a dismettere uno sguardo superficialmente schiacciato sui modelli del passato, credo tuttavia che qui l’autore sottovaluti il potenziale di violenza (direttamente esercitabile o indirettamente approvabile) che si sta accumulando entro quel blocco egemonico. L’ostilità contro lo straniero non si è manifestata finora solo come ludibrio digitale di massa e neppure come violenza di stato (respingimenti, detenzione dura e prolungata per gli stranieri irregolari, razzismo delle forze dell’ordine, fino ad arrivare all’ICE trumpiana): dalla Spagna al Regno Unito, abbiamo già assistito a scene di cacce all’immigrato agite e fomentate da gruppi di estrema destra che hanno convogliato su di sé partecipazione e consenso non esigui. La stessa recente parola d’ordine della remigrazione rischia di diventare il punto di coagulo e di allineamento strategico di un’Internazionale nera che evidentemente esiste e che non ha trovato finora avversari minimamente organizzati e attrezzati[13] a contrastarla. Nell’arco di pochi anni, alcune delle formazioni che la compongono potrebbero riuscire a completare il lungo percorso di scalata al potere iniziato dieci anni fa e salire al governo di Francia, Germania e Gran Bretagna. Cosa accadrà allora?
Vi è un altro elemento cruciale che nel saggio di Mazzoni rimane troppo sullo sfondo, solo in parte per il confine cronologico della sua riflessione: il ritorno della guerra in Europa, le politiche di riarmo e di rimilitarizzazione (magari più lenta e graduale adesso… ma sappiamo che accelerazioni in tal senso sono sempre possibili). Se da un lato i tentativi di rinazionalizzare le masse in senso bellicista trovano oggi un limite oggettivo nella situazione demografica del continente e nello smantellamento del welfare come giustificativo materiale del sacrificio per la patria, dall’altro occorre chiedersi cosa faranno le destre estreme della “ribellione delle masse”, una volta che questa le avrà portate al potere. Sia il terremoto produttivo e occupazionale connesso al dispiegarsi dell’Intelligenza Artificiale, sia le dinamiche estrattiviste che stanno espellendo gli abitanti a medio-basso reddito dalle metropoli e dalle zone turisticamente redditizie sono due temi su cui i populismi di destra non hanno alcuna idea e proposta (non diversamente dai loro “avversari”, va detto) e che rischiano di scoppiare loro in mano. Convogliare la rabbia e il risentimento provocato da questi processi non solo verso nemici fittizi interni (e su piani non materialistici) ma anche verso nemici esterni, potrebbe essere un’opzione meno improbabile di quanto si voglia pensare, in un continente che si sta predisponendo a una riconversione industriale di lungo periodo verso il settore bellico. È abbastanza eloquente, per restare al caso italiano, che un ex generale dell’esercito sia il nuovo delfino dell’estrema destra: dalle felpe della polizia di Salvini alla divisa grigioverde di Vannacci, dalla “sicurezza” alla guerra, non è detto che il passo non possa essere più breve del previsto.
Ultimo ma non trascurabile elemento di inquietudine risiede nell’immaginare il destino a cui può andare incontro un’Europa pesantemente riarmata e governata da forze nazionalistiche nei suoi paesi nevralgici, nel caso in cui l’UE dovesse essere ridotta a vestigia di un ordine defunto, un po’ come l’ONU. L’Euro è forse il maggior freno a uno scenario simile, il che pure dice molto sullo stato di salute dell’architettura europea. Insomma, la “tentazione fascista” non è detto sia uno scenario da escludere a priori, anzi. Specie in società meno “squagliate” di quella italiana e statunitense, per non parlare dei paesi dell’Europa Orientale.
Il secondo punto a mio avviso meritevole di dibattito riguarda invece la pandemia e la sua sorprendente e pressoché immediata rimozione dalla coscienza collettiva. Si è trattato dell’evento storico che ha determinato in Occidente il maggior numero di morti dopo la Seconda Guerra Mondiale, eppure sembra aver lasciato poche tracce nella psiche della maggioranza silenziose, e forse persino in una parte delle minoranze rumorose di allora. A ciò ha ovviamente contribuito anche la ritrosia del mondo intellettuale e degli storici a occuparsene e a discuterne seriamente ex post. Come spiegare questo vuoto? Una risposta facile, certo di per sé non scorretta, sarebbe il transito molto breve dalla crisi pandemica alla crisi economica e geopolitica innescata dalla guerra in Ucraina a fine febbraio 2022. Una preoccupazione generale (ben più della paura per un allora assolutamente implausibile impiego di armi nucleari, per l’inflazione galoppante e il freno alla crescita che ha impattato su milioni di individui e famiglie usciti già economicamente provati dai due anni pandemici) scaccia l’altra, si potrebbe dire. Credo però che ci sia anche altro, un imbarazzo e una specie di inquietudine che aleggiano in una sorta di preconscio.
