Soffrire invano. Su “La Peste” di Camus – di Massimo Cappitti

Soffrire invano. Su “La Peste” di Camus – di Massimo Cappitti

6 Maggio 2020 Off di Francesco Biagi

di Massimo Cappitti

 

«La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un topo morto, in mezzo al pianerottolo».[1] Così, dopo una breve introduzione della voce narrante, comincia il romanzo di Albert Camus, La Peste. Il dottore notò in quella presenza – la carcassa del topo – «qualcosa di insolito». Quell’animale, infatti, non era al suo posto. Lì non doveva esserci. Inavvertitamente, per gradi, la peste iniziò a infettare la città, il topo era il presagio inascoltato della pestilenza. Il miasma si diffuse dapprima lentamente: gli iniziali sporadici ritrovamenti divennero, però, sempre più numerosi. Non vi era luogo che non fosse contaminato, mentre comparivano i primi morti.

La peste interrompe l’ordinarietà della vita, quella che era una città qualunque, un «luogo vuoto», privo di particolari attrattive che non fossero i consueti riti sociali, stancamente condivisi, si trasforma, nel corso della narrazione, in una città del dolore, scempiata e sfigurata dall’irruzione del morbo. Non mancavano certamente coloro che per un attimo riconoscevano l’ineliminabile parzialità delle loro vite, avvertendo, nello stesso tempo, il futuro incupimento che avrebbe inghiottito gli abitanti. Sembrava quasi, cioè, che qualcuno volesse sottrarsi alla triviale ripetitività del quotidiano. Altrimenti ci si annoiava e ci si adeguava alla triste tirannia del sempre uguale.

Nulla, però, faceva pensare che questa «brutta» e insignificante città – Orano – da lì a poco potesse diventare la scena dell’epidemia, ovvero il luogo di una misteriosa, tragica, maligna elezione ,come se quella comunità fosse chiamata a rispondere dei mali del mondo.[2] Il contagio entra nelle vite, le scompagina, le travolge, trascinandole nella insensatezza, ne porta ad evidenza la vulnerabilità, il nulla irredimibile sul quale le esistenze violate si affacciano. Con la peste vacillano i fondamenti dell’essere e intanto la diffusione del miasma espone i viventi al riconoscimento doloroso e impaurito della propria provvisorietà. Esperienza, dunque, che ammutolisce, poiché prende forma sotto un cielo vuoto, da cui sembra che anche Dio abbia preso definitivamente congedo. Gli uomini, d’altra parte, quando decidono di scavare nelle loro esperienze, vi trovano solo parole consumate e falsamente consolatorie e ciò che appariva solido e rassicurante viene meno e si sgretola senza rimedio. La peste, quindi, mina le speranze nella bontà della creazione, nella convinzione, cioè, che la vicenda umana si svolga all’insegna di un ordine benevolo e sensato.

 

La peste

Se le prime manifestazioni del contagio venivano accolte con incredulità e con la persuasione che si trattava di un fenomeno destinato a esaurirsi in breve tempo, successivamente, però, di fronte alla triste contabilità dei morti iniziò a diffondersi la paura. Si stava, cioè, facendo strada l’idea che le vite fossero indifese e impreparate, come sapeva di sé il dottor Rieux. In molti maturò la convinzione che nessun fondamento potesse resistere alla consunzione delle vite, schiacciate dai colpi della malattia. Alcuni segni testimoniavano a favore di questa constatazione. Non si potevano, ad esempio, ignorare le code, la chiusura forzata dei negozi, la limitazione dei movimenti e dei rapporti sociali, ma, soprattutto, pesavano il coprifuoco e la quarantena. Lo strazio dei corpi colpiti dal male acuiva il dolore. I morti, infatti, portavano ancora nei volti il ricordo dell’agonia. La contrazione dei visi sembrava non accennare ad abbandonarli, come se la malattia, dopo la morte, volesse ancora infierire insoddisfatta dell’esito finale raggiunto. Lazzaretti e fosse comuni affollavano la città. «I malati morivano lontani, le veglie rituali erano state proibite, di modo che chi era morto in serata passava la notte da solo, e chi moriva in giornata era sepolto senza indugio. Si avvertiva la famiglia, beninteso, ma, nella maggior parte di casi, questa non poteva spostarsi, essendo in quarantena, se era vissuta accanto al malato».[3] La famiglia che non abitava con il defunto doveva presentarsi all’ora indicata, «ossia quella della partenza per il cimitero, il corpo, essendo stato ormai lavato e messo nella bara».[4] Così anche il conforto della sepoltura, ovvero il gesto antico dell’accompagnare i propri morti, si consumava velocemente. Tutto avveniva «con il massimo di rapidità e con il minimo di rischio».

