L’insorgenza messinese del 1847 – di Giuseppe Restifo
Nessuno più, al giorno d’oggi, si arrischierebbe a sostenere che, il 1° settembre 1847, fu Messina ad avviare il Risorgimento italiano. Certo, c’è una lapide, nella città dello Stretto, che lo ribadisce con fermezza; e ci fu anche uno storico del Risorgimento che scrisse nel 1961: “Tra Piazza Duomo e le Quattro Fontane nel rosso tramonto del I settembre 1847, ebbe principio l’unità italiana” . Occorre allora contestualizzare quest’affermazione – si celebrava il Centenario dell’Unità d’Italia – e contestualizzare quella lapide dal tono retorico, dalla cifra “risorgimentista”: d’altronde dalla penna di Michelangelo Bottari, colui che la dettò, non si poteva aspettare altro. Così la lapide, che ancora oggi, nel 2015, sta affissa, a Messina, all’angolo di piazza Duomo e di via Primo Settembre, recita: “Fatti precorrendo e idee Messina iniziava qui il Risorgimento italiano il 1 settembre MDMCCCXLVII”.
Fu svelata nel 1897, quando la strada, che prima si chiamava via Austria, diventava appunto via Primo Settembre, in occasione del cinquantenario di un episodio di insorgenza che proprio in quel luogo aveva avuto il suo epicentro .
Michelangelo Bottari, l’autore delle parole incise in quel marmo, rivoluzionario del ’48, cospiratore, capitano dell’esercito garibaldino, deputato alla Camera nel 1867 , era un componente, insieme a diversi altri personaggi, del nuovo gruppo emergente della città. Questo aggregato, composto da professionisti, commercianti, funzionari pubblici, imprenditori e intellettuali, coglie l’occasione del cinquantenario dell’insorgenza del 1847, per rivendicare la propria legittimazione come classe dirigente della città, ma con collegamenti anche al quadro nazionale in ambito moderato. Peraltro sente già il fiato sul collo del nascente movimento socialista, rappresentato a Messina da Giovanni Noè, che proprio nel 1900 sarà eletto deputato al primo turno.
Quindi agli esponenti del ceto dirigente, in quell’anno 1897, pare opportuno e necessario proporre alla città una certa “lettura” del Risorgimento, che sia egemone, inclusiva ed “ecumenica”. Oltre la lapide posta in vista al pubblico e ai cittadini all’angolo di piazza Duomo con via Primo Settembre, altre due lapidi vennero collocate nell’atrio del palazzo municipale per ricordare i caduti, i condannati, i “fuor banditi” del 1847, ma soprattutto per non far perdere la memoria di coloro che si erano impegnati nel moto “per raccendere / nella coscienza delle ignave moltitudini / il sentimento di patria” .
Sempre nello stesso anno 1897 vede la luce il volume di Matilde Oddo Bonafede, Sommario della storia di Messina, un vero canto retorico anch’esso alla rivolta fallita del 1847: “La rivoluzione fu oppressa, non ispenta. Sotto il governo borbonico i Siciliani né potevano né volevano stare. E contro la volontà di un popolo possono i re combattere più o meno a lungo, ma finalmente perdono” .
Un esempio caratteristico da questo punto di vista era rappresentato da un libro dell’editore-tipografo messinese Tommaso Capra, le Ricordanze di storia antico-contemporanea, politico-letteraria, pubblicato nel 1876. La dimostrazione del tentativo di mettere in luce mitica i protagonisti dell’insorgenza e allo stesso tempo di mostrare una sorta di unanimità di tutti i messinesi è esplicita nella narrazione dei fatti del 1° settembre 1847: “E Messina al primo settembre, alle ore 4 pomeridiane, con un pugno di giovani eroi – in numero di ventitré, capitanati da Antonino Pracanica – insorgeva” .
Nessuna spiegazione reale del moto viene data, mentre non si coglie la contraddizione fra il fatto che si pretende sia Messina ad insorgere (con una popolazione composta da 80 mila abitanti) e l’informazione che viene data sulla consistenza numerica degli insorti.
Qual era il rapporto fra questo “pugno di eroi” e la città? Quale la loro provenienza sociale? Questi ed altri problemi rimangono insoluti e addirittura inespressi, con un certo danno per chi oggi vorrebbe e si attenderebbe qualcosa in più da una fonte diretta dei moti urbani, qual è appunto il tipografo-editore messinese.
Capra ebbe infatti una parte non indifferente nel costituire, proprio con il suo lavoro e anche con la sua presenza culturale, l’humus politico cittadino, che si esprimeva nei tentativi rivoluzionari di origine borghese nella prima metà dell’800. Ebbe comunque anche lui un ruolo nella costruzione del mito dell’unanimità “popolare”. Se però lo Stato liberale aveva bisogno di questo mito per consolidare l’integrazione di strati sociali diversi, se il regime fascista avrebbe strumentalizzato l’unanimismo per legittimare il proprio potere in quanto preteso erede del risorgimento, rimane da chiedersi che senso abbia la prosecuzione di questa strumentalizzazione anche nella Repubblica “nata dalla Resistenza”.
Dubbi e perplessità si sono fatti sempre più largo in merito a questo mito “ecumenico”: si è cominciato a chiedersi quali siano le motivazioni che spinsero ceti popolari, abbastanza distanti per formazione culturale e posizione sociale dagli ideali liberali e “risorgimentali”, ad aderire e spesso a farsi carico in prima linea dei “moti” d’indipendenza.
Prima di prendere in esame l’insorgenza del 1847, è opportuno ricordare quanto era avvenuto dieci anni prima, per verificare il ruolo e l’azione dei ceti popolari di fronte a una minaccia non direttamente politica, ma piuttosto sanitaria: il colera.
