AL VENTRE MATERNO MEMORIALE – di RUGGERO SAVINIO

AL VENTRE MATERNO MEMORIALE – di RUGGERO SAVINIO

26 Novembre 2020 Off di Francesco Biagi

di RUGGERO SAVINIO

 

La situazione che capita di vivere, forzata stasi per arginare l’avanzata del veleno, ha una risonanza con situazioni già vissute, anche se di sguincio.

La guerra, il confinamento in una casa estranea, le scarse uscite nelle strade semideserte.

È una situazione che, come quella, ha a che fare con la morte.

Non solo la morte è presente, lì con la violenza delle armi, qui con l’attacco silenzioso di questa particella unicellulare – a proposito, è una creatura vivente come te e me, solo molto più piccola e semplice.

Devo pensare che la natura è un concentrato di forze aggressive, pronte a combattere l’una contro l’altra.

La morte non è presente solo come ipotesi, è la realtà delle vittime, ma è anche una tonalità emotiva.

Il sentimento più forte è la sospensione che sembra dividere la vita attiva di prima da una possibile attività futura.

Solo che questa sospensione, alla mia età, non dà la certezza di preludere a qualcosa, ma di essere definitiva.

 

M’inoltro nell’attualità.

I virus sono creature – uso questa parola per automatismo – a mezzo fra il vivente e il non vivente. Possono riprodursi solo penetrando nelle cellule di creature viventi, animali, piante.

Compare la soglia fra vita e non vita, e anche l’espansione della vita.

Tutta la vita ha un solo destino.

 

Parlando al telefono con mio figlio Andrea, mi dice che una biologa americana metteva in dubbio la teoria dell’evoluzione come sopravvivenza del più forte.

Lei aveva l’idea di uno sviluppo non verticale, teleologico, ma orizzontale, sincronico.

Annegano le differenze singole, se un virus può unirsi alle nostre cellule, cioè se noi possiamo ospitarlo e dargli il modo di proliferare.

La comune appartenenza alla natura è più chiara e allarmante, e toglie l’importanza che vogliamo darci.

La comune appartenenza può essere vista anche come un cristianesimo allargato, una fratellanza non solo coi nostri simili, ma con tutti i viventi, anche con queste creature unicellulari.

Queste creature sono fratelli pronti a cambiarsi in rovinosi nemici.

 

Oggi sul giornale un articolo sulla necessità di riaprire i musei e gli altri luoghi d’arte per il bisogno della gente di attingere a quei beni.

Non credo che sia un bisogno. Il rapporto con l’arte in quei luoghi è contemplativo.

Senza riproporre l’esortazione futurista a distruggere i musei, mi sembrano più convincenti certi propositi novecenteschi di un’arte fatta da tutti, agita più che contemplata.

 

Uno degli insegnamenti dell’epidemia è quello di riconoscere nella morte il più puro e il più impersonale (Rilke).

Sbagliato credere che debba accompagnarsi all’agire, fabbricare oggetti e noi stessi.

 

La totalità non può essere ricercata fuori dello spazio privato, ma nella nostra privatezza.

La singolarità di ciascuno, corpo e anima, deve essere toccata e riplasmata per una redenzione collettiva.

 

Attesa sempre differita di un nuovo inizio.

Non sappiamo quando ci sarà. Queste creature promettono di restare a lungo con noi.

E poi, quale inizio? Ricominciare tutto uguale. Sola differenza un’attenzione alla salute di quelli che lavorano. Le fabbriche non sono attrezzate per questo. Non è immaginata una produzione e distribuzione diversa. Non compare un volto nuovo del mondo dietro quello di adesso.

 

Mentre posso coltivare la mia delusa indifferenza, devo pensare alle persone che mi sono legate, e anche a tutti gli altri che non dipendono da me se non per uno sfruttamento indiretto. Tutti vogliono la felicità promessa da una parola di verità e di giustizia.

Sento il peso della mia impotenza e la colpa, sento anche la mancanza di quello che una volta si chiamava la classe, o anche, meno scolasticamente, il partito o i gruppi.