Stati d’animo e sentimenti molteplici caratterizzavano i cittadini. Vi era chi, ad esempio, attendeva la sconfitta della pestilenza, sperando in un riscatto che testimoniasse la capacità umana di sopravvivere senza piegarsi alla rassegnazione o, peggio, al cinismo che fa mostra orgogliosa di sé. Nel medesimo istante, si notava come il cuore di ciascuno si «fosse veramente indurito e tutti camminavano o vivevano accanto ai lamenti come fossero stati il naturale linguaggio degli uomini».[5] Ciascuno pensava a sé, indifferente al male che affliggeva Orano. Si aveva spesso l’impressione che si fosse regrediti: una sorta di riproposizione dello stato di natura. Né giovava riprendere le passate identità, ormai irripristinabili e perdute definitivamente.

La peste, così, ridefiniva ogni aspetto dell’esistenza e il timore che essa non finisse più si traduceva nella sensazione di una solitudine estrema e di una derelizione senza rimedio. Prigionieri delle passioni tristi, gli uomini si erano assuefatti alla disperazione. Pertanto, se qualcuno avesse tentato di dire qualcosa, ne avrebbe ricevuto una risposta che lo avrebbe ferito, oppure il silenzio, come se il linguaggio fosse precipitato – incapace di dire gli eventi – nell’afasia. La peste, allora, paradossalmente insegna, «costringe a pensare». Anche ripiegare nella memoria era inutile, poiché l’esperienza passata poco o nulla aiutava a uscire dal dolore diffuso o dalla «immobilità impotente». Ma su tutto prevalevano sconcerto e spaesamento: Rieux sapeva che lo scopo di una guerra, ad esempio, implicava la consapevolezza della sua stupidità. Eppure, ciò non le impedisce di durare. Anzi, la stupidaggine «insiste sempre, ci si ne accorgerebbe se non si pensasse sempre a sé stessi».[6] Presi da sé, gli uomini non credono ai flagelli, sebbene essi siano una «cosa comune». Gli si crede soltanto quando «ti piombano in testa». Nel frattempo, credendo e illudendosi di essere liberi, continuano come se nulla fosse a concludere affari, «a preparare viaggi», ad avere opinioni, progettare il futuro, sempre più incerto e opaco. Hanno smarrito la modestia e la misura, cosicché tutto sembra loro ancora possibile.

Un crescendo accompagnava il progresso del morbo. La peste, dapprima dimessa, quasi esitante, all’improvviso avviava la sua «invasione brutale». Irrideva la speranza che l’epidemia fosse vinta o, almeno fosse prossima a esserlo. Invece la «spiacevole visitatrice» si ripresentava nella sua monotona serialità. Ogni previsione, pertanto, veniva contraddetta dalla ferocia della malattia. Nessuno fino a quel momento si era distinto per eroismo. Le grandi sciagure, spesso, sono «monotone» e sembrava che la tragedia fosse anestetizzata, avesse, cioè, ceduto il passo al lavorio di una «amministrazione prudente e impeccabile», della quale, ogni volta, si doveva prendere atto della sua perfetta efficienza.

Chi amministrava il potere si preoccupava di non «allarmare l’opinione pubblica». Si negava pertanto perfino l’esistenza dell’epidemia e il nome peste era diventato impronunciabile. Si temeva, infatti, che riconoscere ufficialmente l’esistenza dell’epidemia finisse per giustificare l’adozione di misure troppo restrittive. Fondamentale era, però, che nessuno intralciasse il funzionamento dell’economia, le sue esigenze erano prioritarie, anche quando ciò avesse comportato gravi rischi per la popolazione. Per quanto riguarda i provvedimenti rivolti ai cittadini, si era fatto ricorso a misure che sospendevano le garanzie. Decretare lo stato di emergenza, quindi, portava con sé non solo la possibilità di estendere il controllo sugli abitanti, ma consentiva anche di costruire o ricostruire gerarchie. La proclamazione dello stato di eccezione e la sua trasformazione in forma permanente di governo piegava gli individui a un ordine indiscutibile, al quale avrebbero dovuto obbedire incondizionatamente.