Per rendere chiaro ed esplicito che cosa intendo prendo le mosse da un’affermazione di Mazzoni, in merito alle differenze tra la mobilitazione pandemica e quelle che normalmente si danno in occasione di guerre tra Stati e nell’ambito di guerre civili su base ideologica. A suo giudizio durante il biennio pandemico “mancava un nemico umano, e dunque il sovrasenso politico e lo slancio passionale che i conflitti con vittime comportano” (pp. 111). Questo non è vero in realtà. La temperatura ideologica è stata (a volte grottescamente) alta, la pressione psichica a prendere la posizione giusta si è sentita eccome. Proprio perché di vittime reali ce ne sono state, a decine di migliaia nel giro di poche settimane. E perché ad essere vittima delle restrizioni governative (alcune sensate e necessarie, altre discutibili e purtroppo non adeguatamente contestate se non da esigue minoranze) sono state dimensioni della vita tutt’altro che superflue e allora troppo rapidamente giudicate sacrificabili e comprimibili: dalla socialità svincolata dal consumo al rapporto con gli spazi comuni, fino al diritto alla scuola e al gioco per bambini e ragazzi. Il costo sociale e psichico (diciamolo tranquillamente: di salute) di un anno e mezzo almeno di confinamento di varia intensità non è stato ancora adeguatamente riconosciuto e studiato.
Ci sarebbe poi l’esigenza di ritornare in forma non macchiettistica su quella piccola e ignobile “guerra civile”, scientemente fomentata dal sistema politico e mediatico, tra “cittadini responsabili” e “No lockdown/No Vax/No Green Pass”. È un dato di fatto che milioni di persone in quei due anni sono stati spinti a sentirsi degli eroi solo stando a casa[14], o facendosi (o non facendosi) una puntura. L’appello alla responsabilità dei più, o la scomunica verso l’irresponsabilità di pochi, hanno condiviso lo stesso paradigma, schiacciando su un piano meramente individuale questioni politiche generali, venandole di giudizi etici assoluti, quasi religiosi. A uscirne massacrati sono stati gli spazi entro cui far maturare una critica seriamente politica in merito alla gestione governativa della pandemia, sulle condizioni strutturali e di grave definanziamento della sanità pubblica prima e dopo il virus, nonché su uno strumento come il Green Pass, sia per l’uso improprio e gravemente discriminatorio che ne è stato fatto allora sia per le sue possibili riproposizioni in futuro, anche slegate da contesti sanitari.
A uscire fortemente ammaccati dall’esperienza pandemica sono stati anche due cardini del pensiero illuminista: la fiducia nella scienza e la possibilità di usare lo spazio pubblico come ambito di esercizio della ragione. Immediato pensare alle frange più irrazionali dell’antivaccinismo come residuo oscuro di qualunque illuminismo. Meno scontato, eppure doveroso, è chiedersi invece quale effettivo contributo o quali danni abbiano apportato virologi ed epidemiologi nel momento in cui sono stati spinti a comunicare in arene televisive o digitali sottoponendosi più o meno inconsapevolmente alle logiche dello spettacolo, o hanno trascurato di distinguere i loro enunciati di esperti da quelli formulati come cittadini (legittimi, ma appunto da riconoscere come tali).[15] Oppure ancora, domandarsi perché la campagna vaccinale sia stata gestita quasi immediatamente in termini muscolari e non sia stata accompagnata da un serio, non moralistico e non infantilizzante sforzo di persuasione, anche grazie ad incontri in presenza che permettessero a medici ed esperti di illustrare i benefici dei vaccini anti-Covid, rispondendo a domande, chiarendo dubbi, dissolvendo paure ingiustificate in una cornice non giudicante. Timore di non riuscire? Lussi che non ci si poteva permettere “in emergenza”? Può darsi. Ma occorre allora tirare le somme di questa enorme sconfitta intellettuale e civica. Nel momento più critico, si è ricorsi alla coercizione, sfiduciando le possibilità persuasive della ragione e di una efficace comunicazione scientifica. Anche questo è un capitolo della crisi dell’illuminismo di cui non abbiamo ancora colto tutta la preoccupante portata.
