Note per una lettura di “Henri Lefebvre. Una teoria critica dello spazio” – di Paolo Fontana

Note per una lettura di “Henri Lefebvre. Una teoria critica dello spazio” – di Paolo Fontana

17 Dicembre 2019 Off di Francesco Biagi

[Pubblichiamo l’intervento orale di Paolo Fontana, direttore dell’archivio storico diocesano di Genova, pronunciato e discusso giovedì 12 dicembre 2019 presso la libreria San Paolo di Genova durante la presentazione del libro di Francesco Biagi dal titolo Henri Lefebvre. Una teoria critica dello spazio (Jaca Book, Milano, 2019)]

 

Note per una lettura di Henri Lefebvre. Una teoria critica dello spazio (Jaca Book, Milano, 2019)

 

Paolo Fontana

 

Il volume di Francesco Biagi recentemente uscito, ripropone in Italia una figura di studioso oggi poco conosciuta: Henri Lefebvre. Filosofo, urbanista e militante marxista francese, Lefebvre è stato studiato in Francia e in Italia sino agli anni Ottanta del Novecento, per essere poi messo da parte. Lasciando agli interessati la possibilità di approfondire la sua figura attraverso la lettura del volume di Biagi, prenderò qui in esame alcuni aspetti del libro, dal quale emergono, o forse io ho notato per una mia sintonia, personaggi e momenti della cultura francese del Novecento, che mi pare opportuno riprendere.

Un primo elemento da rilevare è la contrapposizione, di pensiero, ma anche personale, tra Lefebvre e Althusser. Avverso alla cotè strutturalista parigina, Lefebvre è censore dell’impianto di Athusser, che vede come una costruzione che essenzializza Marx, mentre Lefebvre lo vuole liberare dall’impalcatura teorica, per ricondurlo alla prassi dello lotte locali. Qui l’impianto urbanistico di Lefebvre emerge chiaro. Non è da escludere che abbia giocato, in tale contrapposizione, un fattore di carattere. L’Althusser complessato e depresso, come la tragedia del 1980 avrebbe mostrato, era opposto al gioiosamente erotico professore di Nanterre.

Come molti intellettuali degli anni Venti e Trenta, Lefebvre si era avvicinato al Surrealismo quando questo (prima del realismo socialista) era stato con il futurismo (e le altre avanguardie) l’arsenale linguistico della rivoluzione (non solo Russa). Ma un legame più forte si era creato tra Lefebvre e Debord. La lettura dello spazio urbano dei situazionisti si trovava sulla stessa traiettoria della critica alla città, e per la città, di Lefebvre. Uno scontro dovuto a rivalità e conflitti accademici ruppe il sodalizio.

Tali collegamenti (con il Surrealismo e il Situazionismo) fanno da sfondo al ruolo giocato da Lefebvre nel Sessantotto. Arrivato tardi nell’accademia (1961 a Strasburgo) Lefebvre approderà a Nanterre giusto in tempo per il Maggio. In questa Facoltà (che doveva decongestionare Parigi) gli studenti si incontrano con i baraccati nordafricani della stazione la Folie. L’Incendio si propagava dal contatto con un’utenza universitaria ormai di origine piccolo-borghese (non è da escludere che la creazione di Nanterre volesse proprio spostare da Parigi) e il volto nascosto del successo economico gollista. Va per altro notato come la critica allo spettacolo e alla sua società da parte situazionista, assumendone il linguaggio e lo stile (si pensi alla scrittura aforistica, emblematica ed eclettica di Debord) lo replicasse. Il destino di successo nel mondo della pubblicità e della televisione di tanti militanti di allora si spiega anche con questo. Il centro Pompidou, se assumeva un modo di costruire funzionalista ed egualitario (l’abbattimento delle separazioni e gli scaffali aperti delle biblioteche), diventava il momento-monumento autocelebrativo del trionfo gollista.

Alle origini dell’interesse di Lefebvre per la città si trovano, a mio avviso, due precedenti. La Parigi di Walter Benjamin con le sue gallerie, che sostituivano le piazze producendo una nuova specie umana, il flâneur, il perdigiorno che guarda le vetrine, e che costruiva anche i primi grandi magazzini di moda femminile, Au bonheurs des dames, di Zola. Luogo di assembramento di un nuovo genere di moda ormai diffusa: per tutti e preconfezionata. Ma ancora più indietro troviamo, nei precedenti di Lefebvre, Fourier, i cui falansteri preconizzano aspetti dell’architettura del Novecento. Di qui l’avversione di Lefebvre per Le Corbusier e il Bauhaus. Se il secondo si collocava politicamente a sinistra, Le Corbusier era interessato direttamente e solo all’architettura. Ma la critica di Lefebvre rilevava come le grandi costruzioni delle periferie degli anni Cinquanta e Sessanta venissero proprio dalle avanguardie degli inizi del secolo. In questo senso il tardo capitalismo si era costruito un modello di città che veniva dall’immaginario delle avanguardie.

L’approccio di Lefebvre alla conoscenza era di tipo cartografico. Era lo spazio visto dall’altro e studiato dai movimenti che lo muovono dal di sotto, che gli interessava. In questo senso, Lefebvre si allontana dalla matrice marxiana della conoscenza, che veniva da un modello geologico, che studiava i processi di stratificazione della società sul modello di quelli della terra, per cui le forme di produzione arretrate che sopravvivono all’interno di quelle più sviluppate vengono costruite sul modello del fossile fuori strato o di specie sopravvissute in aree marginali (forme micro locali di economia feudale, che permangono in modo funzionale all’interno delle capitalismo globalizzato). Lefebvre recupera invece un sapere di tipo cartografico, come quello programmaticamente rivendicato dal discorso preliminare dell’Encycolpédie. Il sapere del cartografo, che pensa per spazi da creare, occupare e attraversare diventa il modello per capire la città, più che quello stratigrafico di Marx.

Ci sono due artisti con i quali sarebbe interessante far coagire Lefebvre e con i quali non so se nella realtà abbia mai avuto contatti: Godard e Pasolini. La città descritta da Godard (si pensi a Due o tre cose di lei, o a Alphaville) assume i caratteri della razionalità funzionalista, rileggendoli in chiave parodica. Pasolini, il critico più duro dello sviluppo, si sarebbe occupato di città nell’intervista alle dune di Sabaudia, dove vedeva nel nuovo urbanesimo degli anni Sessanta, il vero pericolo per la bellezza antica e povera delle città Italiane. Con questi autori, il “diritto alla città” di Lefebvre potrà un giorno essere confrontato.