Di alcune parole stravolte in tempo di guerra – di Antonio Prete

Di alcune parole stravolte in tempo di guerra – di Antonio Prete

6 Maggio 2022 Off di Francesco Biagi

Pace. Una parola che, adoperata dalla mia generazione e da quella successiva come segnavia per un cammino, per un orientamento nel cammino, appare ora desueta o è trascinata verso significati impropri o è persino irrisa. Dinanzi alla guerra spaventosa portata dalla Federazione russa in Ucraina, con un’aggressione all’integrità territoriale e alla storia e alla cultura di un Paese,  la pace appare risospinta verso una sua  dimensione utopica, riconsegnata a ingenui spiriti che si rifiuterebbero di leggere la lezione del realismo tragico della guerra in corso, rifugiandosi in un sogno, in un’astrazione, o in una lettura impolitica di quel che accade. Certo, tutti ritengono giusto dire della pace come necessità, ma la intendono come un fatto prospettico, non da costruire prima che una guerra si annunci o si imponga e sin dal primo giorno in cui una guerra si scatena.

La pace, si pensa da più parti, è il punto d’arrivo, un’invocazione, un augurio: invocarla mentre un conflitto va perpetrando stragi ed eccidi distrae dal primo dovere, che è quello di condannare l’aggressore. Laddove sono le armi a parlare – si pensa o si dice ancora – la parola pace è distraente da quel che più conta: che è scendere in campo, almeno per via indiretta, attraverso aiuti anche militari. Quanto alle insistenze sulla necessità, da subito, della pace, che il Papa esprime in ogni occasione, esse sono rinviate alla loro fonte: il testimone primo di una religione che riconosce anche nel nemico un prossimo a sé non può agire diversamente.

Le bandiere arcobaleno che un tempo garrivano al vento sopra balconi  e finestre appartengono a una stagione che aveva altri teatri di guerra, teatri lontani, non questo che è geograficamente e culturalmente così vicino a noi. Quanto al legame tra la Costituzione italiana e la pace, che il dettato dell’articolo 11 accoglie, affidandolo a un’affermazione un po’ eccessiva – “ripudia la guerra” – un’interpretazione all’altezza dei nostri giorni e degli eventi in corso  lo deve ricollocare, quel monito,  solo sul piano di una calda raccomandazione, e nient’altro, e soprattutto deve congiungerlo con l’urgenza della difesa, prevista costituzionalmente, eccome…

Sono alcuni esempi di un ragionare che giorno dopo giorno toglie alla parola pace la sua forza, sgretola la sua necessità, rende fioco il suo grido. Così una tradizione italiana, consolidata dopo il tragico della seconda guerra mondiale, dopo l’abisso dei suoi orrori – da Aldo Capitini a Giorgio La Pira a Gino Strada – è sospinta verso la soglia di un dire che è annodato più all’ordine della buona volontà che al gesto politico, e lo si attribuisce più al candore di qualche anima bella che a un ragionare politico e insieme umano.

Questa sottrazione alla pace della sua più propria pulsione la si può scorgere se si osserva quanto scarse e incerte siano state le iniziative fin qui messe in atto per aprire tavoli di negoziazione, tentativi di accordi, incontri internazionali intesi a far pressione sulle due forze in campo perché decidano una tregua e intraprendano, insieme con altri Stati chiamati a mediare, un disegno di pacificazione. Quel che doveva essere insonne e assidua e immediata reazione politica a una guerra, cioè il tenere aperte a ogni costo tutte le forme di una trattativa, e da parte in particolare dell’Europa, si attenua fino a dileguarsi. Quanto poi alla lettura in chiave solo difensiva dell’articolo 11 della Costituzione italiana, essa subisce già una prima smentita quando è pronunciata in presenza del  dichiarato obiettivo ultimo occidentale: “indebolire” la Russia. Il passaggio dalla difesa di un popolo alla cobelligeranza è già in atto.  E, dati gli arsenali chimici e atomici che sono stati collocati in questi anni lungo varie linee strategiche, un altro passo folle verso il delinearsi dell’apocalisse è compiuto.

 

Confine. È una parola che torna da un fosco passato a riprendere un suo vigore, dopo che era stata sottoposta da alcune generazioni a forte critica. Una cultura democratica aveva in mille modi operato per rendere leggera questa parola, per risospingere nel passato il suo potere di separazione, di esclusione, di recinzione e di violenza. E le sue proiezioni di sacralità. Compreso l’ambiguo fascino del patrio suolo. Sulla parola confine, che indicava la linea geografica di una distinzione tra Stati, si era depositata come una velatura: liberare il confine dal peso della rigida separazione tra culture, accogliendo quanto di dialogico e di scambievole accadeva tra aree contigue, era un compito delle nuove generazioni. Un compito che di fatto sul piano culturale era perseguito con energia. Alla storia sanguinosa che ogni confine raccontava occorreva sostituire un nuovo tempo, il tempo del libero transito, del cammino in comune. Anche sul piano geografico si poteva tentare l’esperienza di una sorta di trasparenza dei confini. Una trasparenza che le lingue e le culture, e quanti operano con esse, e in esse, ben conoscono: le differenze vivificano, il dialogo di là dai confini alimenta i saperi. L’arte, ad esempio, non può vivere senza questi passaggi di confine.

Negli anni passati diffusa era l’indignazione per ogni muro eretto a difesa dei confini geografici  e a offesa e oltraggio di ogni migrazione. Il muro appariva non solo iniquo, ma immagine di un potere incapace di dare figura pratica a principi di una democrazia. Non il muro, ma il passaggio, non il recinto, ma l’orizzonte : una nuova antropologia era  necessario disegnare. Priva di confini, nomade, aperta al riconoscimento di ogni alterità, disposta alla contaminazione di culture, libera dagli steccati dell’appartenenza etnica e nazionale. Proprio quando una guerra, o molte guerre, mettono in questione tutto questo, è forse il tempo giusto per riprendere qualche tratto di quel cammino.