Già dal 23 giugno del 1837, con l’incedere progressivo della stagione estiva, malumore e preoccupazione cominciano a serpeggiare soprattutto fra gli strati popolari della città. Il colera ha un formidabile impatto emotivo sulla popolazione non solo di Messina, ma di tutta Europa. Generalmente “intere cittadinanze scosse dal terrore della morte invocano protezione dal cielo e chiedono alla religione conforto spirituale: rimedi empirici e processioni sono spesso fomite di nuovi contagi”. Il colera suscita ansie e insicurezze, crea un forte conflitto sociale: l’ordine pubblico è minacciato, il controllo dell’organizzazione sociale rischia di andare al collasso.
Il 12 luglio si presenta all’imboccatura del porto una nave proveniente da Napoli, il pacchetto S. Antonio, con un carico di divise per i militari di stanza a Messina.
Stavolta l’eccitazione e la rabbia popolari esplodono manifestandosi in un assalto agli uffici portuali, nella devastazione della casa sanitaria, da cui vengono inseguiti sin su una barca, che prende il largo frettolosamente, i due commissari sanitari. Non soddisfatti, i popolani si recano dall’intendente, al quale strappano la promessa che la nave napoletana sarebbe rimasta al largo. A questo punto, invece di accontentarsi della promessa della massima autorità borbonica in sede locale, la folla – composta quasi esclusivamente da elementi appartenenti ai ceti popolari – si porta nuovamente negli uffici del porto, dove devasta ogni cosa, incendiando e distruggendo documenti.
Le truppe si asserragliarono nella Cittadella, comunque le autorità cittadine e l’intendente, il marchese della Cerda, rimasti in città, non vennero molestati.
Interessante è la notazione compiuta da Luciana Caminiti, secondo la quale alla direzione della rivolta, che durò solo due giorni, “si posero prontamente elementi liberali” . Fra coloro che tentarono di prendere la testa del movimento, c’era Michele Ottaviani e soprattutto c’era Giuseppe La Farina, che fu costretto a esulare in Toscana . Lo stesso La Farina più tardi, nel 1860, preciserà che fra gli episodi di rivolta nella Sicilia del 1837, quello di Catania fu il solo nutrito di pensiero politico .
In ogni caso infine il movimento popolare va a placarsi di fronte alla cattedrale, da cui vengono portate fuori le insegne della patrona della città, la Madonna della Lettera.
Analizzando le interpretazioni date a posteriori del moto messinese del 1837, risalta il tentativo borghese di “impadronirsi” anche di questo movimento. Alcuni storici infatti si soffermano sullo sforzo dei liberali del tempo di tramandarsi come “presenti” anche nel ’37 fra le masse e alla guida, anzi, del popolo. Ma i caratteri dell’azione sono abbastanza distanti da quelli desiderati dalle forze politiche liberali, sia moderate che democratiche.
Nel momento di questa particolare lotta urbana emerge in modo considerevole l’autonomia politica, anche se ancora a livelli estremamente elementari, delle masse popolari. L’autonomia si dimostra in pieno nel movimento attuato per la difesa da un pericolo mortale, in primo luogo proprio per il popolo, cioè per chi era più indifeso di fronte all’epidemia, per chi non aveva la possibilità ad esempio di lasciare la città per andare a trascorrere una tranquilla quarantena in campagna. La reazione a questo pericolo è precisa e categorica, non esita a mettersi contro l’autorità, nel momento in cui questa non garantisce pienamente la salvaguardia della salute pubblica, ovvero la preservazione di una condizione minimale di vita .
Anche le stesse movenze dell’azione delle giornate del luglio 1837 sono rispondenti a caratteri di autonomia popolare rispetto alle classi dominanti: l’assalto agli uffici della dogana, la messa in fuga dei commissari sanitari, e addirittura l’inseguimento per un tratto di mare, hanno un carattere prettamente autonomo. La stessa mancanza di piena fiducia nelle promesse dell’intendente e il ritorno agli uffici portuali, per dare fuoco alle carte e ai documenti, rispondono all’immagine della rivolta urbana di stampo popolare. In questa rivolta i ceti subalterni esprimono la loro cultura, che è ancora intrecciata di motivi economici e religiosi, ad esempio. Non è assolutamente un caso che venga chiamata in causa la patrona della città, tramite le proprie insegne, quasi a legittimare la giustezza dell’azione intrapresa. Nel 1838, “per voto del popolo”, un quadro viene aggiunto a quelli esistenti in cattedrale: raffigura la Vergine che protegge la città, rimasta incolume per avere Lei allontanato il colera .
Anche più avanti negli anni – esattamente per la festa dell’Immacolata del 1847 – il risentimento popolare si rivestirà di motivi religiosi. In quel caso si tratterà di una protesta contro le autorità militari che non vogliono fare uscire dalla Cittadella la scorta che tradizionalmente accompagnava la processione della Madonna; ma nella protesta si sente anche la presenza di malumori profondi, dovuti alle difficoltà annonarie del ’46 e dello stesso ’47, che si esprimono in forme religiose. Anche in quest’occasione i liberali del tempo tentano di inserirsi, con le grida di “Viva Pio Nono” e di “Viva il Papa”, ma si tratterà ancora una volta di interventi che calano dall’alto e dall’esterno rispetto alla cultura popolare messinese.
Maggiore rilievo, rispetto all’episodio del 1837, assume l’insorgenza di dieci anni dopo, quella del 1° settembre 1847, in quanto la sua analisi mostra un intreccio di elementi sociali e politici molto più articolato.
Il tentativo insurrezionale che si svolse a Messina fu preparato e condotto da una frazione minoritaria di liberali. Uno dei principali promotori del moto fu Giandomenico Romeo di Reggio Calabria, in quale in una riunione, tenutasi a Messina ai primi di agosto del 1847, fu notevolmente contrastato nel suo proposito di mettere in atto un’insurrezione, insieme ad altri rivoluzionari messinesi, da un gruppo di liberali moderati, che faceva capo a Domenico Piraino. I pirainiani, definiti dal Calvi: “caldi in un club di demagogica eloquenza, tiepidi anzi paurosi laddove trattassesi di tradurre le parole in atti” , si opponevano al tentativo insurrezionale, convinti che questo sarebbe stato facilmente represso e che avrebbe potuto essere certamente d’ostacolo a una rivoluzione più matura e responsabile.