Potrebbero orientare un movimento di rivolta e redenzione. Senza messianismi, una voglia di cambiare.

 

In questa situazione strana, ma non estranea, perché mi ricorda i tempi della guerra e dell’Occupazione, la forzata clausura mi costringe all’inazione.

Mi capita di pensare a una pittura attiva. Il mio pensiero è lontano dall’attivismo di molta pittura-arte contemporanea, che vuole fare il salto dall’estetica alla pratica mondana.

Non credo che basti cambiare il segno alla nostra attività per introdurla nell’azione mondana.

Credo che alla pittura sia consegnato il destino di essere un’espressione simbolica.

Ma, cresce in me il rifiuto di una pittura tutta confinata nell’espressione simbolica. Non per la tentazione di seguire altre strade: quelle di un abbandono all’autogenerazione dell’immagine fuori da ogni costrutto linguistico.

Credo che vada mantenuta sempre, all’interno dell’universo simbolico, la volontà che esso sia il preludio di una realtà finalmente fuori dal linguaggio, dalla forma e dal simbolo.

Questo desiderio di uscita si accompagna a un modo più libero e sciolto di dipingere. Eseguire il quadro in una contemporaneità temporale, senza che il programma preceda l’opera.

 

In sogno lascio la stanza insieme con la ragazzina selvaggia. Lei mi cammina davanti. Tiene le mani sopra le spalle di un suo doppio rimpicciolito e le ravvia i capelli con la mano.

 

Dalla finestra vedo l’edificio un tempo rassicurante del Risparmio Postale, adesso sede dei Servizi Segreti.

Compare aldilà delle chiome degli alberi verdi. Lo Stato occupa anche l’intimità del paesaggio.

 

La quarantena costringe a confinarsi nella propria intimità non solo domestica.

Star chiusi in casa è più o meno facile a seconda dei temperamenti. Per i solitari è più facile, possono seguire la vocazione alla solitudine.

A proposito di chiusura, Andrea, che è il mio informatore per quel che riguarda l’anima e il comportamento dei suoi coetanei, mi diche che è più facile per i giovani. La digitalizzazione ha ridotto i rapporti a virtualità, la presenza è meno necessaria. Nei dialoghi scambiati la testimonianza corporea è assente. Certe volte è rimpiazzata da un’immagine, ma l’immagine, come tutte le immagini, non ha il peso testimoniale della corporeità.

Anche la pittura si è allontanata dall’adesione corporea ed è meno capace di toccare la nostra emotività fisica.

 

Il lockdown rotto da limitate aperture, affidate al Potere, concesse.

Costretti a ripiegarsi su di sé. Anche sugli altri, parenti, conviventi, affini, che il governo chiama congiunti. Ripiegamento spaziale. Chiuso in casa, se ce l’hai e non stai ammassato nelle baracche che vedi in tivvù.

Orrore. Anche di sé, ma non fino alla voglia di cambiare. Si riproducono gli stessi automatismi, per lo più indotti.

 

La nostra nullità è quella che dovrebbe spingerci a un abbraccio solidale.

La memoria del La ginestra è d’obbligo.

Il mio amico Goffredo Fofi ha voluto aggiungere alle edizioni della rivista Gli asini una piccola plaquette con La ginestra.

Veramente, a seguire Leopardi, l’abbraccio deve accompagnarsi a un rimboccarsi le maniche tutti quanti per far fronte agli assalti della natura.

Di fatto, la matrigna non fa che vendicarsi.

Abbiamo sconvolto le sue abitudini termiche, snidato gli animali dalle loro sedi, costretti a errare fra noi, anche i pipistrelli, che ci hanno regalato questo compagno minimo e terribile.

 

In ciò che vado scrivendo come un errante vagabondaggio per contrastare la chiusura della pandemia, si sta insinuando la natura.

Anche il virus è natura. Ma nell’aspetto ostile di natura maligna.

Cani, cavalli, asini dovrebbero essere, invece, rappresentanti di una natura benigna di cui, dopo averla in gran parte distrutta, abbiamo nostalgia.