 

La sofferenza inutile

Una domanda ricorre costantemente nel romanzo: la domanda, cioè, sull’esistenza di Dio e la presenza del male. Domanda così incalzante, al punto che il padre gesuita Paneloux ne sarà travolto sino a morirne. Nulla può giustificare la sofferenza di un innocente, neppure la promessa di una «gioia eterna», che riscatti anche solo «un attimo del dolore umano». Padre Paneloux ricorda ai fedeli la loro condizione di peccatori. Gli uomini, infatti, sono stati puniti poiché hanno creduto che, per emanciparsi dalla loro «incuria criminale», bastasse genuflettersi o «visitare Dio la domenica». Dio, però, non è «tiepido» e perciò esige «un divorante affetto», ma, stanco di aspettare la venuta degli uomini, li ha puniti. «Troppo a lungo il mondo è venuto a patti con il male», confidando nella misericordia divina. Sarebbe bastato il pentimento, ma gli uomini non hanno ricercato neppure quello e allora «Dio, che per tanto tempo ha chinato sugli uomini di questa città il volto di pietà, […] deluso per troppo amore ne ha distolto lo sguardo».[7] Per troppo tempo gli uomini hanno dimenticato Dio, hanno dimenticato, cioè, di essere nelle sue mani, nelle mani del Dio che perde e salva, che tormenta ed eleva. La fede, allora, è chiamata a scommettere, stretta tra il tutto di Dio e la tentazione del nulla, dove, però, Dio e il nulla sono imperscrutabilmente e scandalosamente prossimi.

Il dottor Rieux e i suoi amici assistono un bambino morente. «Grosse lacrime, spuntando dalle palpebre infiammate, cominciarono a scorrere, sul volto plumbeo e, alla fine della crisi, esausto, contraendo le gambe ossute e le braccia, la cui carne si era dissolta in quarantotto ore, il ragazzo prese, nel letto devastato, una grottesca posa di crocefisso».[8] Rieux aveva visto morire molti bambini, tuttavia mai aveva assistito alle loro sofferenze minuto per minuto: «fino ad allora, però, si era scandalizzato astrattamente, mai era stato così prossimo all’agonia di un innocente. La morte era stata preceduta da un grido che presto pervase la sala. Si trattava di una protesta monotona, discorde e così poco umana che sembra provenisse da tutti gli uomini in una volta».[9] Sembrava che l’urlo ricapitolasse il dolore universale, ovvero provenisse dal fondo dell’anima e che mai sarebbe terminato. Dio era spettatore muto e indifferente e aveva taciuto alla richiesta di salvezza elevata da Paneloux. Da qui – dall’inquietante silenzio divino – prende corpo la protesta, la rivolta contro l’ordine del creato. Se è giusto, come dirà Ivan Karamazov, che i peccatori vengano puniti, non si capisce, però, perché la medesima sorte tocchi anche agli innocenti. Rieux protesta contro la creazione «così come essa è», egli contesta l’ordine del mondo, sebbene continui ad agirvi con abnegazione e cura. La contestazione del dottore è tanto più efficace proprio perché quest’ordine ha bisogno per essere tale della sofferenza dell’innocente. Le parole di Rieux riecheggiano quelle pronunciate da Ivan nel suo dialogo con il fratello Alëša. Se però in Rieux non c’è traccia di risentimento, nelle parole di Ivan, invece, si avverte «qualcosa di troppo misterioso e di troppo soggettivo, qualcosa che per lui stesso non era chiaro ma che senza dubbio già lo tormentava».[10] Il dottore, inoltre, sentiva come suo compito l’assolvimento scrupoloso della sua professione di medico, cercava la salute laddove il sacerdote cercava la salvezza. Egli aveva visto morire molte persone e la violenza della morte lo spingeva sempre più a ingaggiare la sua lotta contro il male. Rieux si opponeva al mondo voluto da Dio, mondo che si giustifica e rafforza attraverso il sacrificio inutile di chi, come i bambini, ancora non distingue il bene dal male. È incomprensibile agli occhi dei protagonisti a qual fine il mondo «sia stato così congeniato». La rivolta, allora, risiede nel rifiuto di divenire il «concime» di una futura armonia. Il dolore, dunque, è ingiustificabile e immedicabile. Nessuno può permettersi di perdonare, nemmeno la madre per la violenza che ha colpito suo figlio: quelle lacrime rimangono irredente. Pertanto, qualora «le sofferenze dei bambini hanno servito a completare quella somma di sofferenze che era necessaria per l’acquisto della verità»,[11] allora, conclude Ivan «affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un simile prezzo e perciò mi affretto a restituire il mio biglietto d’ingresso».[12]