Il Romeo cercò inutilmente di spingere dalla sua parte i pirainiani, che a loro volta minacciavano di portare avanti tutti i mezzi e di adoperarsi onde impedire l’attuazione del piano insurrezionale. Nonostante tale resistenza, i cospiratori decisero
di passare ugualmente all’azione e fissarono la data dell’insurrezione in un primo momento al 2 settembre; opteranno poi per il 1° settembre in conseguenza del fatto che molti ufficiali borbonici si sarebbero incontrati proprio in quel giorno presso l’hotel Victoria per festeggiare la nomina di un ufficiale al grado superiore (per l’esattezza si trattava della promozione del colonnello Busacca a generale di brigata) .
Nel piano dei rivoluzionari bisognava cogliere di sorpresa tutti gli ufficiali e impedire loro di raggiungere la truppa, creando in quest’ultima confusione e dispersione. Tra l’altro l’insurrezione avrebbe dovuto svolgersi contemporaneamente a quella di Reggio Calabria, già preparata dal Romeo, ma l’anticipazione di un giorno del moto messinese impedì la simultaneità dei due tentativi.
Nel giorno stabilito i pirainiani si dileguarono nelle campagne, mentre Romeo e i suoi seguaci passavano all’azione. Infatti nel pomeriggio del 1° settembre “pochi manipoli d’uomini armati, i più con fucili da caccia, partirono quasi contemporaneamente dal borgo S. Leone, e dai sobborghi Boccetta, Zaera e Portalegni”. Gli insorti, “sventolando tricolori vessilli, e ripetendo per ovunque passano il grido di Viva Pio IX ! Viva la Lega Italiana ! Viva la Costituzione ! cercano di commuovere e far proseliti nel popolo; ma dappertutto trovano, con somma loro sorpresa, quasi deserte le strade e serrate le porte delle case e dei negozi” .
In questa situazione cominciano a venir meno le rosee speranze dei rivoluzionari.
Quando anche il piano d’attacco nei confronti degli ufficiali andò a monte, in quanto questi, forse perché avvisati da una spia, erano riusciti a raggiungere nella Cittadella le loro truppe, sembrò che l’insurrezione fosse sulla via del fallimento . Un barlume di speranza si riaccese quando gruppi più arditi aggredirono alcuni posti di guardia doganali, affrontando inoltre una grossa pattuglia di soldati, che riuscirono a mettere in fuga. Nel frattempo le varie squadre di insorti si erano radunate a piazza Duomo per combattere contro il grosso delle truppe borboniche proveniente dalla Cittadella: fu l’ultima battaglia decisiva per i rivoluzionari, in quanto il loro numero esiguo e la loro disorganizzazione permettevano all’esercito di stroncare definitivamente la loro azione.
La fine della giornata del 1° settembre infatti vide soffocato completamente il moto insurrezionale, con la perdita in vite umane estremamente contenuta, ma con il fallimento completo del tentativo, anche nel rapporto con quello che l’indomani sarebbe stato riproposto a Reggio Calabria.
I componenti dei quattro manipoli che, provenienti da quartieri diversi della città, si radunarono nella piazza del Duomo, assommavano, secondo l’elenco nominativo riportato dal cronista Gaetano Oliva, a 97 uomini . Di 55 di questi si conosce la professione o si può dedurre la provenienza sociale: con 12 unità prevalgono gli studenti, seguono quattro “civili”, ed ancora tre proprietari, tre sacerdoti e tre “pittori” (ma evidentemente si tratta di “dipintori”, ovvero imbianchini). Sono in due i sensali (ovvero mediatori), i calzolai, i professori, gli ombrellai; seguono un trafficante (commerciante), un negoziante, un capitano d’altura , un commesso e un commesso di banchiere, un cappellaio, un suonatore della banda regia, un abate, un filatore, un sarto, un orefice, un argentiere, un architetto, un parrucchiere, un armiere. Si accompagnano con loro un barone e un cavaliere e i figli di un capitano d’altura, di un giureconsulto e di un avvocato. Infine “Bicchireddu” (Bicchierino) e “Tre Naschi” (Tre nasi) sono evidentemente dei popolani, come si evince dalla loro “’nciùria”, dal nomignolo .
Tra essi, dunque, vi erano popolani e artigiani, insegnanti e professionisti, studenti, appartenenti al clero, possidenti e titolati . Singolare appare la posizione dei fratelli Giovanni e Carlo Peirce, il primo collaboratore del banchiere Grill, il secondo studente. La famiglia era di origine irlandese ed era giunta a Messina nel 1816, integrandosi poi con la comunità cittadina fino a condividerne passioni e idealità. I due partecipavano agli scontri del 1° settembre nella zona del Duomo; ricercati dunque dalla polizia, erano fuggiti con l’aiuto finanziario appunto del banchiere Grill .
Numerosi furono i processi politici effettuati in seguito all’insurrezione del 1° settembre 1847. A giudicare gli imputati vi era una apposita commissione militare, che dopo il decreto del 16 agosto 1838 che ne prevedeva lo scioglimento, veniva nuovamente istituita in via eccezionale per motivi particolari (come ad esempio per processi per reati politici).
Il più importante processo fu quello che si concluse il 1° ottobre 1847, con la “Sentenza emessa dalla Corte Marziale di Messina contro tre imputati di partecipazione a’ moti del I° Settembre 1847”: i tre imputati sono D. Giovanni Krimi del fu D. Nicolò da Galati di Tortorici, di anni 55, domiciliato in Messina, sacerdote; Giuseppe Sciva di Francesco, di anni 27, di Messina, calzolaio; Giuseppe Pulvirenti del fu Matteo, di anni 45, di Aci S. Antonio, domiciliato in Messina, pastaro. I primi due furono condannati a morte; per il terzo, accusato di aver sparato una fucilata dalla sua bottega alle Quattro Fontane e di aver procurato così la morte di un soldato, si decise un supplemento d’indagine.