Sull’asino, veramente, il discorso si fa complesso. Questo benevolo animale, infatti, secondo il mito che riassume le verità e le eterne opinioni, benevolo non è, ma, tutto al contrario, è un emblema dell’oscurità e delle tendenze sataniche.

Del resto, anche il cavallo emerge al galoppo dalle tenebre infere, è figlio della notte e del mistero, portatore sia di vita che di morte.

Il cane, poi, Anubis, Cerbero, è sempre stato associato alla morte.

Fuori dal mito, Atteone, il cane e la sua ferocia entra nella cronaca politica di questi giorni: Trumpo vuole scatenare i cani contro le folle che protestano per l’assassinio a Minneapolis di George Floyd, nero, da parte del poliziotto bianco Derek Chauvin.

 

Adesso, con l’assalto del virus, la natura si presenta direttamente, fuori da mediazioni culturali.

Inoltre, si presenta nel suo aspetto nefasto.

È come se i terrori in grande, terremoti, eruzioni vulcaniche, maremoti, si miniaturizzassero senza perdere in paurosità.

Questo virus non possiamo vederlo, non sappiamo nemmeno dove stia, e se ci è capitato d’inalarlo, ma ci fa paura. Ci mostra che non siamo soli, ma spartiamo il mondo con altre creature, oltre a quelle che siamo riusciti a domare e anche a distruggere.

Questa creatura, indicata da un nome araldico, ci fa vedere la derisoria brevità del nostro tempo storico e personale. I tempi terrestri e quello cosmico si spingono all’indietro per lontananze incommensurabili. Pare che il virus arrivi da quelle lontananze.

La dilatazione temporale può farci un effetto spaurente, ma anche confortante. La brevità della vita non è solo accompagnata dallo sconforto, ma anche dal conforto di essere il granello di un’eternità materiale.

 

«Potranno trascorrere milioni di anni, potranno nascere e morire centinaia di migliaia di generazioni, ma si avvicina inesorabile l’epoca in cui il calore esaurito del sole non riuscirà più a sciogliere i ghiacci che avanzano dai poli: nella quale gli uomini, addensati sempre più intorno all’Equatore, non troveranno alla fine neppure lì calore sufficiente per vivere, scompare via via fin l’ultima traccia di vita organica: la Terra – un corpo morto e freddo come la Luna – ruota in orbite sempre più strette intorno al sole, egualmente estinto, e infine precipita su di esso».

Friedrich Engels, Dialettica della natura

 

Per le circostanze dell’epidemia, sono stato ricoverato allo Spallanzani. È un ospedale di cui sentiamo molto parlare in questi giorni: un’eccellenza per le malattie infettive.

In febbraio, il 14, giorno di San Valentino, siamo stati con Annelisa a Vicenza. Nella sede dell’editore Neri Pozza si presentava un mio libro. Il giorno dopo abbiamo proseguito per Padova, dove un mio quadro era esposto in una mostra; e poi per Venezia, a trovare l’amico Francesco Giusti, Chicco, poeta.

Al ritorno avevo una forte tosse e un po’ di febbre. Sono stato accolto allo Spallanzani, perché venivo da quelle zone a rischio.

Niente virus. Due tamponi mi hanno dichiarato negativo. Ma i medici hanno riscontrato una polmonite. Sono stato trattenuto qualche giorno in ospedale, curato, e rimandato a casa con la prescrizione di usare una bombola d’ossigeno. Da allora passo la notte attaccato a una cannula per inalare il gas che ci regala la vita.

 

All’Etere

 

Nessuno fra gli Dei e fra gli uomini, padre Etere!

Mi allevò come te, amico e leale, ancor prima che la madre

Mi prendesse fra le braccia e i suoi seni mi allattassero

Con tenerezza mi abbracciasti instillandomi una celeste bevanda

Instillando nel mio petto nascente per primo il sacro respiro.

(Friedrich Hölderlin)

 

Quindi, in questa sgraziata ampolla ferrigna è contenuta la sostanza che Empedocle chiama aria, l’elemento celeste da cui, per gli stoici, hanno origine il sole, le stelle, la luce e il calore. La sostanza divina di cui, secondo Schelling e Hölderlin, tutti facciamo parte, ma alla quale, per la moderna dispersione nell’utile, non possiamo partecipare se non in qualche momento di estasi sublime.