Cercare ripari o ricostruire fortezze?
“Possiamo immaginare che la società diventi più autoritaria di quanto non sia o crolli nel disordine, come nei racconti della nostra fantascienza distopica, ma non abbiamo più alcuna speranza paragonabile a quella che animava l’età delle rivoluzioni. Nessuno pensa che un altro mondo sia possibile, nessuno ci crede veramente” (p. 149). Il libro di Mazzoni termina con parole di disperazione, di negazione della sussistenza di un’alternativa reale alle tendenze regressive e distruttive che ha precedentemente tentato di interpretare e storicizzare. Contrariamente a quanto affermato da alcune recensioni, non ci troviamo però di fronte a una resa allo stato di cose presente. Il confronto con il finale (diversamente pessimista) de I destini generali è interessante: “Alla fine del secolo più tragico della storia umana, alla fine di un conflitto ciclopico fra idee di società e di persona, il modo di vita che esce vincitore è il meno eroico, il meno grandioso, ma anche il meno elitario, il più immanente, il più autenticamente popolare. Non ho nulla di politico o di reale da opporre a tutto questo. Ho solo una specie di disagio.”[16] A distanza di dieci anni Mazzoni non ha cambiato posizioni, ma le sensazioni che animano i medesimi giudizi le trovo un po’ diverse. Un “disagio” personale verso il presente, quasi indegno di attenzione, ha lasciato il posto a una mancanza di speranza collettiva; un vuoto di fede e di desiderio ha sostituito l’assenza di un progetto politico alternativo come primo problema da cui partire. Da un aristocratico disprezzo (della vita in tempo di pace) a un’inquietudine condivisa (per il ritorno tragico della storia). Possono sembrare sfumature, e in un certo senso lo sono. Eppure, credo che questo mutamento sia un sintomo interessante di molte cose, ben più ampie di una contraddizione esistenziale irrisolta da parte dell’autore: lo spavento di fronte allo smottamento di molte conquiste di civiltà che si erano credute definitivamente acquisite; la consapevolezza del carico di infelicità che deriva dalla “frustrazione di alcuni desideri umani profondi e non meno reali del principio di realtà che ce li fa sembrare illusioni” (p. 148); il dubbio che anche la disperazione possa comportare dei doveri (direbbero i CSI di Linea Gotica), oltre ad essere intellettualmente preziosa[17]; la dismissione di un certo compiacimento cinico nel certificare la morte o il degradarsi velleitario di istanze trasformative figlie del Novecento. Rispetto a I destini generali c’è più distacco, ma meno cinica rassegnazione. Nessuna apertura a un’altra realtà possibile, ma una segnalazione discreta che questa assenza rappresenta innanzitutto un nostro problema.
C’è un’espressione che trafigge nel libro (rimasta sottotraccia in molte recensioni, benché aggiunga al titolo del saggio delle sfumature significative, diverse da quelle di Calvino), tratta da una citazione di Siegfried Kracauer: riferendosi alla classe media in Germania a inizio anni Trenta, sottoposta a scossoni materiali e a crisi identitarie, il sociologo tedesco ne definisce i membri come dei “senzatetto spirituali.”[18] Cent’anni dopo, sia pure in un contesto come detto diverso, la questione si ripropone, materialmente e spiritualmente, rispetto all’esigenza di ricreare ripari in un mondo in tempestoso disordine. Vi sono alternative, o almeno degli antidoti produttivi, alle gated communities di destra e ai loro corrispettivi safe spaces di sinistra? È possibile riarticolare e rendere nuovamente desiderabile e abitabile l’idea di comunismo dichiarandolo chiaramente, evitando i suoi surrogati più o meno postmoderni e sbiaditi? Vorrei indicare almeno tre punti su cui imperniare la ricostruzione di forza politica, che è molto più di un cartello elettorale, un’organizzazione, un partito. Un lavoro su più livelli che richiede ovviamente un enorme accumulo di intelligenza e di azione collettiva, con l’obiettivo di riunire attorno a queste fortezze abitabili delle comunità unite da bisogni comuni e desideri di riscatto.