Giovanni Krimi (o Krymi, o Crimi) fu condannato alla pena capitale, ma l’abito sacerdotale lo protesse, giacché per eseguire la pena occorreva la ratifica pontificia (come disposto dalla legge del 30 settembre 1839). Essa non arrivò mai. Il cardinale Villadicani, arcivescovo di Messina, per preservarlo, non riunì la commissione di tre prelati che doveva sanzionare la sentenza .
A pagare con la vita, mediante fucilazione, alla fine, fu solo il ventisettenne calzolaio Giuseppe Sciva. Il 2 ottobre 1847, alle tre del pomeriggio, sulla spianata di Terranova, viene condotto al luogo dell’esecuzione della pena di morte. “Ivi riparlando al frate… smentì le parole volutegli strappare a forza dal Generale, confessando di nulla conoscere e di non volere nuocere. Compiute le cerimonie, d’uso pe’ condannati all’estremo supplizio, dodici palle gli ruppero il petto e la fronte” .
Pochi, solo 18, furono gli arrestati fra quanti avevano partecipato direttamente all’insurrezione; infatti la maggior parte era riuscita a fuggire e a trovare ospitalità altrove. Molti addirittura si erano già ritirati prima che il moto avesse inizio, o nelle prime fasi. Forse chi subì maggiormente le conseguenze del fallito tentativo insurrezionale, per lo meno in maniera molto più diretta, furono gli strati popolari, su cui ricadevano dopo il tentativo insurrezionale i sospetti, la repressione, gli arresti della polizia borbonica. E a tale proposito è opportuno riferire un brano significativo di Gaetano Oliva: “poiché sembravan pochi alle autorità reali gli arresti per fatto di ribellione e non riuscendo loro di metter le mani sugli autori principali del movimento, furono posteriormente tratti alla rinfusa, insieme a qualcuno che si era effettivamente associato alle bande o alla cospirazione liberale, parecchi che non vi avevano preso parte alcuna o che vi erano poco o niente indiziati” .
Al rapporto inoltrato dall’intendente di Messina al Luogotenente generale in Sicilia “intorno ai moti rivoluzionari avvenuti in Messina il giorno I° Settembre 1847”, è allegato un “Notamento degli individui che tengonsi sia per latitanza sia per sospetti, come coloro che presero parte nello avvenimento del I° Settembre 1847”: gli “individui” assommano a 53, fra cui si segnalano tre sacerdoti, due “cavalieri”, un “eremita”, un tale Uzzo (forse un nomignolo popolaresco), un impiegato del lazzaretto e il figlio di un saponaro .
Il 30 settembre il “Commissariato del Re con tutte le facoltà dell’Alter-Ego nella Provincia di Messina” emette una “Ordinanza di fuorbando” contro coloro che sono ritenuti i promotori “de’ disordini”: vi sono comprese dieci persone, tutte con il particolare titolo di “Don”, che le esclude chiaramente dall’appartenenza ai ceti popolari .
Dalle notizie che abbiamo riguardo i processi politici del 1847, si trae una conferma della differenza di composizione sociale fra gli insorgenti e i perseguiti dalla polizia e dalla giustizia. Infatti dall’esame degli atti processuali, conservati negli “Atti delle Magistrature speciali” presso l’Archivio di Stato di Messina, si rileva una preponderanza di calzolai, ben sei su 44 professioni ricavate dai documenti; poi sono citati due volte proprietari, fornai, pastai, sacerdoti, studenti, fidati di negoziante, falegnami e piloti. Seguono un orefice, un fruttaiolo, un sagrestano, un possidente, un frate laico, un servitore di piazza, un precettore, un macellaio, un preparatore di pittura a fresco, un barbiere, un cuciniere, un cappelliere (cappellaio), un mastro d’acqua, un interprete danese, un affilatore di forbici e coltelli, un conciapelle, un avvocato, un campiere, un agente di generi di privativa e un maniscalco.
Fra’ Serafino da S. Miceli, frate laico, e Antonio Crisafulli, servitore di piazza, furono “arrestati perché sorpresi nel dì 8 settembre nell’atto che con una barcella si facevano alla fregata inglese nominata Buldog, offrendo a quel comandante un bouquet di fiori, così destarono sospetto di volere in quella trovare asilo”. Di questi ultimi arrestati sappiamo che si trovavano presso la nave per chiedere l’elemosina.
Si potrebbe fare un’ulteriore considerazione che emerge osservando la classe sociale cui appartenevano gli imputati: la polizia era spesso propensa ad arrestare con più frequenza elementi della classe popolare con o senza indizi ben precisi. Essa era molto più cauta nel procedere nei confronti dei nobili, dei proprietari e forse anche degli intellettuali, se non quando vi erano dei sospetti troppo evidenti.
Si potrebbe fare l’esempio del barone Giuseppe Repici, il quale – secondo quanto risulta dagli atti processuali- – viene arrestato perché trovato in possesso di un cappello con il quale quel giorno si distinguevano i rivoluzionari. Eppure il barone aveva partecipato direttamente al moto e, sebbene si possa supporre che la polizia disconoscesse ciò, fino a che punto è possibile ritenere che durante il moto nessuno dei poliziotti e dei soldati borbonici abbia riconosciuto un barone che avrebbe potuto esser noto già solo per il titolo che portava?
E si potrebbero fare tanti altri esempi del modo in cui si mosse l’apparato della repressione borbonica dopo il fallito tentativo del 1° settembre. Rimane comunque la certezza che la polizia, pur brancolando nel buio, non era altrettanto insicura quando doveva colpire in basso, le classi più deboli. Né essa avrebbe mai accettato di ammettere la sua inefficienza: un capro espiatorio qualsiasi era un modo per riscattarsi dopo lo smacco subito.
