Il “Capitale” di Marx come “inconscio sociale” – di Roberto Finelli

Il “Capitale” di Marx come “inconscio sociale” – di Roberto Finelli

3 Febbraio 2020 Off di Francesco Biagi

 

  1. Mondo 1 e Mondo 2 in Das Kapital.

Il crollo dell’URSS e degli Stati dell’Europa dell’Est alla fine degli anni ’80 ha prodotto, tra le molte altre cose, un effetto “filosofico”. Ha cioè consentito la messa in opera nella realtà, nel concreto della vita economica e sociale, del concetto di capitale ed ha con ciò dato verità oggettiva a Das Kapital di Karl Marx. Libro che quindi si fa pienamente vero solo oggi, dopo 150 anni dalla sua stesura, con un singolarissimo effetto di retroattività storica, che meriterebbe di mettere in campo la migliore lezione freudiana sulla Nachträglichkeit, secondo la quale è il tempo posteriore che mette in luce ed esplicita il vero significato del tempo anteriore.

L’economia-mondo, come tendenza a una rete generale di scambi e di relazioni economiche estese all’intero pianeta data almeno dalla metà del Quattrocento. Ma solo oggi, con la scomparsa dell’area del comunismo sovietico, l’economia produce effettivamente il mondo, nel senso di generalizzare all’intero pianeta un’unica tipologia di produzione economica e di relazioni sociali, un unico modello di socializzazione e di medesime forme di vita. Per questo si può parlare della realizzazione di un “concetto”, se per concetto s’intende un paradigma generale di comportamento, un protocollo universale di forme dell’agire, che valgono comunque, quali che siano poi i modi molteplici, empirici, e tra loro anche diseguali, della sua realizzazione concreta. Vale a dire che oggi la globalizzazione liberista vede la messa in scena di un operatore economico tendenzialmente cosmopolitico e postnazionale che vive e si realizza attraverso e nonostante le specificità politiche, giuridico-sociali e culturali dei singoli Stati nazionali.

Né in tal senso possiamo tralasciare che, nel verso appunto di un operatore generale e neutro, Karl Marx abbia intitolato la sua opera come: Das Kapital. Perché appunto io credo che Marx abbia concepito il capitale come vettore fondamentalmente unico di costruzione di realtà, cioè come modalità unica e generalizzabile di produzione di ricchezza, da intendersi in primo luogo nel suo concetto, cioè nel suo percorso di passaggi fondamentali ed ineliminabili, prima di vederlo poi realizzarsi nella concretezza, sempre diversa, dei mille capitali. E che questa teorizzazione concettuale sia stata intimamente legata all’identità e alla definizione della ricchezza che Marx ha assegnato, originalmente e per primo, all’economia capitalistica: quale quella di «valore in processo», cioè di una ricchezza astratta, costituita solo da quantità, che, per la sua natura appunto solo quantitativa, e per nulla qualitativa, non possa avere alcun altro processo che non sia quello della sua accumulazione, ossia della sua variazione di quantità. L’originalità della critica dell’economia politica di Marx riposa, io credo, sull’aver fatto del «valore in processo», come ricchezza astratta, il vero soggetto della storia e della società moderna. Di aver concepito cioè come fattore fondamentale d’iniziativa storica una soggettività né individuale né antropomorfa, bensì neutra ed impersonale – astratta appunto – il cui darsi come soggettività di prassi storica e sociale non poteva che inaugurare una fase della storia profondamente diversa da quelle precedenti, prive di un vettore di realtà di tale natura. Das Kapital di Marx concettualizza il comportamento e il paradigma essenziale di tale nuova soggettività storica ed è perciò un testo organizzato e strutturato fondamentalmente sulla dialettica di astratto e concreto, sui modi cioè essenziali delle connessioni che si devono dare tra il “mondo 1”, o mondo della ricchezza astratta e della sua logica an-antropomorfa e solo accumulativo-quantitativa, e “mondo 2” o della ricchezza qualitativa e antropomorfa, fatta di uomini, cose e natura[1].