 

Un altro effetto della quarantena è l’intimità col proprio corpo. Io questa intimità già ce l’ho, da quando il mio è diventato un corpo vecchio.

In vecchiaia gli organi si manifestano con una franchezza che prima è accennata.

Prima non avvertivo la difficoltà di certe funzioni, le più semplici, orinare.

Era naturale, in certi momenti aveva un eroismo, un’esaltazione virile e un autocompiacimento.

Spesso i ragazzi si sfidano a chi orina più lontano.

Adesso è un richiamo che spezzetta le notti in brevi sonni interrotti. Il flusso, che prima scorreva libero, ora scende in rivoletti magri e stenti, a fatica.

Ognuno di questi risvegli lascia pensare che niente sia esaurito, che ci sarà un altro risveglio.

Penso all’alternanza platonica fra invecchiare e ringiovanire. Penso al ringiovanimento che la vecchiaia può contenere; a volte non mi accontento della metafora: certi biologi parlano di un vero ringiovanimento fisico, capelli che rinascono, ecc.

 

Da quando sono diventato vecchio i sogni sono aumentati e affollano la notte, frantumati e spezzettati dalle frequenti andate in bagno.

Mi accorgo che, ormai, la mia vita sognata è più avventurosa e ricca di quella sveglia.

Dovrei pensare che certi sogni ricorrenti si siano infittiti. Non è così. Per esempio il sogno della funzione intestinale. Era molto frequente, col suo corredo di situazioni e immagini, e adesso si affaccia meno.

Nel libro di Hillman I sogni e il mondo infero avevo trovato che i sogni riferiti agli escrementi possono riferirsi alla morte. Adesso, la diminuita frequenza di quei sogni vuol dire una maggiore vicinanza all’oggetto nascosto nel sogno?

La morte non ha più bisogno di annunciarsi dietro il velame del sogno, ma si presenta nuda con la sua ormai sicura imminenza?

Per la speranza, che è l’ultima a morire, faccio un pensiero apotropaico.

Mi accorgo che la diminuita frequenza del sogno funebre-escrementizio va insieme con un aumento dei miei disturbi intestinali.

La morte, oltre a non annunciarsi più nel sogno, lascia alla funzione intestinale di presentarla.

 

Tu devi metterla la mascherina! Mi dice mia figlia Gemma. Devo metterla, perché sono a rischio. Faccio parte degli anziani, la categoria che affolla le nostre città.

Mi rispecchio in loro, ma senza immedesimazione.

La sola cosa che abbiamo in comune è la visitatrice che bussa alla porta.

 

L’è la Mort!.. (man muss, man morta)

L’è la Mort che picca a l’uss!!

(Delio Tessa)

 

Che cosa faceva mia madre quando ero bambino? Dove stava? Non riesco a vederla accanto al mio lettino.

Non so nemmeno se da grande ho trovato la strada per un avvicinamento a mia madre. Forse ne ho sentito il richiamo, anche dentro di me, da me a me stesso, il richiamo a uscire dall’omosessualità della luce ed entrare nella penombra femminile.

 

L’individuazione è un lavoro lungo e inconcluso. Portavo i materiali per costruire me stesso. Anche questi, materiali altrui, ancora una volta paterni.

Non solo l’ombra del padre si proietta sul figlio, ma il padre stesso, cioè la sua lingua.

 

Non prendevo la parola perché non era la mia. Non proferivo verbo.

Un momento. Proferivo parole fra me e me, anche sonore. Di che parlavo? Probabilmente, di niente, solo mi esercitavo a prendere la parola, ritagliarmi sul mondo, diventare persona, risuonare.

Altro esercizio non avevo: il linguaggio materno, il babillage infantile. Mia madre era muta. Le sue parole erano quelle della ripetuta aneddotica intorno all’epos famigliare. Ho sempre pensato che qualcuno l’avesse zittita.

Silenzio nel matrimonio è un indizio.