Nel corso dell’azione di repressione però qualche accusato veniva “sfilato” via, come nel caso del sacerdote Carmelo Allegra, uno dei diciotto arrestati dopo il 1° settembre. Sette giorni dopo, davanti al procuratore generale del re, Giovanni Vignali, si presenta a testimoniare padre Serafino Cavallari, appartenente all’Ordine francescano conventuale. Dopo aver escluso ogni parentela con l’indiziato “sacerdote don Carmelo Allegra, colui che ha mezza faccia tinta di rosso, volgarmente detta desio di mosto”, il francescano afferma di aver avuto con lui un incontro proprio nel pomeriggio del giorno 1° settembre, scagionandolo .
A tale proposito è opportuno riportare brevi note di alcuni atti processuali, che potrebbero essere significativi: i due calzolai Luigi Micali e Letterio Russo sono imputati di attentato “per oggetto di distruggere e di cambiare il governo, nonché di aggressione e disarmo di due posti doganali di Porta Real Basso e Pozzo-Leone (vol. 4 – fasc. 20); l’azione peraltro era stata sperimentata già nel 1837. Francesco Visalli, fornaio di 19 anni, viene arrestato “in queste prigioni centrali dopo essersi rifatto in salute dalle ferite riportate nel dì 1° settembre 1847” (vol. 4 – fasc. 24). Un altro calzolaio, Letterio Lucà, è arrestato “perché amico del noto rivoltoso Caponata, che vuolsi avere avuto parte nei rivolgimenti del 1° settembre 1847” (vol. 4 – fasc. 25 e vol. 6 – fasc. 75).
Il sacerdote D. Francesco Barbaro è sospettato “di aver preso parte nei rivolgimenti del 1° settembre 1847 e per aver permesso che nella sua casa si fossero discusse dai rivoltosi, prima di realizzare la rivolta, cose alla medesima importanti” (vol. 4 – fasc. 27). Domenico Briguglio è imputato per “aver pagato coloro che erano assoldati alle bande dei rivoltosi” (vol. 4 – fasc. 28). Andrea Bozzo, da Genova, è imputato “di aver tenuto carteggio con Carmine De Lieto ed altri rivoltosi da Reggio relativamente a cose politiche” (vol. 4 – fasc. 29). Giuseppe Moleti, da Spaccaforno, studente, è imputato “di aver preso parte nei rivolgimenti del 1° settembre seguendo una banda di rivoltosi con una bandiera in mano” (vol. 4 – fasc. 30). A carico di Francesco Capurro, “sagrestano nella Ven. Chiesa della SS. Annunziata”, c’è il fatto che, nella notte del 29 agosto 1847 alle ore cinque meno un quarto, abbia “suonato sul Campanile come per chiamare a raccolta gente mal consigliata” (vol. 4 – fasc. 33) .
A carico di Gaetano Grano, possidente, c’è l’imputazione “di aver tenuto prima degli avvenimenti del 1° settembre una riservata sessione con diverse persone” (vol. 4 – fasc. 36). Giovanni Bellamacina, “fidato di negoziante”, è imputato di “aver preso parte nei rivolgimenti sediziosi del 1° settembre, per essergli stato sorpreso un cappello di feltro detto Piripillì, con cui quel dì distinguevansi i rivoltosi (vol. 4 – 38).
Il precettore Francesco Villari viene arrestato il 17 settembre sul monte dei Cappuccini “nell’atto che con un faccioletto bianco asciuttava il sudore del suo volto, destato avendo per tal motivo il sospetto che sventolava quello come per segni” (vol. 4 – fasc. 39). Domenico Presa, macellaio, è imputato di avere sparso il 3 settembre, unitamente a Bartolo Bonsignore, “un allarme nella piazza della Giudecca” (vol. 5 – fasc. 44). Andrea Patania, calzolaio, è arrestato “per sospetto, perché, essendo un ex condannato per reato politico ed accedendo spesso in casa del latitante Francesco Saccà e perché essendo da ultimo amico di altri individui che ebbero parte nei rivolgimenti politici, destò sospetto di aver potuto essere un complice” (vol. 5 – fasc. 45) . Placido Margareci, conciapelle, è imputato “perché sorpreso con un cappello addimandato ‘Piripillì’” (vol. 6 – fasc. 66).
Un procedimento a carico di Francesco Visalli, fornaio, viene avviato perché “ferito alla coscia da colpo di arma da fuoco negli avvenimenti del 1° settembre” (vol. 7 – fasc. 71). Giovanni Andrea Nesci è latitante, ma il suo “campiere” Giuseppe Cardullo e Giuseppe Moleti sono imputati di “correità negli avvenimenti che ebbero luogo nel 1° settembre” (vol. 6 – fasc. 77) . Infine, a strascico dei procedimenti riguardanti l’insorgenza dell’inizio di settembre, il 1° novembre viene sottoposto a processo Giuseppe Arcuri, “alias Termini”, per aver aggredito “il Tenente Auriemma del 3° di linea, con arma bianca e gridava viva la libertà e altro” (vol. 7 – fasc. 84) .
Dagli atti processuali, di cui abbiamo riportato qualche stralcio, potrebbe sembrare che la matrice del moto del 1° settembre 1847 a Messina sia popolare. Non è così: i processati, i perseguitati non sono gli stessi nomi dei promotori dell’insurrezione.
Anzi, non solo non sono le stesse persone fisiche, ma neppure le stesse figure sociali.