Perché Dio tollera la morte degli innocenti? Perché il loro dolore deve concorrere all’armonia dell’universo? Attorno a questi temi, dunque, riprende la discussione tra Rieux e i suoi amici. Il più visibilmente turbato è il padre gesuita. L’esperienza dell’agonia del bambino, infatti, lo ha segnato profondamente e, soprattutto, ha messo fuori causa le categorie con le quali, fino a quel momento, aveva vissuto la propria esperienza religiosa. Sentiva che quelle categorie non avrebbero retto l’urlo che saliva dai viventi. Il grido reclamava una risposta che non poteva essere elusa, né affidata a una fede ormai stanca. Occorreva, pertanto, cambiare punto di vista, coinvolgendo Dio stesso nel dramma della creazione, ma la vicinanza di Dio e del male non poteva che apparire una insostenibile blasfemia. Si doveva, cioè, evocare un’altra fede, una fede «crudele» al di là di ogni misura umana, esito di un amore «difficile», che esige dall’uomo il «totale abbandono di sé stesso» e il «disprezzo per la propria persona». Non rimaneva, quindi, che «slanciarsi» nell’inaccettabile, poiché solo Dio poteva restituire la vita ai bambini, per questo noi siamo chiamati a volerla, quella sofferenza, in quanto Dio l’ha voluta. Rieux risponde duramente, infastidito da quello che appariva una giustificazione, se non una glorificazione della sofferenza, divenuta una sorta di viatico obbligato per il raggiungimento della salvezza. Il dottore oppone a questa concezione un’etica fondata sulla pietas, ovvero sulla condivisione della comune condizione umana, che impone la lotta contro il male.

«Ascoltando, infatti, le grida d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quella allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai e può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che, forse, verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la città avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice».[13]

 

 

Note:

  1. Camus, La Peste, in Opere, Bompiani, Milano 2003, p. 376. Il dottore è il protagonista del romanzo. «Uomo stanco del mondo in cui viveva», tuttavia manteneva salde la propria simpatia e pietà nei confronti degli uomini. Perseguiva il bene, rifiutando ingiustizie e compromessi, consapevole che l’unica certezza consiste nel «far bene il proprio mestiere». Fondamentali per questo scritto sono i lavori di S. Givone, Metafisica della peste, Einaudi, Torino 2012, pp. 19-36 e di F. Milana, I preti e la peste, in Stranieri: Albert Camus e il nostro tempo, a cura di G. Fofi e V. Giacopini, Contrasto, Roma 2012, pp. 91-96.
  2. «Si sarebbe detto che la terra stessa, dov’erano piantate le nostre case, si purgasse del suo carico di umori, lasciasse salire alla superficie sanie e foruncoli che sino ad allora l’avevano travagliata internamente», A. Camus, Opere, cit., p. 383.
  3. Ivi, 507.
  4. Si scioglievano anche i legami più intimi e profondi. La «separazione», ovvero, la rottura dell’unità familiare, era l’esperienza più drammatica. Nei momenti iniziali della peste, gli abitanti di Orano «ricordavano molto bene, la creatura che avevano perduto e la rimpiangevano». Ivi, p. 513. Nella fase successiva «persero anche la memoria. Non che avessero dimenticato quel volto, ma, ed è lo stesso, il volto perduto […] non lo scorgevano più nell’intimo di sé stessi». Si accorsero che le ombre potevano diventare ancora più consunte, «fino a perdere anche i minimi colori conservati dal ricordo». Ibidem
  5. Ivi, 458.
  6. Ivi, p. 400.
  7. Ivi, 446.
  8. Ivi, p. 540-541. A Basilea è custodito un quadro assai amato da Dostojevskji, il Cristo morto di Holbein. Il pittore dipinge gli ultimi momenti di vita del Cristo, il passaggio dall’agonia alla morte. Ritrae un corpo livido, scavato che reca ancora sul volto stanco e addolorato la traccia della lotta ingaggiata contro la morte.
  9. Ivi, p. 540.
  10. Dostojevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano 1984, p. 235.
  11. Ivi, p. 261.
  12. Ivi, p. 212.
  13. Camus, Opere, cit., p.615.