Adesso che, tanto tardivamente, attendo ancora alla costruzione di me, alla mia individuazione, mi rigiro a volte il pensiero confortante che il silenzio inaugurale aprisse a una vera pienezza. Mi rifugiavo in me stesso, nel mio silenzio, nel mio niente. Facevo l’esperienza del niente che ero, che sono, che siamo tutti, e che il niente, il vuoto sono la vera pienezza. Non solo, ma sono anche la condizione per l’unione con gli altri. Dono il niente che sono alla comunione con gli altri.

 

Oggi, tornando a casa da studio, verso le 13,30, sotto casa, ho visto un piccione ridotto allo stremo, forse già morto. Un altro piccione gli stava sopra e con il becco cercava di trascinarlo via.

Mi ha ricordato una scena vista tanti anni fa sull’isola di Paxos. Stavo su uno scoglio con Maries. Andavamo al mare portandoci i panini. I panini attiravano le vespe. Una vespa ci ronzava intorno. Io, con uno schiaffo, l’ho uccisa. Dopo un po’ un’altra vespa è arrivata, ha preso la compagna morta e l’ha portata via a volo.

 

Non so dove siamo, e non lo sanno nemmeno quelli più giovani di me. Il senso storico, anzi, la vera e propria Storia, si sono perduti con la perdita dell’esperienza.

Oggi, 10 giugno, sono ottant’anni dalla dichiarazione di guerra.

 

A proposito dell’umorismo, anche dell’umorismo nero, di cui compone un’antologia, Breton cita Freud, che spiega come l’umorismo solleva l’io, in certi gravi momenti d’allarme, dell’effetto psichico, dirottandolo sul super-io, quindi sulla catena parentale che fa capo al Padre.

Capisco la mia diffidenza per l’umorismo, anche quello nero. Sento che sta dalla parte del già stato, della morte.

Diverse, l’allegria, la gioia.

Per conto mio un impedimento di carattere, o forse proprio il peso di quella catena, mi rendono difficile allegria e gioia.

Senza passare dalla parte del tragismo, mi sento più vicino a una calma stupefazione.

 

Nel lento riprendere gesti e attività sospesi vedo un mondo che cerco di riconoscere.

Ho l’impressione di vedere le stesse fisionomie, gli stessi gesti, ma più esitanti e sfocati.

Mi sembra che nessuno sia convinto fino in fondo di quello che fa. Ammesso che uno possa essere convinto fino in fondo in un mondo teatrale.

Qualcuno si riveste del costume del suo ruolo.

Non vedo i personaggi che stanno alle macchine, se non nelle balenanti immagini dei telegiornali.

Ma quelli alle macchine non li abbiamo visti nemmeno durante il lockdown. Non ce li hanno fatti vedere: stavano alle macchine.

 

Il presente mi dà l’impressione di essere un tempo definitivamente immobilizzato. Non so se nel passato. Forse no, dato che la modernità, le sue forme, i suoi oggetti, pensieri, ecc. sono ancora quelli che pesano addosso.

 

I pubblici istituti, stato, partiti, ecc., non hanno più corporeità. Evidentemente, già prima non l’avevano e volevano darsela.

Ma anche le singolarità, compiacenti o antagoniste, non avevano corporeità, ma solo opinioni.

Adesso l’inconsistenza è comune. Stato e partiti non hanno corposità.

Non parlo della politica, perché non è la materia dove mi muovo a mio agio. Parlo d’altro, di quello che mi riguarda, di arte e cultura. Anche queste hanno perso consistenza.

 

La riflessione intellettuale ripresenta i suoi esperti.

Forse non devo chiamarli esperti per non confonderli con gli altri, che vediamo sullo schermo dirci quello che succede e darci le loro opinioni.

Sono medici, virologi, economisti. Ci informano sulla salute del corpo e dei beni e suggeriscono il modo di prenderne cura.

Gli altri esperti sono gli intellettuali, i politologi, i giornalisti.

Dentro questa categoria si ripresentano i filosofi.

Qualcuno di loro, uno in particolare, lo conosciamo già. Lo vediamo spesso sullo schermo, con un fervore certe volte eccessivo, ma, forse, giustificato dal fatto di coniugare, o averlo fatto a suo tempo, la teoria alla pratica. È un filosofo che ha avuto cura della sua città.