I) Un altro modello di economia, di società, di vita umana
Inutile cercare scorciatoie economicistiche: una delle grandi lezioni sul capitalismo e le sue crisi che gli ultimi 15 anni hanno riconfermato è che nessun tracollo economico generale, né l’approfondirsi delle disuguaglianze favoriscono di per sé i movimenti e le forze politiche anticapitaliste. La spazio della radicalizzazione tende a essere più facilmente convogliato a destra in questi casi. L’interesse economico dei lavoratori, quand’anche diventi motore di una reale lotta di classe, è al massimo sindacalistico e socialdemocratico. Per rendere desiderabile l’idea di rivoluzione è la forma di vita il campo che va conteso.
La liberazione del tempo di vita dalla produzione di beni inutili e dalla schiavitù del lavoro, nonché il suo reimpiego in attività di cura, relazione, studio, gioco ecc., è uno dei terreni su cui condurre la battaglia per strutturare altrimenti l’economia: rivalutazione dell’economia pianificata, riduzione dell’orario di lavoro, integrazione di salario e forme di reddito garantito dallo Stato sono tutti elementi da rivendicare perché, a dispetto del loro apparire anacronistici, sono invece soluzioni da prendere sul serio per far fronte all’approfondirsi della crisi ecologica e della disoccupazione tecnologica prodotta dallo sviluppo dell’IA.
Senza tuttavia dismettere una postura reattiva, conservativa, di addolcimento delle ingiustizie di un sistema in fondo accettato come immutabile, senza in breve costringere i propri avversari e nemici politici a inseguire e a essere messi in difficoltà da un’altra promessa, dall’idea di un altro mondo possibile, nessuna ipotesi di alternativa radicale alle destre estreme e alle tecnocrazie liberali potrà non dico vincere, ma nemmeno presentarsi come opzione considerabile.
II) Le comunità territoriali contro i flussi di mercato e il colonialismo estrattivista
In forma un po’ apodittica dirò che è impensabile una forma di vita non individualistica se passiamo 10-12 ore al giorno davanti a uno schermo, sempre connessi a uno spazio di separazione dai nostri prossimi, potenzialmente ovunque e dunque senza abitare davvero alcun luogo.I social hanno prodotto non solo un impoverimento della politica, ma anche una dispersione dell’io esposto a troppi palcoscenici e sempre più indotto a forme di ritiro sociale. Parallelamente a questo risucchio del nostro tempo e della nostra presenza nell’universo digitale, il saldarsi dell’ideologia del decoro e dell’insicurezza percepita alla sostituzione urbana prodotta dalla turistificazione selvaggia stanno rendendo le città occidentali dei deserti di relazioni non mediate dal denaro, sempre più ostili a chi non ha mezzi o desideri di consumo. E senza spazi comuni non può darsi nessuna contaminazione di sensibilità, linguaggi, provenienze e appartenenze, ma solo separazione, diffidenza, ostilità. Senza ambiti di incontro tra le generazioni non c’è trasmissione di eredità culturale, né confronto con la storia e con altra esperienza umana, né capacità di denaturalizzare lo stato di cose presente.
La riterritorializzazione della vita e della politica, la ridefinizione di un rapporto non identitario ma comunque comunitario con i luoghi e gli spazi pubblici sono dunque delle esigenze cruciali e inderogabili di ogni lotta e di ogni progetto trasformativo del presente, sia che prenda le sembianze di un ritorno a forme di sovranità nazionale e popolare (certo, potenzialmente reazionarie, ma anche all’opposto anticoloniali, secondo la variabile geopolitica e geoeconomica del territorio in questione rispetto al sistema-mondo, o al sistema-stato), sia di resistenze territoriali alle grandi opere, alle basi militari, all’estrazione di risorse ed energia a danno della comunità che vi abita. Persino dal fondo più buio del nostro tempo, la resistenza palestinese (tanto nella sua forma armata che nell’ostinazione della popolazione a non abbandonare la propria terra) al genocidio israeliano ci indica che nessuna comunità partigiana può alimentarsi e durare senza delle proprie radici e sorgenti telluriche.
