La guerra come automatismo di de-globalizzazione – di Franco Berardi Bifo

La guerra come automatismo di de-globalizzazione – di Franco Berardi Bifo

5 Ottobre 2022 Off di Francesco Biagi

Il nazionalismo come forma generale della de-globalizzazione

In un libro del 1946 Die Schuldfrage, Karl Jaspers, uno degli ispiratori del movimento esistenzialista, disse che dovremmo distinguere tra il nazismo come evento storico e il nazismo come corrente profonda della cultura europea, che può riemergere.

Le dinamiche sociali e culturali che hanno dato origine al nazismo nel secolo  passato hanno qualcosa di simile alle dinamiche sociali contemporanee, ma il contesto storico, psichico, e soprattutto tecnico è molto differente.

Jaspers scrive in quel testo che la caratteristica per eccellenza del nazismo è il tecno-totalitarismo e sostiene che una piena manifestazione della natura del nazismo potrebbe riapparire in futuro.

Ci si può chiedere se quel futuro sia adesso, e la mia risposta è che le condizioni di una riproposizione su scala enormemente allargata del nazismo stanno emergendo dalla proliferazione di movimenti identitari, neo-reazionari, e nazionalisti che prendono forme diverse e anche tra loro conflittuali come nel caso del conflitto tra Russia e Ucraina, in cui due modelli ugualmente nazionalisti si scontrano militarmente.

Anche Timothy Snyder il quale, in Black Earth: The Holocaust as History and Warning, osserva che la l’impotenza e il terrore provocato da situazioni di emergenza di massa, come le catastrofi ecologiche o le prolungate crisi economiche sono le condizioni più inclini alla formazione di regimi totalitari.

Queste condizioni discendono dalla successione di traumi che l’umanità planetaria ha attraversato e sta attraversando: il trauma sanitario della pandemia, il trauma provocato dallo scatenarsi degli elementi nell’ambiente devastato, il trauma bellico che sta producendo effetti destabilizzanti ben al di là del territorio ucraino in cui la guerra si combatte.

Eppure, sebbene alcuni aspetti di quell’esperienza siano effettivamente riaffiorati negli ultimi anni il nazi-fascismo non riapparirà mai nella forma storica che conoscemmo nel ventesimo secolo.

Ripensiamo ai modi della soggettivazione negli anni ’20 del secolo scorso in Germania, dopo l’umiliazione e l’impoverimento imposti al Congresso di Versalles.

Umiliazione e impoverimento crearono le premesse psicologiche di una reazione aggressiva.

L’impoverimento dei lavoratori tedeschi e l’umiliazione della nazione tedesca furono la base psico-sociale su cui qualche anno più tardi Adolf Hitler costruì il consenso che gli permise di vincere elezioni democratiche.

Il senso del suo discorso può ridursi a un’esortazione: “Non pensate a voi stessi come lavoratori sconfitti e impoveriti. Pensate a voi stessi come tedeschi, come guerrieri bianchi, e vincerete”.

Come sappiamo, non vinsero. Ma distrussero l’Europa.

Dalla Russia di Putin all’India di Modi all’Italia di Meloni il potere politico ripete oggi dovunque la stessa esortazione: “Non pensate a voi stessi come lavoratori sconfitti e impoveriti, pensate invece a voi stessi come guerrieri bianchi (o induisti, o islamisti), e vincerete.

Non vinceranno, ma stanno distruggendo il mondo. Per il momento infatti non  è chiaro cosa possa fermare la tempesta perfetta che si è scatenata a partire dalla diffusione del virus, ma che andava preparandosi da almeno un decennio, da quando cioè la crisi finanziaria del 2008 scardinò il sistema economico internazionale e la crisi del sistema finanziario venne interamente scaricata sui lavoratori, mettendo in moto un processo di cui oggi cominciamo a vedere gli effetti.

Negli anni ’60 Gunther Anders, ebreo tedesco emigrato e poi rientrato in Germania, osservava che l’arma nucleare costituiva una novità tecno-militare destinata a produrre un effetto di impotenza, terrore e umiliazione i cui effetti possono manifestarsi attraverso l’emergere di quello che lui chiama il Terzo Reich a venire.