Del resto sembra abbastanza evidente che i tre libri del Capitale siano costruiti come un passaggio dal piano più importante e più fondante, ma meno visibile e percepibile, della realtà sociale (l’accumulazione di valore attraverso plusvalore), al piano della superficie, ossia di ciò che maggiormente appare ed è visibile (l’azione concorrenziale dei molti capitali). E che questo passaggio dall’Uno ai molti-uno implica tutta una serie di categorie e di rapporti sociali ulteriori alla categoria dell’estrazione di plusvalore, quali quelle del saggio di profitto, della concorrenza inter-settoriale e infra-settoriale tra i molti capitali, della contabilità dal valore-lavoro ai prezzi di produzione. Ma senza che l’agire dei molti capitali contraddica quella legge primaria di estrazione del plusvalore che Marx nel 1° libro ha concettualizzato attraverso il percorso storico-tecnologico che a suo avviso conduce alla messa in opera del «lavoro astratto». Una cosa è infatti l’estrazione di plusvalore e un’altra cosa è la sua realizzazione attraverso il mercato, il saggio del profitto medio, la concorrenza con gli altri capitali e la sua distribuzione tra profitto industriale, profitto commerciale, interesse finanziario e rendita fondiaria (oltre a ciò che va allo Stato sotto forma di tasse)[2]. L’estrazione di plusvalore è il fondamento della realtà sociale moderna e il costante disciplinamento (attraverso macchine) della forza-lavoro per erogare lavoro astratto è il cuore della ricchezza astratta che costituisce il valore del capitale. I processi di astrazione del lavoro della forza-lavoro e la concezione della tecnologia come “sistema forza-lavoro-macchina” (sia nel lavoro manuale o fordista sia nel lavoro mentale o postfordista) sono la realtà primaria del mondo nel quale viviamo. Il 1° libro del Capitale ha definito il concetto, l’Uno, la legge inevadibile, di questo fondamento astrattissimo (non in senso logico ma in senso realissimo) della società capitalistica. Gli altri due libri del testo marxiano descrivono il modo in cui questo Uno si realizza attraverso i molti uno. Si realizza ma nello stesso tempo si dissimula, rovesciandosi. Perché alla superficie della vita sociale il protocollo unitario comandato dalla soggettività astratta del valore in processo appare come l’iniziativa attiva e imprenditoriale di soggetti concreti. Non a caso il Marx del Capitale ha più volte indicato che il nesso tra soggettività astratta del valore/plusvalore e i soggetti individuali e concreti è quello teatrale delle Charaktermasken[3].

  1. L’autoconfutazione marxiana del materialismo storico.

La definizione del nuovo soggetto storico, neutro ed impersonale, operata dal Capitale di Marx, a mio avviso critica e confuta, oltre l’economia politica borghese, anche lo stesso materialismo storico: la precedente, e peraltro mai negata, forma di autocomprensione teorica concepita da Marx. Perché con l’identità del nuovo soggetto Marx mette in campo un vettore di realtà astratto, non sensibile e immateriale, prossimo quasi all’identità di uno spirito, e supera con ciò una concezione materialistica della storia fondata sul progresso e lo sviluppo (il bene) delle forze produttive materiali che di volta in volta, nei passaggi da formazione storico-sociale a formazione storico-sociale, entrano necessariamente in contraddizione con rapporti di proprietà e di produzione fattisi necessariamente arretrati (il male).

La nuova soggettività, impersonale ed an-antropomorfa, del Capitale confuta la vecchia soggettività umanistica e antropocentrica dell’homo faber e della prassi lavorativa come principio e fondamento della storia. Ed insieme ad essa confuta una riduzione economicistica dell’intera storia basata sulla metafora edilizia di struttura (materiale) e sovrastruttura (spirituale). Confuta cioè il Marx dell’Ideologia tedesca e della Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1859: il Marx cioè che ha costruito una metafisica della storia costruita sull’esaltazione del lavoro e della prassi materiale come unici e veri soggetti della storia, con la conclusione inevitabile e messianica della liberazione rivoluzionaria.