III) L’ancoraggio a un pensiero forte e a una tradizione rivoluzionaria
La diffidenza misurata e rispettosa di Mazzoni verso le passioni che muovono le odierne guerre culturali non nasce solo dallo sguardo di un marxista politicamente in congedo (mi si passi l’espressione) o dall’onestà intellettuale di chi non abdica al dovere di conoscere fino in fondo il nostro mondo[19]. È anche un modo di segnalare l’insufficienza di tali scontri a evocare forme di trascendenza, di identificazione collettiva e di disponibilità al sacrificio del singolo senza cui l’idea di rivoluzione non è nemmeno pensabile. La rivalutazione dello spirituale e del religioso (ipotesi finora battuta erroneamente e superficialmente dalla sinistra sedotta dalla “supplenza papale”[20]) come componenti necessarie a rifondare un rapporto con la tradizione degli oppressi e con la tensione utopica verso la loro liberazione, diventa allora una sfida intellettuale da prendere sul serio. Ben presente e centrale negli scritti di maestri del Novecento come Benjamin, Tronti[21] e Fortini[22], ancora oggi potentemente ispirativi di qualunque attività intellettuale che voglia collocarsi in un orizzonte politico di lungo periodo, la tensione profetica è una dimensione decisiva per formare nuove soggettività desiderose di rivoluzione e per alimentare, se si è più ambiziosi, quel “lavoro senza luce e senza alcuna speranza immediata, che è della politica autentica.”[23]
Infine, studiare e reinterrogare la storia del movimento comunista e dei suoi esperimenti politici, ovvero dell’unica organica tradizione di pensiero che si è posta la sfida di una riorganizzazione materiale della società su basi non capitalistiche diventa sempre più necessario non solo a fronte dell’approfondirsi della barbarie di un sistema economico ecocida e bellicista, dell’ascesa dell’estrema destra e del tracollo degli stessi partiti socialisti e socialdemocratici (le cui ipotesi di compromesso redistributivo all’interno della democrazia liberale, si è visto, potevano sussistere solo in presenza della concreta “minaccia” del comunismo sovietico e internazionale). Occorre insomma riattivare (e credere) nella forza intrinseca di un tale deposito ideale: sia per le aspettative ancora inadempiute che ha saputo suscitare e che potrebbe suscitare ancora nelle nuove generazioni[24], a fronte dello scatenarsi degli spiriti animali del capitalismo e delle sue macchine genocidiarie; sia, non secondariamente, per la capacità che ha avuto di spaventare e di far male al nemico, cosa che oggi fa paura, in primo luogo, proprio a buona parte della stessa sinistra, mentre le destre istituzionali sono riuscite a non depoliticizzare e a non recidere mai del tutto il legame con le pulsioni, le formazioni e le esperienze storiche più radicali di cui condividevano istanze e linguaggi, traendo forza da questa ambiguità[25]. Mentre invece, solo per restare al caso di rilievo più recente, l’atteggiamento sostanzialmente impolitico con cui buona parte del popolo e delle formazioni politiche di sinistra ha guardato per due anni al genocidio dei palestinesi, indignandosi per le nefandezze di Israele ma evitando con imbarazzo anche solo di interrogarsi sul diritto dei palestinesi alla resistenza e all’autodifesa, è una cartina di tornasole della sua inadeguatezza politica di fronte alle durezze del presente. Senza liberarsi dall’insopportabile e pietosa pulsione della sinistra a voler essere annoverati tra i buoni della storia (cioè, per come li intendiamo oggi, le pure vittime, o gli spettatori compassionevoli), invece di essere “il lato cattivo” che detta il movimento di distruzione dell’ingiustizia, è certo che la destra avrà non la strada spianata, ma tutta la prateria per sé.[26]
(Immagine di copertina: Thomas Cole, Destruction from The Course of Empire, 1836)
[1] Cfr. Lorenzo Marchese, Allo scoperto di fronte alla storia, Il secolo XIX, 04/05/2025: “Nella grande tradizione del secondo Novecento che Mazzoni ben conosce era accettabile che un poeta pubblicasse articoli e persino volumi sulla sua epoca. Fortini, Pasolini, Giudici e tanti altri sapevano porsi lateralmente rispetto al mondo, scomporlo con una parola verticale e categorica, anche quando non andavano a capo. Con la precisione estrema ed evocativa della lirica, si prendevano nella prosa d’intervento il diritto del paradosso, e arrivavano più lontano di molti opinionisti qualificati. Lo sguardo di Mazzoni, ovunque si posi, discende da questo modello: e tradisce un approccio diagnostico, in certi punti così sconfortato che si sarebbe tentati di definirlo autoptico. Il corpo morto del presente, segnato dalla crisi e dall’assenza di credibili prospettive utopiche («l’idea di crisi fa ormai parte del senso comune, il futuro suscita preoccupazioni latenti o patire esplicite») viene studiato da Mazzoni ripercorrendo le tappe, ritenute inevitabili, che abbiamo percorso fin qui. […] La sua pagina è di una nitidezza iperreale, straniante, con un’inflessione non lontana da quella descritta quarant’anni fa da Gianni Celati in Narratori delle pianure, quando parlava di «come tutte le cose appaiano diverse sentendosi allo scoperto, quando non c’è più il pensiero di potersi nascondere e così salvare da qualche parte».”