 

Armi. Una parola che ha smarrito parte del suo aspetto terrificante ed è entrata nell’ordine della plausibilità, quasi dell’ovvietà. Le guerre abituano a separare l’arma dalla sua funzione più propria, che è quella di uccidere e ferire. La critica degli armamenti, della produzione di armi, ha ceduto il campo alla sollecitudine trasformata in decreto legge con cui il Parlamento italiano, in sintonia con altri Parlamenti,  si è affrettato a fornire armi agli Ucraini, aprendo un crescendo di soccorso armato della cui entità e natura i cittadini sono tenuti all’oscuro.

D’altra parte si tratta di un atto in qualche modo irrilevante se si pensa alla quantità di armi pesanti e leggere che l’Italia produce e vende a vari Paesi, compresi quelli che hanno regimi autoritari non dissimili da quello russo. Di conseguenza, prospettare nel bilancio italiano per il 2022 spese militari per  26 miliardi (13%in più dell’anno precedente) appartiene a una logica espansiva, oltre che produttiva. Dare sempre più armi ai combattenti : spegnere un incendio alimentando il fuoco deve sembrare agli illuminati strateghi un’ottima linea. L’assenza di perplessità di molti dinanzi a queste scelte mostra quanto lontani e svuotati di significato siano  quei comportamenti che per alcune generazioni avevano i nomi di disobbedienza civile, antimilitarismo, resistenza passiva, e opponevano alle logiche distruttive e prepotenti altri linguaggi. Altre culture, altri modi di pensare i rapporti tra gli umani e con la natura.

 

Compassione. Dinanzi alla violenza della guerra in Ucraina – e di ogni guerra – la parola compassione, intesa come prossimità al dolore dell’altro, si declina in molti modi: tra questi l’ospitalità e l’accoglienza dei profughi. Di là dalle immagini che gli schermi restituiscono ci sono i corpi reali di feriti e di morti, c’è la devastazione, c’è la sofferenza che dilania, sconvolge, distrugge. Un trionfo della morte non composto in una raffigurazione, come quelle medievali, ma tragicamente reale, diffuso, inarrestabile, fatto ritmo stesso dei giorni. Come sentire su di sé, sulla propria vita, questo immenso patire, come poter agire per lenirlo, sono le domande della compassione.

C’è tuttavia una parte opaca, o persino nascosta, nelle guerre: è il dolore di quanti sono dalla parte nemica. Su questo dolore, su queste morti scende il sipario dell’estraneità. La parola nemico dissolve la fisicità degli individui, le loro storie, condanna all’invisibilità la sofferenza di corpi e talvolta persino di popoli. Ma la pietà non può avere confini e schieramenti. Che il suo sguardo e il suo sentire travalichino le linee di appartenenza e le frontiere di là dalle quali tutto è nemico, lo raccontavano già i classici: i Persiani di Eschilo, l’ Antigone di Sofocle, e molti altri.

 

Politica. La parola politica, deprivata di quel che le è più nobilmente proprio, cioè il compito di una tessitura di rapporti d’equilibrio, di cooperazione, di reciproco scambio tra gli Stati, è risospinta verso una sua nefasta semplificazione, e diviene opposizione tra blocchi di Paesi, rivendicazione e difesa della superiorità di un’area sull’altra, disegno di una geografia che traccia con orgoglio e sicumera ideologica i confini tra democrazia e barbarie, tra luoghi del diritto e terre dell’oppressione. La politica dimette la sua stessa intelligenza, che è fatta di previsione, di progetto, di ricerca di equilibri, di dialogo tra Paesi e tra culture diverse,  di tutela dei diritti di singoli e di popoli. E si fa politica di schieramento, geografia di blocchi contrapposti. Invece di opporre al disegno imperialista di un autocrate l’esercizio di una democrazia forte non in quanto armata ma in quanto garante dei diritti dei singoli e dei popoli, esibisce una superiorità fondata sulla visibilità imponente di una difesa militare. La via del disarmo era una scelta propriamente politica, perché dalla parte del diritto, per i cittadini, di vivere senza le minacce di una distruzione. Per molti anni è stata perseguita o almeno in più occasioni tentata. Il suo abbandono è intollerabile.

 

Europa. Il disegno di un’altra Europa appare necessario. Che riprenda alcune delle originarie sue ragioni. Che dia rilievo a una lingua diversa da quella delle armi e della presunta appartenenza all’ordine del bene, ma che fondi il vivere civile sulla parte non guerresca e militare della sua storia. Erasmus, il nome del progetto con il quale alcune generazioni di studenti hanno vissuto di là dal proprio confine geografico, condividendo culture e lingue e conoscenze, rinvia al grande umanista autore degli Adagi e dello scritto che mostra l’incompatibilità di ogni guerra con quello che diciamo umano (Dulce bellum inexpertis): solo chi non conosce nel proprio corpo, nelle sue ferite, la guerra, la può accettare. La può ritenere, potremmo aggiungere, “un mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. E l’Europa questa conoscenza delle guerre l’ha patita, e nei modi più distruttivi: proprio per questo la sua configurazione politica ha senso se è sottratta nei principi stessi e nella pratica alla logica delle potenze, dei loro opposti blocchi, e riconosce, su tutti i piani, il suo essere insieme occidentale, orientale, mediterranea. E dal crocevia attivo e inventivo di queste culture guarda al prisma di culture e storie che è il mondo.