Anche i filosofi puri s’inoltrano sul terreno abitato dal virus.

Sul virus hanno un’opinione filosofica. Son guidati dalla ragione, una facoltà che non si concede d’inciampare nel presente, ma guarda le grandi distanze, osserva i grandi spazi dove i corpi sono assenti.

 

Nel mio studio di Milano, a Via degli Amedei, una sera del 1972 sono stato sorpreso da Hölderlin.

L’ho visto che camminava per la campagna abbacinata di luce, fra il cielo bianco bianco e una striscia rossa di terra.

Al suo amico Böhlendorff ha raccontato in una lettera il viaggio a piedi per ritornare da Bordeaux alla patria sveva. Apollo mi ha folgorato. Apollo, un dio violento, non l’alternativa pacificamente poetica di Dioniso. La forza della vita e della morte unite insieme, nel fuoco del cielo.

Quando arriva a Stoccarda “è bianco come un cadavere, magrissimo, con occhi scavati e selvaggi, barba e capelli lunghi, vestito come un mendicante”.

Pierre Bertaux immagina che sia stato informato della malattia di Susette-Diotima.

Lei si è ammalata di rosolia contratta dai figli. Hölderlin, forse, è andato a Francoforte per starle vicino. Il 22 giugno 1802 Susette muore. Lui è sconvolto, ha la mente devastata.

 

Il mio quadro l’ho chiamato Hölderlin in viaggio. Anche questo appeso a un muro dello studio. Figura più grande del vero.

Mia madre stava da noi in quei giorni. Nelle lettere che mandava a sua sorella, mia zia Jone, scriveva: Ruggero fa dei quadri impressionanti.

Apollo lo ha folgorato: Hölderlin precipita nella pazzia.

Il mio quadro non so dove sia finito, dove si svolga la marcia del poeta folle. Come tanti altri miei quadri. È passato da una galleria di Milano a qualche tinello o cantina fra Brianza e Varesotto.

Presente, la mia amicizia con Hölderlin. A volte vorrei dargli del tu e chiamarlo Hölder, come lo chiamavano i suoi amici e famigliari, o addirittura Fritz.

Me lo permetterai?

Da tanto tempo mi ripeto la poesia metà della vita.

 

Gialle pendule pere

E roseti selvaggi

Il paese sul lago

Ebbri d’amore i cigni

Tuffano il capo

In quell’acqua serena

Ahimé, se vien l’inverno

Dove potrò trovare

Il raggio del sole, i fiori

E l’ombra della terra?

Afoni e freddi i muri

Nel vento stridono le banderuole.

 

Leopardi: «Stridore notturno delle banderuole traendo il vento».

I cigni. Anch’essi mi erano presenti dal 1987. Grandi, bianchi e invadenti. Occupano lo spazio del quadro avanzando sul lago. Tuffano il capo nell’acqua.

Chiamavo i quadri coi cigni I Campi Elisi. Credevo di averli trovati in Böcklin, quel raccontatore di favolette.

Li avevo trovati in te, a metà della vita. Adesso continuano a comparire, anche piccoli piccoli, su tavolette minuscole. E sempre col titolo Metà della vita.

Certo, c’è anche il cigno che diguazza e scalpiccia nel fango: Le cigne di Baudelaire. L’opinione comune sarebbe che quello è il nostro cigno. Ma io volevo il cigno nella sua integrale bianchezza, divina e amorosa.

 

Dopo che Zimmer morì, sua figlia Lotte si occupava di te. Quando tu sei morto Lotte ti ha composto sul letto, con una corona d’alloro sopra la berretta da notte.

«Noi non siamo niente, quello che cerchiamo è tutto» (Friedrich Hölderlin, Iperione).

«Che tutti i luoghi sacri della terra siano insieme in un luogo e la luce filosofica intorno alla mia finestra sono ora la mia gioia». (F. Hölderlin, «Lettera a Casimir Ulrich Böhlendorff», 1802 circa).

Con umiltà.