[2] Cfr. Clotilde Bertoni, Oltre le apocalissi. Alla ricerca dell’impegno, Between, XV.30 (2025), p. 416, a proposito di Senza riparo e del recente volume di Walter Siti La fuga immobile. Lo strano caso della Generazione Z: “I loro libri confermano a fondo la capacità degli intellettuali di intervenire su tratti dell’attualità nevralgici, suscitando consenso o disaccordo, comunque riflessione. I contributi seri non hanno mai bisogno di blasoni: il loro credito culturale lo portano in sé stessi.”
[3] Italo Calvino, “La belle époque” inaspettata, in Id, Saggi 1945-1985, Mondadori, Milano 1995, t. 1, p. 90.
[4] Cfr. Francesco Guicciardini, Ricordi, n. 66: “Non crediate a costoro che predicano sí efficacemente la libertà, perché quasi tutti, anzi non è forse nessuno che non abbia l’obietto agli interessi peculiari, e la esperienzia mostra spesso, ed è certissimo, che se credessimo trovare in uno stato stretto migliore condizione, vi correrebbono per le poste.”
[5] Cfr. Guido Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Laterza 2025, p. 70: “Trump assomiglia ai suoi elettori e al tempo stesso ne è la versione riuscita; corrisponde a ciò che i suoi elettori vorrebbero essere se solo avessero i suoi soldi; e soprattutto parla il loro linguaggio, ama le cose che loro amano: non li guarda dall’alto in basso, non sembra disprezzarli, non li vuole rieducare.”
[6] Cfr. ibidem, pp. 66-67: “Internet rende possibile il rapporto diretto tra i leader e le masse contribuendo a trasformare i partiti in comitati elettorali personalistici; accorcia i tempi della comunicazione creando un habitat sfavorevole alla democrazia rappresentativa nella sua forma novecentesca, fondata sugli apparati, i corpi intermedi, la lentezza procedurale, la distanza tra la base e i gruppi dirigenti, la politica come professione; accentua la tendenza delle società moderne a dividersi in bolle, cerchie separate, quartieri privi di un’agorà, micromondi. […] La rete ha creato fonti di informazione alternative e al tempo stesso ha fatto nascere un ambiente favorevole alla circolazione di idee senza riscontro, distruggendo il principio di realtà.”
[7] Nelle elezioni del 2020 perse contro Biden, Trump ha comunque preso ben 12 milioni di voti in più rispetto alle precedenti elezioni del 2016. Berlusconi ha sostanzialmente pareggiato le elezioni del 2006, e perso quelle del 1996 solo perché la Lega Nord decise di presentarsi da sola.
[8] Cfr. Donald J. Trump, The Art of the Deal, 1987, cit. in ibidem, pag. 67: “Faccio leva sulla fantasia delle persone. Le persone possono non pensare sempre in grande, ma possono comunque entusiasmarsi per coloro che lo fanno. Ecco perché un po’ di iperbole non fa mai male. Le persone vogliono credere che qualcosa sia il più grande: il più grande e il più spettacolare.”
[9] Margaret Thatcher, Interview for “Sunday Times”, 3 maggio 1981, cit. inGuido Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Laterza 2025, p. 36.
[10] Cfr. ibidem, pp. 115-116: “Il primato della nuda vita accomuna oggi le democrazie liberali e gran parte dei regimi autoritari: un ideale perseguito in molti tempi e in molti luoghi dalle maggioranze, ma che raramente è diventato egemone, mentre la forza di rischiare se stessi per difendere un bene superiore alla nuda vita (la libertà, la dignità, l’amor proprio, un ideale politico o religioso) è sempre stata considerata una virtù nelle società tradizionali basate sui rapporti faccia a faccia e sulle passioni dell’onore e della vergogna.”