Tale autoconfutazione, in buona parte inconsapevole, lascia spazio a un Marx che, non a caso, deve tornare a riutilizzare la Logica di Hegel per poter gettare la rete su una soggettività di tipo radicalmente nuovo rispetto a quelle soggettività materiali e concrete, come l’homo faber con le sue forze produttive, con le quali fino allora egli aveva criticato e ripudiato Hegel come pensatore spiritualista, arcaico e prussiano-conservatore. Giacché tale cambiamento radicale nell’individuazione della soggettività costruttrice di realtà – dall’homo faber e dalle lotte di classe, che si stringono attorno ad esse, alla dinamica astratta del valore in processo – lo ha obbligato ad abbandonare il modulo epistemologico del «rovesciamento di soggetto e predicato», cioè dell’alienazione dell’uomo produttore e dell’inevitabile riconquista della ricchezza perduta nella conclusione trionfale della società comunista. Lo ha obbligato a trovare altre impostazioni e metodologie logiche che potessero dar conto di un processo di tendenziale totalizzazione di un soggetto astratto nel suo rapporto con il mondo concreto. Lo ha obbligato cioè a concepire il Capitale sulla falsariga dello Spirito, del Geist di Hegel, quale soggetto costruttore di realtà che progressivamente costruisce se stesso a totalità dominante attraverso una processualità in divenire che giunge ad interiorizzare e a «produrre i propri presupposti»: ossia che colonizza progressivamente della sua logica l’intero mondo circostante, traducendolo da mondo esteriore, legato ad altre logiche e ad altre temporalità storiche, in mondo interiore, assimilato, conforme e funzionale alla propria logica specifica. Quel transito di soggettività, dall’antropomorfo all’impersonale an-antropomorfo, ha cioè obbligato Marx a trascorrere dal modulo epistemologico del soggetto-predicato, di matrice feuerbachiana, al diverso modulo epistemologico del circolo del presupposto-posto, di matrice hegeliana, e in questo passaggio radicale di paradigmi – che, a mio avviso, per la sua persistente matrice dialettica, non ha nulla a che vedere con la coupure althusseriana – fare dei precedenti soggetti di classe, di contro all’azione astratta del soggetto ora dominante, delle Charaktermasken, come si esprime in più luoghi del Capitale: ovvero delle maschere teatrali che giocano ruoli già scritti e predefiniti dalla loro specifica funzione economica all’interno della riproduzione di quel sistema di totalizzazione del valore in processo.

Ma nello stesso tempo la dialettica con la quale Marx costruisce il Capitale è profondamente diversa da quella di Hegel: perché mentre il filosofo di Berlino lavora in modo, a mio avviso, assai aporetico, per non dire sofistico, con le categorie della tradizione metafisica, quali in primo luogo, quelle di Essere e Nulla, il Marx del Capitale lavora sulle categorie invece, radicalmente diverse, di Astratto e Concreto: sulle variazioni delle possibili forme del loro relazionarsi.

Le diverse modalità della relazione di astratto e concreto – di connessione e compenetrazione tra mondo 1 e di mondo 2 – caratterizzano e definiscono, nel Marx del Capitale, le diverse epoche tecnologiche della storia della società capitalistica[4]. Cooperazione, Manifattura e Grande Industria rimandano infatti a tipologie diverse di quel rapporto: che vanno dal massimo di insediamento esteriore, all’inizio storico delle società capitalistiche, ad una loro progressiva reciproca interiorizzazione. Nella Cooperazione e nella Manifattura, che sono organizzazioni del lavoro ancora senza lo sviluppo dominante del macchinismo, la presenza e la funzione della ricchezza astratta e della sua accumulazione si manifesta come disciplina ed ordine di uno spazio e di un tempo che non intervengono a penetrare nel lavoro concreto del singolo, ancora conforme alla qualità artigianale di un modo di produzione precapitalistico. Mentre nella Grande Industria la logica dell’astratto penetra intimamente nel lavoro concreto, obbligando la prestazione della forza-lavoro individuale nella connessione con la macchina ad erogare, come scrive Marx nei Grundrisse, «attività puramente astratta, puramente meccanica, e perciò indifferente, indifferente alla sua forma particolare; attività puramente formale o, il che è lo stesso, puramente materiale, attività in generale, indifferente alla forma»[5]. Al diverso grado di esteriorità o interiorità tra Mondo 1 e Mondo 2, tra mondo dell’astratto e mondo del concreto, hanno corrisposto forme storicamente differenziate del dominio del capitale sulla forza-lavoro e forme differenziate dell’organizzazione tecnologica del processo di lavoro: fino a giungere, nella fase fordista di Macchine e Grande Industria, ad essere il lavoro concreto solo contenitore del lavoro astratto.

Del resto, a proposito del nesso tra astratto e concreto nel Capitale di Marx, io credo che le più grandi difficoltà della sua lettura e comprensione muovano dall’intreccio, dall’intersezione, che nel testo marxiano si danno tra due dimensioni, una storico-diacronica e l’altra ontologico-sincronica: cioè tra il movimento storico-diacronico della interiorizzazione da un lato, per il quale il capitale tende a interiorizzare nella sua logica tutto il mondo della vita, nei suoi vari aspetti (principalmente riducendo, ad ogni nuovo grande ciclo di innovazione tecnologica, la forza-lavoro in una condizione di «sussunzione reale»), e il movimento sincronico della esteriorizzazione per il quale la superficie della società moderna nasconde e dissimula il proprio contenuto interno. Potremo dire lo dissimula nel senso che il primo movimento, della reiterata sussunzione reale, svuota con la sua logica accumulativa dell’astratto il mondo concreto dei soggetti e della vita, lasciandone esistere solo una pellicola di superficie. Ed appunto per questo «effetto simulacro»[6], dovuto allo svuotamento del concreto da parte dell’astratto, il mondo economico assume la parvenza di una scena diretta e regolata da decisioni e volontà di individui responsabili ed autonomi che si confrontano liberamente sul mercato.