Il Nazismo futuro di cui Anders parla nasce dall’impotenza degli umani di fronte all’arma assoluta, che è un prodotto della loro intelligenza ma paralizza l’intelligenza. L’impotenza degli umani di fronte a questa concrezione ostile della loro potenza genererà, dice Anders una reazione aggressiva e gregaria.

Il passaggio finale verso la precipitazione che Anders presagiva potrebbe essere la guerra che la Russia ha scatenato con l’invasione del 24 febbraio, e che gli Stati Uniti avevano lungamente preparato e perfino preannunciato con un’intervista di Hilary Clinton in cui si parla dell’Ucraina come nuova Afghanistan per la potenza russa.

 

L’Europa vittima designata della guerra tra Russia e atlantismo

L’Europa è il territorio più esposto agli effetti indiretti della guerra. Molti segnali indicano che la Russia sta perdendo il confronto militare con l’Ucraina, anche se non si può pensare una sconfitta militare definitiva perché i vertici russi hanno già chiarito di essere pronti a tutto pur di evitare la “minaccia esistenziale”.

E’ chiaro che gli anglo-americani (e in misura minore e subalterna gli europei) stanno conducendo una guerra indiretta contro la Russia, in cui gli ucraini ci mettono i loro corpi, le loro vite, le loro case, il loro futuro, e le potenze atlantiche mettono le armi e si aspettano di ricavarne vantaggi geopolitici e anche economici.

Ma c’è un secondo fronte, quello che oppone la Russia all’Unione europea, una guerra che per il momento si svolge sul piano economico ed energetico. Non è chiaro quanto la Russia stia vincendo questa guerra, ma quel che è chiaro è che l’Europa la sta perdendo. Non è chiaro se la Russia riuscirà a riconvertire le sue esportazioni di energia, né a controbilanciare gli effetti delle sanzioni occidentali. Ma quel che è chiaro è che i paesi europei, e l’Unione come soggetto politico ne stanno uscendo sconfitte, gravemente danneggiate, forse avviate verso una destabilizzazione definitiva dell’Unione, e verso sommosse nazionaliste anti-europee.

Vi è poi un terzo fronte, quello della guerra che gli Stati Uniti conducono contro l’Europa, e prima di tutto contro la Germania. Gli americani avevano ripetuto molte volte che il North Streaming 2 non andava bene, e che avrebbero fatto il possibile per impedirne la realizzazione.

La NATO ha spinto quindi la Germania al suicidio. Il North Streaming è stato cancellato, e l’economia tedesca entra in una situazione senza precedenti, tra inflazione e recessione, blocco di comparti industriali, riapertura delle centrali di carbone e così via.

Con la partecipazione non tanto indiretta alla guerra ucraina, l’Unione europea ha decretato la morte del progetto fondativo: l’Unione è nata come superamento della forma Nazione e ora si trova ad essere una Nazione in armi, governata dai funzionari della NATO.

L’UE ha rinunciato a svolgere un ruolo di mediazione nei mesi precedenti l’invasione, e si è poi lasciata trascinare in un conflitto che soltanto l’UE avrebbe potuto sventare.

Il suicidio europeo è per certi versi un mistero politico. Perché la classe dirigente europea si è lasciata trascinare in un gioco di cui non possiede le chiavi, di cui subisce le regole e le conseguenze?

Sullo sfondo mi pare che vada delineandosi uno scontro più vasto, che nel lungo periodo oppone il sud del mondo, nella proliferazione dei nazionalismi aggressivi, al nord del mondo, asserragliato nella sua roccaforte NATO.

 

Guerra come interruzione della catena degli automatismi

La natura della guerra è cambiata, anche se sul fronte ucraino la scena spesso ricorda la prima guerra mondiale.

Il nazionalismo di oggi è un fenomeno molto più ambiguo di quel che fu cento anni fa: gli stati nazionali hanno perduto gran parte del loro potere negli anni della globalizzazione. Le grandi compagnie globali della comunicazione, dell’energia, della farmacologia, del militare detengono il potere reale, quello che si articola nelle grandi infrastrutture globali.