A promuovere il moto è infatti una sessantina di appartenenti ai ceti sociali medio-alti della città; significativo è il dato della partecipazione studentesca, assommante a 12 unità su 97 rivoltosi. Agli studenti si affiancano professori, proprietari, ‘civili’ (ovvero persone che vivono di rendita), ed anche qualche nobile, anche se non proprio dell’alta nobiltà cittadina. Il moto ha dunque una fisionomia abbastanza precisa dal punto di vista della partecipazione delle diverse classi sociali, ma la ha anche dal punto di vista prettamente politico. La sollevazione rappresenta in ogni caso “il punto di arrivo di un’intensa trama politica intessutasi tra Messina, la Calabria e Napoli nel biennio 1846-47”, anche se alla diversità di posizioni tattiche e organizzative “va senz’altro attribuito il rapido e negativo esito militare del moto” .
In base ai documenti della magistratura tra i congiurati che avevano progettato e preparato la rivoluzione vi era l’avvocato Giovanni Fronte, nel 1839 fra i soci fondatori e primo presidente del Gabinetto letterario. Un ruolo di primo piano ebbe anche Gaetano Grano, possidente e mercante di un’agiata famiglia messinese, che annoverava tra le sue fila il fratello Dome¬nico, presidente del Tribunale di commercio di Messina, e lo zio monsignor Grano, insegnante ed educatore .
Gridavano “Viva Pio Nono!” e “Viva la Lega italiana” i rivoltosi nel momento in cui scendevano armati per le strade cittadine: quel grido riecheggiava un programma politico abbastanza preciso, anche se non articolato a livello locale in modo tale da raccogliere consenso anche in altri strati della popolazione. E pure in questo sta una caratteristica dell’insurrezione del 1° settembre: la mancata articolazione politica, l’immaturità per certi versi dell’iniziativa, la sordità alle esigenze popolari in quel momento rese più acute dalla crisi alimentare in corso dal 1844. “Per sollevamento sforzatore dei re ci vuol popolo fuori; e la rassegna dell’armata popolare, e gli assembramenti precursori della battaglia, chiedono un riconoscimento pubblico”, scriverà nel 1853 Giuseppe Montanelli, dopo aver definito “avventurosi” i movimenti di Reggio e Messina del ‘47 .
La reazione della polizia borbonica dunque è orientata dal tentativo di trovare colpevoli, ‘criminali’, gente che si era permessa di mettere in forse l’autorità, anche se per sole quattro ore – il moto iniziò infatti alle 16 ed ebbe termine all’imbrunire, verso le 20 -. Chi aveva la disponibilità di mezzi, “ebbe il destro” di andare via la sera stessa – come afferma nelle sue Ricordanze Tommaso Capra -. Rimasero coinvolti e acciuffati soltanto gli appartenenti a quella parte della società messinese non garantita da proprietà personali e da simpatie di classe. I processati, al contrario dei partecipanti al moto, appartengono in massima parte agli strati popolari, artigianali in particolare: è significativo da questo punto di vista l’episodio dei due mendicanti che vanno a offrire fiori ai marinai inglesi in cambio di qualche soldo e trovano i gendarmi borbonici pronti ad arrestarli per motivi politici.
Un dato emerge evidente: il mancato aiuto agli insorgenti da parte della popolazione, che si rinserrò nelle case e tuttavia poi dette dimostrazione di solidarietà ai rivoluzionari in fuga. Andrà diversamente, a distanza di pochi mesi, a partire dal gennaio del 1848, anche perché il movimento liberale messinese tenterà di costruire un tracciato preordinato a incanalare il consenso “e le relazioni sociali lungo un percorso di rinnovamento del ‘contratto sociale’” . Per dirla con il Della Peruta, “dove artigiani, operai, contadini erano stati disposti a battersi, là la lotta era riuscita vittoriosa” .
Per rintracciare cosa stava dietro la spinta rivoluzionaria del 1847 e del 1848, dal punto di vista delle forze intellettuali, occorrerà soffermarsi sulla fioritura della stampa periodica registrata all’indomani del 1830 in tutto il regno delle Due Sicilie, ma in questo caso con particolare attenzione alla specifica realtà urbana messinese.
Esisteva una tradizione in questo senso inaugurata proprio agli inizi del secolo in corrispondenza alla presenza inglese in città, nel periodo in cui sulle coste calabresi erano insediati i francesi e i murattiani. Clubs e cenacoli culturali avevano trovato in questo ambito uno sviluppo prima ignoto alla città: si arricchivano i traffici commerciali e insieme ad essi gli scambi culturali. Il 1820-21 segna una cesura con questo sviluppo culturale, ma non definitiva. Nel 1830, con il formarsi di condizioni favorevoli a livello dell’area meridionale, c’è una ripresa e uno sviluppo ulteriore del dibattito culturale che si presenta soprattutto attraverso la stampa periodica.
Questa affermazione è suffragata, oltre che dai notevoli contatti che a livello personale ed epistolare ebbero gli esponenti liberali messinesi con quelli della penisola, dalla ripetuta fioritura e dall’incessante sviluppo di tutta una serie di riviste e giornali letterari, artistici e scientifici e dal movimento di idee che intorno ad essi e sulle loro colonne si svolse. Infatti, pur avendo la storiografia risorgimentale forse esagerato l’ampiezza e la portata delle relazioni intellettuali fra Messina e la penisola, e pur essendo esse rese difficili e ostacolate dalla inadeguatezza e dall’arretratezza dei mezzi di comunicazione e dalle restrizioni poliziesche e dal controllo della corrispondenza, gli studiosi si scambiavano le loro produzioni, che entravano in circolazione, e i più importanti periodici messinesi erano conosciuti e apprezzati al di là dello Stretto.
Il ciclo del giornalismo messinese, che va dal 1831 alla rivoluzione del 1848, è un periodo di straordinaria attività letteraria e scientifica e, con tutte le riserve e le limitazioni facilmente intuibili, in certo qual modo riuscì a diffondere, seppur non in maniera capillare, la cultura e far penetrare e germogliare le basi teoriche e ideologiche del movimento liberale.