  1. Fordismo e postfordismo: dal corpo alla mente.

Nel fordismo ciò che è stato in gioco nel confronto tra forza lavoro e capitale è stato l’uso e il comando del corpo e per tale dimensione corporea la colonizzazione del concreto da parte dell’astratto ha mantenuto i caratteri, ancora in qualche modo, esteriori della forzatura e della costrizione. A tale configurazione del nesso forza lavoro-capitale, secondo un comando ancora per qualche verso esteriore, che ha caratterizzato tutto il fordismo del Novecento, ha corrisposto, sul piano del marxismo, un marxismo della contraddizione, quale teoria di una polarità e soggettività operaia in grado di offrire almeno opposizione e resistenza al tentativo imperituro del capitale di normare il lavoro concreto e di disciplinarlo ad erogazione di lavoro astratto.

Ma con lo sviluppo della tecnologia informatica il capitalismo è uscito dal regime di accumulazione rigido per entrare attraverso radicali ristrutturazioni e riorganizzazioni in un nuovo regime di accumulazione, che, con le parole di D. Harvey, può essere definito flessibile[7]. In questa transizione dal fordismo all’accumulazione flessibile il confronto tra capitale e forza-lavoro si gioca non più sul piano del corpo, bensì su quello della mente della forza-lavoro. Perché ora infatti con l’ingresso sulla scena della macchina computerizzata dell’informazione il confronto tra astratto e concreto, tra processo di valorizzazione e processo lavorativo, si svolge riguardo alla partecipazione subordinata ed omologata della mente al sistema della produzione.

Di fronte a letture che hanno sottolineato in senso emancipativo l’ingresso di massa del lavoro mentale nei processi di produzione di beni e di servizi, ritrovandovi la messa in campo di intelligenze e iniziative riflessivo-comunicative, di facoltà e competenze della soggettività, eccedenti e non riducibili alla norma e al comando della direzione capitalistica, io credo che sia invece opportuno continuare a proporre una lettura fondata sul nesso sistemico macchina-forza lavoro come regola fondamentale e invariante del modo di produzione capitalistico, per il quale la forza-lavoro non può mai essere considerata come forza e funzione autonoma dal macchinismo cui è sempre intrinsecamente connessa. Così come la macchina, al di là di qualsiasi assunzione ingegneristica ingenua e neutrale, va sempre considerata, all’interno di un processo produttivo, come componente di un sistema connesso a un uso determinato e specifico della forza-lavoro. La macchina informatica ad es. colloca una serie enorme di “informazioni” al di fuori del cervello umano, generando una mente artificiale di cui la mente umana può essere solo funzione ed appendice: in particolare quando le informazioni vengono accumulate e connesse secondo programmi che ammettono risposte ed elaborazioni, per quanto varie, già tutte predeterminate e precodificate.

In una condizione non patologica e scissa dell’essere umano – qual è certo non quella vissuta dalla forza-lavoro messa in opera dal capitale – il senso del vivere e dell’agire è dato fondamentalmente da una relazione, in cui il corporeo-emozionale, compresente ma irriducibile al mentale, rappresenta la fonte mai esauribile dell’attività interpretativa ed elaborativa della mente: in una costituzione verticale del senso che s’integra con quella orizzontale derivante dal nesso del medesimo individuo con le altre soggettività. Nel nuovo tipo di lavoro invece il “sistema macchina informatica-forza-lavoro mentale” richiede una separazione radicale, opposta a quella del lavoro taylorista-fordista, della mente dal corpo: separazione che consegna la mente umana a una semantica decorporeizzata e anaffettiva. Del resto la sintassi del linguaggio informatico, costruita sulla logica binaria dell’alternanza tra il sì e il no, riproduce ed elabora il mondo della vita secondo una forma astratta, perché priva di contrasti e contraddizioni. L’esclusione cioè del sì dal no, che sta a base della sintassi informatica, impedisce d’esprimere l’ambivalenza che strutturalmente connota l’esperienza emotiva e proprio per questo può essere principio di un mondo informatizzato il cui orizzonte è quello della certezza analitica, anziché quello dialettico e multiverso dell’esperienza concreta. L’astrazione del nuovo lavoro mentale è perciò quella di una mente la cui attenzione e cura, astratta dal senso e dal fondamento della corporeità, è tutta assorbita da un universo di immagini e simboli alfa-numerici, attraverso la cui apparente neutralità ed oggettività si dispone il senso e il comando di un’organizzazione del processo produttivo volto, come sempre, alla valorizzazione. L’informazione in un processo di lavoro capitalisticamente strutturato non è mai solo descrittiva ma è sempre anche prescrittiva: ordina cioè un codice di senso predeterminato che sottrae alla forza-lavoro in questione, per quanto complessa sia la sua funzione, capacità autonoma d’innovazione e di creazione di senso.