Il nazionalismo riemerge aggressivo perché gli stati nazionali hanno perso il controllo sugli automatismi tecnici e finanziari, e i popoli si riconoscono in una richiesta di sovranità la cui modalità è l’aggressione nazionalistica, o comunque identitaria.

Nell’epoca neoliberale la gestione (o governance) della macchina mondiale è stata garantita da un sistema sempre più complesso e interdipendente di automatismi globali, quello che Keller Easterling chiama Extra-state-craft: le infrastrutture private che rendono possibile la vita civile. Il consumo, i trasporti, l’economia in generale hanno funzionato finora grazie a catene sempre più strette e pervasive di automatismi tecno-finanziari, energetici, logistici, e così via. Poi venne il virus che ruppe in parte questi automatismi, generando fenomeni di interruzione di quelle catene di interdipendenza: la great supply chain disruption, il caos nel sistema dei trasporti commerciali, dei porti intasati, la great resignation che significa una disfunzione del mercato del lavoro.

Da quel momento la catena di automatismi interdipendenti che chiamiamo (chiamavamo) globalizzazione ha cominciato a incepparsi.

La vittoria di Trump e la Brexit avevano anticipato il fenomeno della de-globalizzazione fin dal 2016, ma è la pandemia che funziona come blocco delle catene di rifornimento e distribuzione. La guerra moltiplica la potenza destrutturante del virus.

Per il momento la guerra ha un carattere localmente territorializzato per quanto riguarda il piano militare, ma la sua dimensione strategica ha invece un carattere di interruzione globale.

Nonostante il carattere territorializzato del conflitto militare russo-ucraino, le proiezioni extra-militari del conflitto aggrediscono le giunture dell’economia, soprattutto dell’economia europea.

Anche la guerra, come ogni altro ciclo integrato dell’epoca iper-tecnica ha un carattere di automatismo, e proprio da qui deriva la sua apparente irreversibilità. Questa guerra agisce come un automatismo tra gli altri, ma la sua proprietà è quella di fracassare gli altri automatismi.

Qui sta la ragione per cui gli effetti di questa guerra non si possono valutare (se non marginalmente) in termini militari: perché il suo effetto non si manifesta solo nella distruzione reciproca dei due paesi in conflitto, ma si manifesta anche, e forse soprattutto, nella interruzione dei cicli economici e tecnici globali, frantumando in maniera definitiva l’interdipendenza che garanti all’economia globale di funzionare.

 

Identità russa e terza guerra mondiale

Il carattere di questa guerra è stato segnalato da intellettuali vicini a Putin, come Tretyakov, che in un articolo uscito su Limes 3/22 (La fine della pace)  ha chiarito che per la Russia il conflitto non ha come oggetto (soltanto) l’assetto geopolitico dell’Ucraina, ma l’ordine economico e geopolitico globale. Docente all’Università moscovita Lomonosov, Tretyakov delinea la risorgenza dei valori tradizionali della nazione russa e paragona la decisione di Putin di invadere l’Ucraina alla decisione di Lenin di prendere il Palazzo d’Inverno.

“Lotteremo per il diritto di essere e rimanere Russia.” scrive Tretjakov, esaltando il valore eterno dell’identità, un fantasma che prende corpo attraverso la guerra.  E aggiunge:

“Ciò che sta accadendo interrompe il dominio globale geopolitico e finanziario dei paesi occidentali, mette in discussione il modello economico imposto ai paesi in via di sviluppo e al mondo intero negli ultimi decenni…. Gli eventi del febbraio e marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali a ciò che accadde in Russia nell’ottobre 1917. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che la Russia, come nel 1917, si è liberata dal controllo politico economico ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell’Occidente. In questo momento storico si tratta dell’ultima e decisiva battaglia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente anche da molti europei.” (Limes, 3/22: Questa è la nostra rivoluzione d’ottobre).

Tretyakov ha abbandonato ogni illusione universalistica: quel che gli interessa non è il ritorno del socialismo sovietico, ma il ritorno della differenza nazionale, dell’orgogliosa essenza dell’anima russa.