Si distinguono in quest’opera due periodici: “Il Maurolico” e lo “Spettatore Zancleo”, permeabili e permeati non solo dai principi liberali ma anche dalle istanze italiane. Su ambedue scrivono alcuni intellettuali, impegnati su questo fronte . Del “Maurolico” si è rilevato come “esaltando lo spiritus loci faceva infatti prendere coscienza ai lettori della propria dignità di messinesi, di siciliani e di italiani” .
“Più che da questa pubblicistica il malcontento verso il governo borbonico viene alimentato da opuscoli, giornali e scritti di vario genere che circolano nella città dello Stretto, come nel resto dell’isola, e che contribuiscono a creare un discorso pubblico risorgimentale che al momento, però, non è particolarmente indirizzato verso una soluzione italiana unitaria” .
L’evento messinese del 1° settembre 1847 appare anche come il frutto di questa temperie, una sorta di raccordo tra i movimenti politici e culturali del ventennio precedente e la rivoluzione siciliana dell’anno successivo, sviluppatasi all’interno del più ampio quadro della rivoluzione europea. Il 7 febbraio del 1848 si stamperà il periodico “Il Primo Settembre”, giornale del Comitato rivoluzionario messinese . Si rivendica dunque, già dal titolo, una sorta di primogenitura messinese della rivoluzione in atto, richiamandosi all’avvenimento di cinque mesi prima. Nel primo numero si proponeva di “consacrare una pagina alla memoria di quei generosi, un’altra a tutti i prodi, che in qualunque modo, concorsero sino all’ultimo al trionfo della buona causa” .
La circolazione di idee, di scritti, di libri e giornali, in ambito borghese è stata studiata e ormai folta è la letteratura sul tema. Si spiega così come nell’insorgenza messinese del 1847 si registri la presenza di professori, studenti, professionisti, possidenti, agiati borghesi. Resterebbe da verificare cosa accada negli strati sociali urbani rappresentati dagli artigiani e dai lavoratori di agricoltura, manifattura e servizi.
Messina, a questi livelli, non è una città di analfabeti, perché “non fu priva, almeno dal 1790 in poi, di scuole primarie pubbliche e gratuite destinate ai fanciulli delle classi indigenti o meno facoltose, i quali non potevano permettersi il lusso dell’istruzione privata” . Quelle scuole furono dette “normali” o “lancasteriane” in relazione al metodo d’insegnamento adottato. Per finanziare la rete scolastica nella città, che al passaggio del secolo contava 60 mila abitanti, furono utilizzati beni e fondi della Compagnia di Gesù, facendo perno sul Collegio Carolino dei Padri delle Scuole Pie. Prefiggendosi lo scopo di combattere l’analfabetismo molto diffuso, quelle scuole godettero di molto “credito presso l’opinione pubblica e presso le autorità cittadine”, tanto da far scrivere al Senato messinese che “le scuole normali riuscivano di moltissimo profitto e perciò [erano] in buona opinione presso la popolazione”.
Le scuole lancasteriane furono fondate in Messina a partire dal 1820 e vennero poste a carico del Comune: la prima fu aperta in un locale dell’Accademia dei Pubblici Studi, nel territorio del circondario ‘Arcivescovado’. L’amministrazione civica di Messina si mostrò tutt’altro che insensibile verso l’istruzione del popolo, approntando l’apertura di un’altra scuola lancasteriana nel circondario ‘Priorato’. Le due scuole lancasteriane del capoluogo “furono sempre affollate” e “vennero più volte lodate e apprezzate”.
Nel 1823 era fondata una scuola di disegno, affidata alla direzione di Letterio Subba, mentre nello stesso anno sempre il Comune decideva di aprire scuole di “leggere, scrivere ed aritmetica” per facilitare l’istruzione elementare degli abitanti delle campagne circostanti.
Si può sostenere che “v’erano, dunque, in Messina, specialmente nell’ultimo quarantennio del dominio borbonico – anche se in modesta misura e quindi disponibili solo per quanti potevano utilizzarli – gli strumenti di una istruzione elementare pubblica e gratuita”. Questa ebbe anche il merito – secondo Alfio Crimi – “di fare incontrare sui banchi della scuola non pochi figli del popolo con i rampolli della borghesia e della nobiltà liberale, per gareggiare nello studio, ma anche per operare in concordia, da adulti, nella loro città” .
Tutto ciò favorì, oltre ad un’abitudine alla vita e all’azione collettiva, l’amalgama culturale – sebbene ad uno stadio elementare – degli appartenenti alle classi popolari, e l’avvicinamento, sempre a livello culturale, fra le classi subalterne e la borghesia, ed in particolare con la sua avanguardia intellettuale . Questa non veniva più così a trovarsi completamente distaccata, isolata e incompresa dalle masse popolari, ma poneva invece con il più alto livello di istruzione e di coscienza del popolo e con un uso più efficiente della propaganda, le basi per una sua egemonia ideologica, oltre che politica ed economica. Nello stesso tempo si andavano costruendo, fra le classi popolari, gli elementi per un processo di acquisizione di capacità culturali, di preludio all’autonomia politica. Molto interessante, a questo proposito, è il fatto che in prossimità del moto del 1° settembre 1847 si fosse costituita a Messina una “setta” denominata “Fratellanza artigiana”, che raccoglieva tra le sue fila il ceto operaio e gli artigiani delle fabbriche messinesi .
Agli elementi culturali e politici occorre però affiancare quelli materiali per avere una migliore comprensione dell’insorgenza, magari tornando di tre anni indietro rispetto al 1847.
“Il 1844 fu un anno di carestia e di miseria”: in quest’anno il livello del pauperismo era salito a vertici tali da far rompere il silenzio a intendenti e autorità locali, che ne segnalavano la gravità nelle loro relazioni e nella corrispondenza con Napoli o con Palermo. Lo scarso raccolto provocava aumento dei prezzi e rarefazione della farina, e quindi del pane, in moltissime zone, dalla Terra di Lavoro alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia. La situazione siciliana, infatti, non differiva da quella continentale: disoccupazione in provincia di Palermo, miseria a Girgenti (Agrigento) e a Noto. In particolare poi si registravano “perdite gravi a Messina per i coltivatori di agrumi e di viti”.