Ma appunto il lavoro informatico, che è lavoro astratto ma con l’apparenza di un lavoro concreto, ad alto tasso di soggettivazione, è quanto nel postfordismo esprime al meglio la capacità del capitale d’essere processo di valorizzazione strutturato sul comando della forza-lavoro e di produrre contemporaneamente la dissimulazione di tutto ciò. Una dissimulazione che si realizza attraverso una doppia processualità che definirei lo svuotamento del concreto da parte dell’astratto e contemporaneamente il sovrainvestimento deformante della superficie: ossia il fatto che la valorizzazione capitalistica occupa e vuota di senso con la sua logica ogni mondo della vita, lasciandone, apparentemente autonome e non toccate, solo le forme di superficie, gli strati più esteriori. Giacché questo è ora, con la tecnologia informatica, il modo dominante del rapporto tra astratto e concreto. Non più tanto la costrizione fordista, quanto invece un’occupazione svuotante e consensuale, legittimata dalla parvenza di una superficie: per cui ciò che è lavoro eterodiretto appare come prestazione invece autonoma e personale. Ciò che è nella sostanza autorealizzazione amministrata e comandata appare, invece, come creatività e capacità d’investimento personale.

Ma questa oggi, con la rivoluzione tecnologica dell’informatica, direi, è la caratteristica dominante e più generale che il capitalismo, quale diffusione accumulativa di una ricchezza astratta, sta imponendo ed assegnando alla realtà nel suo complesso. Un processo cioè di enorme superficializzazione ed esteriorizzazione del mondo, la cui logica reale di vita è sempre più invasa, comandata ed assimilata, in tutti i luoghi e in tutti i tempi, alla logica dell’accumulazione capitalistica, e il cui svuotamento lascia alla superficie solo una società dello spettacolo, della pubblicità e del belletto isterico e retorico, senza profondità alcuna.

Affrontare il tema di come sfuggire a questa weberiana «gabbia d’acciaio», può essere oggetto solo di un altro discorso in un altro luogo.

 

Note: 

[1] Per questa ipotesi di lettura del Capitale di Marx, mi permetto di rimandare il lettore alla mia ricostruzione complessiva dell’opera di K. Marx compiuta nei miei due testi, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Bollati Boringhieri, Torino 2004 ( ed. ingl., A Failed Parricide. Hegel and the Young Marx, Brill, Leiden 2016); Un parricidio compiuto. Il confronto finale di Marx con Hegel, Jaca Book, Milano 2015.

[2] Sulla distinzione tra estrazione e realizzazione del plusvalore in Marx in rapporto con il problema della trasformazione dei valori in prezzi rimando all’attività della scuola marxiana di Roma diretta durante gli anni ’70 da Alberto Gianquinto in collaborazione con l’economista Gerhard Huber: cfr. A. Gianquinto, Gerhard Huber: Marx e la centralità della teoria della trasformazione, La Goliardica editrice, Roma 1975.

[3] «Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi» (K. Marx, Il capitale, Prefazione alla prima edizione, tr.it. di D. Cantimori, Libro primo, Editori Riuniti, Roma 1964, p. 34).

[4] Sulla questione della tecnologia nell’opera di Marx cfr. G. Frison, Linnaeus, Beckmann, Marx and the foundation of Technology. Between natural and social sciences: a hypothesis of an ideal type, in «History and Technology», 1993, vol. 10, pp. 139-173.

[5] K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica («Grundrisse»), tr.it. di G.Backhaus, Einaudi, Torino 1976, I, p. 246.

[6] Sul concetto di «simulacro» nelle scienze sociali il riferimento imprescindibile è a F. Jameson,  IL postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo, tr. it. di S. Velottti, Garzanti, Milano 1989.

[7] Su ciò cfr. D. Harvey, La crisi della modernità. Riflessioni sulle origini del presente, tr.it. di M. Viezzi, Net, Milano 2002.