[11] Cfr. ibidem, pp. 73-75: “La tecnica di gestione delle società cui la destra populista inconsapevolmente guarda sono le gated communities, i quartieri ricchi in cui possono entrare solo le persone autorizzate e nei quali vige una distinzione ineliminabile tra residenti e non residenti. […] Noi e Loro sono dunque dei significanti più che delle identità fisse, ma ciò che non viene mai meno è lo schema dicotomico, l’antitesi tra chi viene prima e chi viene dopo, tra chi è normale e chi è anomalo, tra chi è dentro e chi è fuori.”
[12] Cfr. ibidem, p. 73: “Non c’è, nella destra populista contemporanea, una pulsione totalitaria paragonabile a quella dei fascismi storici, o la pretesa di sottomettere i singoli e la società civile allo Stato, o il desiderio di mobilitare le masse in nome di una grande meta collettiva che richiede sacrifici. C’è invece un individualismo anarcoide di destra fondato sul culto dell’interesse personale e familiare, temperato dal rispetto di alcuni principi conservatori e dalla delega a un capo autoritario, prepotente, alla mano, vivace e trasgressivo nel quale ci si riconosce e ci si specchia.”
[13] Per quanto riguarda i meri attrezzi di pensiero, consiglio la lettura attenta di un intervento di Adorno del 1967, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, Marsilio 2020. Ne ho scritto sulla rivista “Carmilla” qui: https://www.carmillaonline.com/2024/01/22/il-nuovo-radicalismo-di-destra-secondo-adorno-e-come-potremmo-contrastarlo-pt-1/; e qui: https://www.carmillaonline.com/2024/01/23/il-nuovo-radicalismo-di-destra-secondo-adorno-e-come-potremmo-contrastarlo-pt-2/
[14] Il governo tedesco è giunto persino a caldeggiare questo sentimento di pseudo-eroismo nel 2020, con uno spot dove si paragona il rimanere a casa tra birre, patatine e alienazione da serie tv durante i periodi di confinamento alla sopportazione delle sofferenze dei cittadini tedeschi della Seconda Guerra Mondiale. La libertà negativa di Isaiah Berlin di cui parla Mazzoni nel testo non potrebbe credo essere meglio esemplificata dalla mancanza di decenza e di senso storico che un simile paragone rivela: https://www.rainews.it/archivio-rainews/media/Originale-spot-tedesco-che-invita-a-stare-in-casa-il-ricordo-nel-futuro-epoca-del-coronavirus-7080ded3-9bcb-4165-a8b3-d36b37c4e9e3.html#foto-1
[15] Cfr. Roberto Salerno, «Io non ho il minimo dubbio». Il fallimento comunicativo di scienziati ed «esperti» nei giorni del Covid-19, 11/05/2020, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/05/science-communication-breakdown/
[16] Guido Mazzoni, I destini generali, Laterza 2015, p. 100.
[17] Un punto richiamato anche da Gianluigi Simonetti, che cita Siti al termine della sua recensione al saggio dello stesso Mazzoni: “Niente è più vile che indicare una soluzione dove non esiste, solo per sentirsi meglio. […] Riconoscere, lucidamente, che rispetto a certe derive non esiste al momento una soluzione possibile può essere una pausa necessaria. Mi sento di difendere un sentimento poco apprezzato come la disperazione, se può contribuire non alla depressione, ma alla chiarezza”. (Walter Siti, “Mai imbelle, potente, a volte vile. La speranza è una fora bulimica”, Domani, 17/10/2025)
[18] Di lì a poco, in una lettera indirizzata a Brecht negli anni della Seconda Guerra Mondiale, Karl Korsch rifletteva su come i fascismi avessero non solo convogliato su di sé l’appoggio delle classi medie, ma si fossero anche impadroniti di quella forza accumulata dalla classe operaia che non era riuscita a scatenarsi in rivoluzione, dirottandola verso l’esperienza bellica.
[19] Guido Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Laterza 2025, p. 143: “Assumere le istituzioni del mondo borghese come una sorta di seconda natura [è] una grave forma di miopia intellettuale e politica, una restrizione dello sguardo che impedisce di capire com’è fatta la società e intorno a quali relazioni di potere è costruita.”