“La miseria nel 1844 fu dunque un fenomeno vasto e grave, che interessò tutto il regno e destò gravi preoccupazioni per l’ordine pubblico”. I colpi della crisi economica sulla situazione sociale erano pesanti, ma il malcontento non sfociò in rivolta generale, mancando una direzione politica in tal senso. La borghesia si limitò a osservare la situazione da lontano, probabilmente più attenta alla cura dei propri affari, rimanendo praticamente assente dalla scena politica .
Anche l’annata agraria del 1847 segna nell’Italia meridionale e nell’isola siciliana fenomeni di carestia estesi e gravi, che si andavano ad aggiungere ai residui negativi della crisi granaria del 1844.
Accanto alla crisi agraria si sviluppa un fenomeno analogo, anche se più circoscritto, nel settore della produzione manifatturiera, in particolare in alcuni rami che dipendevano strettamente dall’andamento della produzione agricola, come i pastifici.
Le industrie (cartiere, attività tessili) avevano pure visto una crescita nel decennio fra il 1830 e il 1840, ma a partire da questa data una crisi, meno acuta, ma perdurante, le stava danneggiando. Le forme della crisi delle industrie vengono analizzate nel 1853 da Carlo Santangelo, il quale nota come il primo elemento della prosperità di un’industria sia il più largo consumo possibile dei suoi prodotti, facendo rilevare quindi la contraddizione fra questa necessità e lo stato attuale del mercato. Egli mette in evidenza la ristrettezza del commercio meridionale e la relativa difficoltà di vita per qualsiasi impresa manifatturiera che si basi sulla vendita interna. In particolare per il settore tessile, consumatore di una parte del prodotto – i tessuti di cotone e lino – era il “basso popolo”, i cui redditi non permettevano un allargamento del consumo .
A Messina l’arresto dello sviluppo industriale veniva ad aggiungersi agli effetti dell’abolizione delle franchigie del porto: nel 1826, sanzionata l’abolizione della “Città franca”, rimaneva soltanto un recinto con dei magazzini per il passaggio delle mercanzie non sottoposte al pagamento della dogana. La città, superata la metà degli anni ’40 dell’Ottocento, si presenta in affanno; in questo quadro si iscrivono la sua irrequietezza e la sua insorgenza, anche se interpretate inizialmente solo, e forse male, da quel piccolo manipolo del 1° settembre.
In questo quadro si può dire che l’autonomia politica degli strati popolari urbani esista, come abbiamo cercato di dimostrare per quanto riguarda in particolare i moti del 1837.
Naturalmente non è una autonomia pienamente sviluppata e alla quale corrisponda una presa di coscienza di massa, ma tuttavia occorre almeno chiedersi se esista, quale consistenza abbia, attraverso quali forme si manifesti, quali reazioni susciti nei contemporanei e negli appartenenti ad altri ceti sociali.
L’Ottocento sembra riportare la città alla dignità dei suoi momenti più alti; essa partecipa a pieno titolo al processo richiamato da Antonio Gramsci: “Ciò che nel periodo del Risorgimento è specialmente notevole è il fatto che nelle crisi politiche, il Sud ha l’iniziativa dell’azione: 1799 Napoli, ’20-21 Palermo, ’47 Messina, ’47-48 Sicilia e Napoli” .
A Messina nel 1847 vi è un moto antiborbonico subito soffocato nel sangue. Nel 1848 Ferdinando II re delle Due Sicilie, per indurla a sottomettersi, decide di bombardarla, meritandosi l’appellativo di Re Bomba. Nell’estate del 1860 molti sono i messinesi fra i “picciotti” che accorrono a ingrossare le file dei Mille di Garibaldi.
Ma la cittadella di Messina, roccaforte dell’esercito di Franceschiello, non si arrenderà che un anno dopo, nel 1861. Ed è ancora da Messina che Garibaldi nel 1862 tenta l’avventura bloccata subito in Aspromonte dalle fucilate dell’esercito regio. Nella città peloritana – a differenza di quanto era avvenuto in altre parti dell’Isola – il Risorgimento non era stato “una di quelle battaglie combattute affinché tutto rimanga com’è”. Dopo l’Unità la città resta fedele alle idee repubblicane di Mazzini; è il suo collegio elettorale, lì dove lo si vota per sfidare la repressione e i divieti della monarchia sabauda e permettergli una certa immunità .
Anche a guardare lo stesso periodo dal versante dei ceti popolari, degli artigiani e dei lavoratori, il processo politico appare chiaramente caratterizzato dall’evoluzione di gruppi organizzati che acquisiscono una sempre maggiore consapevolezza politica.
Potrebbe valere per Messina quanto è stato sostenuto per Malta: qui, in età moderna, l’auto-organizzazione dal basso passava per le confraternite, che spesso mantenevano i caratteri dell’associazione di categoria. Il percorso maltese mette in luce il passaggio ottocentesco, e poi novecentesco, verso le Trade Unions e verso il Labour Party .
Nel caso messinese, manca ancora nella storiografia questo tassello di congiunzione fra le esperienze organizzative dal basso dell’età precedente e quelle che poi si metteranno in luce nel XIX secolo passando attraverso le lotte contro il regime borbonico, attraverso l’esperienza mazziniana e garibaldina e attraverso l’opposizione all’accentramento “piemontesista” e moderato. A Messina, peraltro, politicamente non ci sarà “una frattura fra internazionalisti e repubblicani… La unificazione di tutte le forze radicali messinesi avveniva perciò più presto che altrove”. L’ambiente politico particolarmente vivace in questo ambito sarà il terreno su cui crescerà la vicenda dei Fasci siciliani.