Ma in nome di questa differenza, di questo diritto a essere quello che siamo (come se esistesse un’identità eterna, immodificabile e sacra della Nazione), anche Tretyakov, come gli ucraini, gli inglesi, gli americani e gli europei, vuole vincere, e la sua sete di vendetta può entrare in risonanza con la sete di vendetta di una parte assai vasta dell’umanità umiliata.

Non si riesce a vedere in che punto e in che modo possa finire una guerra che nasce come affermazione radicale di identità e quindi comporta necessariamente un pericolo esistenziale per l’uno e per l’altro dei fronti (entrambi appartenenti alla razza bianca, si tenga ben a mente), quello russo e quello atlantista. Fin dai primi giorni della guerra personaggi della leadership russa come Lavrov e Medvedev hanno ripetuto che in caso di minaccia esistenziale l’uso della bomba atomica è possibile.

 

Ci avete rotto con il vostro Sturm und Drang

Nello stesso numero 3/22 di Limes c’era un articolo di Hu Chunchun: La Cina all’Europa: le sorti del mondo sono nelle tue mani.

Hu, che insegna germanistica all’Università di Shanghai, rivolge agli europei un discorsetto che somiglia a una ramanzina piuttosto brusca. Studioso del Romanticismo tedesco, Hu se la prende con lo Sturm und Drang dei nostri intellettuali da operetta.

“Un rapido sguardo alla storia del Vecchio Continente dall’inizio del XX secolo mi impone una riflessione che probabilmente verrà categoricamente respinta dai colleghi e dalle colleghe europee. Da un lato l’Europa si pone come faro della civiltà moderna; dall’altro ha portato più volte l’umanità sull’orlo della distruzione. La cultura europea pare possedere i tratti di un Giano bifronte: un volto orrendo di barbarie mascherato da una sacra facciata di valori e idee assoluti.” (Limes, pag. 63).

Hu Chunchun compie uno spostamento dell’ottica geo-politica, o piuttosto geo-culturale: dalla centralità bianca (euro-russa-americana) al policentrismo post-colonial, le cui implicazioni politiche cominciano a vedersi nel modo in cui il sud del mondo guarda al conflitto russo-ucraino:

“Che il conflitto russo-ucraino sia un problema essenzialmente europeo non è la tesi cinica e irresponsabile di un accademico cinese che ignora la giustizia e rovescia i fatti, scrive ancora Hu, ma la lucida constatazione che muove dallo spirito della ragione europa. La studiosa keniota Martha Bakwesegha-Osula ha sintetizzato il punto di vista africano sul conflitto russo-ucraino: European solutions to European problems. Questa posizione è anche uno dei motivi che lo scorso 2 marzo hanno portato molti paesi, nel loro insieme quasi la metà della popolazione mondiale, ad astenersi sulla risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU sull’Ucraina.”(ibidem).

Il 28 settembre qualcuno ha sabotato la pipeline che conduce il gas di North Stream.  Non sappiamo chi abbia compiuto questa azione, ma sappiamo che questo atto potrebbe annunciare una fase interessante della guerra: i sottomarini potrebbero essere usati per far saltare molti altri cavi ben più delicati, quelli che connettono la rete globale, per esempio, rompendo il connettore fisico generale dell’informazione, flusso vitale per l’economia contemporanea. La de-globalizzazione potrebbe a un certo punto manifestarsi in maniera dura, come vero e proprio attacco alla comunicazione globale e quindi all’economia, come interruzione del ciclo tecnico globale.

In questo modo la guerra russo-ucraina si sta trasformando in una guerra mondiale che distrugge i gangli di connessione che rendono possibile la vita civile e al limite la stessa sopravvivenza di intere popolazioni del pianeta.

Il caos generalizzato pare destinato a prendere il posto dell’ordine automatico su cui la globalizzazione si reggeva.
Pensare il caos diviene perciò il compito filosofico e politico principale.

 

Immagine: Georg Grosz, Gefährliche Strasse, 1918