[20] Cfr. Wolf Bukowski, La sinistra che trattiene. Parte seconda: fine del capitalismo e fine del mondo, 18/12/2020, https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/12/la-sinistra-che-trattiene-parte-seconda/
[21] Tra i tanti scritti che hanno ricordato con commozione la ricchezza del suo lascito poco tempo dopo la sua scomparsa, voglio qui soltanto ricordare un passo del bellissimo contributo di Federico Ferrari, Eredità di Mario Tronti, pubblicato sulla rivista Antinomie https://antinomie.it/index.php/2025/09/04/eredita-di-mario-tronti/: “Tronti sapeva bene (ed è questa una delle sue tante eredità) che nessuno conosce l’istante, la Jetztzeit, in cui si affaccerà nuovamente la grande occasione, la rottura del tempo storico, l’occasione rivoluzionaria. Solo nella saggezza della lotta, nella rabbia contro questo ordine del mondo, nell’attesa dell’insperato, sta il passato, il presente e il futuro della politica. La lotta, il conflitto, come esercizio, come meditazione vivente che prepara al momento di grazia in cui la storia si riapre.”
[22] Sull’uso politico-intellettuale dell’eredità di Fortini oggi, mi permetto di rimandare a un mio scritto dal titolo Desideri e nemici. Sulle tracce di Franco Fortini, uscito recentemente sulla rivista “Machina”: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/desideri-e-nemici
[23] Franco Fortini in E. Fachinelli, F. Fortini, G. Giudici, Tre interventi sul libro di don Milani, «Quaderni piacentini», VI, 31 luglio 1967, p. 279.
[24] Sulle possibilità di una radicalizzazione politica giovanile opposta a quella della destra (e non ascrivibile al “woke”) di cui il movimento di solidarietà internazionale per la Palestina è stato di recente un potente incubatore, si vedano le conclusioni di una densissima intervista all’economista Emiliano Brancaccio, Crisi, catastrofe, rivoluzione, Il Tascabile, 08/07/2022: https://www.iltascabile.com/societa/emiliano-brancaccio/
[25] Cfr. Jack Orlando, La maschera col teschio e le immagini del mondo, 04/03/2024, https://www.carmillaonline.com/2024/03/04/la-maschera-col-teschio-e-le-immagini-del-mondo/ : “Non vi è mai stato alcun ambiente politico che sia vissuto senza un certo grado di osmosi tra le sue posizioni più radicali e quelle più accomodanti. […] Se a destra qualcosa non si è mai perso di vista negli anni, è l’elemento dell’assertività nella politica: più un discorso è ripetuto e sostenuto più esso ha possibilità di imporsi, più la posizione è spinta al proprio polo estremo, più il suddetto discorso finirà per far pendere il piano del politico dalla propria parte. Non c’è un solo caso in cui la destra istituzionale (qualsiasi destra istituzionale) nel suo complesso non abbia mantenuto un atteggiamento ambivalente di fronte alle fughe in avanti della sua base: fossero uscite di pessimo gusto, manifestazioni grottescamente esplicite o veri e propri atti di terrore, i leader si sono limitati a smarcarsi dalle responsabilità dirette, al limite a condannare l’uso della violenza, ma mai sono arrivati a mettere in discussione gli assunti alla base di tali azioni. Viceversa, a sinistra la resa totale al liberalismo tout court, con la messa in mora dell’istanza rinnovatrice anche più moderata, ha portato ad accettare una condizione di amministrazione della miseria e di guardia al bon ton del discorso pubblico ed alle proprie posizioni di rendita. […] Il risultato è che oggi il piano inclinato della politica pende smaccatamente per la reazione, non tanto e non solo per quanto riguarda i risultati elettorali e l’agibilità delle formazioni di estrema destra, quanto per l’egemonia del discorso.”
[26] Cfr. Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene. Ai nostri amici. Adesso, Nero 2019, Introduzione, pp. 13-14: “Non è difficile constatare come la debolezza congenita della sinistra, il suo amore per la debolezza, abbia finito per consegnare ai conservatori e ai fascisti temi come quelli di “libertà”, “rivoluzione” e anche “democrazia”. […] A forza di pretendere di incarnare il partito del Bene […] il senso comune ha finito per dedurne, in virtù di una sorta di sillogismo che opera su scala mondiale, che visto che essere buoni significa parlare come uno schiavo, essere libero significa comportarsi da bastardi. A forza di diffidare cronicamente di tutto quello che è rivoluzionario, la sinistra ha indotto logicamente l’idea che la vera rivoluzione sia quella conservatrice.”
