Oltre Sciascia Bufalino e Consolo: romanzieri siciliani di oggi – di Giuseppe Traina
L’abbondante fioritura di scrittori di origine siciliana nella storia letteraria dell’Otto-Novecento ha consentito a molti studiosi di parlare propriamente di una ‘letteratura siciliana’, ad altri di precisare che piuttosto si tratterebbe di una ‘letteratura in Sicilia’, e un po’ a tutti di sottolinearne l’eccellenza, che pochissime altre regioni italiane potrebbero eguagliare. Non si tratta, naturalmente, di stabilire discutibili primati (che sarebbero comunque compensati da ben altri, e tragici, primati di segno contrario) o, ancor peggio, di gloriarsene ma piuttosto di ragionare e distinguere.
Distinguere tra scrittori che hanno coltivato un’ostinata ‘isolitudine’ (così la chiamava Gesualdo Bufalino, che se ne intendeva) e altri che non hanno esitato a raggiungere i centri culturali dell’Italia (talvolta recandosi ben più a nord), scontrosamente custodendo un sentimento ambiguo che Leonardo Sciascia amava riassumere con il verso «vuote le mani, ma pieni gli occhi del ricordo di lei» del poeta arabo-siculo (o siculo-arabo) Ibn Hamdis: talvolta continuando, anche da lontano, a fare della Sicilia il centro della propria espressione letteraria (penso soprattutto a Vincenzo Consolo e a Giuseppe Bonaviri), talaltra optando per orizzonti culturali assai diversi ma non meno centripeti (penso alla Praga elettiva del palermitano Angelo Maria Ripellino, o alla Spagna dell’altro palermitano Carmelo Samonà). Ma distinguere anche, per esempio, tra chi ha provato, con slancio utopico e commovente fiducia nel potere dell’espressione romanzesca, a creare con materiali siciliani un’‘opera mondo’ (mi riferisco a Stefano D’Arrigo ma anche a Federico De Roberto) e chi, d’altro canto, ha cesellato microcosmi scritti capaci (o quasi) di compensare vertigini e spaesamenti ben poco legati alla realtà circostante (penso a un Lucio Piccolo, a un Angelo Fiore, a un Antonio Castelli).
E, dopo aver distinto, ragionare anche sull’oggi, sulla sopravvivenza eventuale – nel XXI secolo – di quel ch’è stato, provando però a capire anche quel che di nuovo sta accadendo nelle sicule scritture (o nelle scritture in Sicilia). Per non cedere alla tentazione di celebrare l’ennesima ‘fine’ (in questo caso, di una tradizione gloriosa).
Si può cominciare, magari, con il confronto tra due incipit.
«Partivamo quando l’aurora nasceva con un color di rosa fra i fichidindia. Come in tutti i contadi, il paese era sveglio, e le campane già vi suonavano perdendosi per anfratti e grotte, o nei piccoli corsi d’acqua che ne tremavano». È l’inizio de Il vicolo blu (2003), penultimo romanzo di un già settantanovenne Bonaviri, morto poi nel 2009.
«Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa. Il 23 luglio, alle 15.29, la mia morte è partita da Catania. Epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano, i seni piccoli, gli occhi gonfi, l’encefalo tramortito, il polso destro poggiato sul bordo della vasca, l’altro immerso in un triste mojito di bagnoschiuma alla menta e sangue». Così comincia Cuore cavo, secondo romanzo, edito nel 2013, della catanese Viola Di Grado, classe 1988.
Cosa possono avere in comune due scritture di questo tipo? Nelle poche righe di Bonaviri è avvertibile, con chiarezza, una dichiarazione di fedeltà a se stesso, ai propri esordi (si pensi a Il sarto della strada lunga, ‘gettone’ vittoriniano del 1954), ma anche a una tradizione narrativa siciliana che ha finito per coincidere – grazie all’apporto di Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Vittorini, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, D’Arrigo, Consolo, Bufalino – con quel ‘cronotopo Sicilia’ che ha costituito per il lettore colto la versione ‘alta’ e nobilmente problematica di quell’immagine degradata e stereotipata (grondante delitti d’onore, scacciapensieri e fichidindia) della Sicilia che il melodramma, la letteratura e il cinema popolare hanno contribuito a fissare. Ma niente di tutto questo, mi sembra, è rinvenibile nella prosa della Di Grado, e non soltanto per ragioni di aggiornamento lessicale: basterebbe confrontare, nelle poche righe citate di entrambi i romanzi, la frequenza del pronome personale di prima persona in Cuore cavo con l’apertura plurale (e dunque ‘comunitaria’) del testo di Bonaviri.
Ma come riassumere i connotati tipici di questa famosa tradizione letteraria siciliana, al di là degli stereotipi e delle apparenze contenutistiche? All’incirca così, molto schematicamente: coscienza scontrosa di un’alterità antropologica, che consente allo scrittore di farsi testimone e giudice del passato e dell’oggi; antistoricismo tenace, quasi sempre di matrice materialistica, talvolta proteso all’interrogativo metafisico; proiezione verso la grande cultura europea, che convive agevolmente con la scelta dell’isola e degli isolani come oggetto d’analisi; tentazione frequente del romanzo–cattedrale, affresco sociale o saga familiare, perfino epos reinventato; scrittura che procede sui sentieri sinuosi della prosa lirica e perfin barocca o su quelli, non meno sinuosi, del ragionamento analitico in stile scabro ed essenziale. Un quadro che a ragione è stato rubricato all’insegna della ‘modernità infelice’.
La domanda che ci poniamo è questa: contano ancora, per i narratori siciliani di oggi, le ‘genealogie’? C’è in essi il riconoscimento di una discendenza dalla linea ‘lirica’ Verga-Vittorini-D’Arrigo-Bonaviri-Consolo o da quella ‘prosastica’ De Roberto-Pirandello-Borgese-Brancati-Sciascia? Nascono ancora grandi eccentrici o grandi incompresi come, in passato, Tomasi di Lampedusa, Fiore, Samonà, Bufalino?
È ben lecito dubitarne, alla luce di quel che si dirà fra poco. Ed è possibile, insomma, che il ‘silenzio’ narrativo degli ultimi anni di Consolo (che pubblica l’ultimo romanzo nel 1998 e muore nel 2012) sia anche l’emblema della fine di una tradizione che in questo suo estremo esponente aveva cristallizzato tanto la capacità di confrontarsi mitopoieticamente con la storia quanto la ricerca d’un codice linguistico maturo e originale, frutto di sperimentazioni graduali e riflessioni profonde. Il ‘silenzio’ di Consolo potrebbe essere stato, in altre parole, il segno più evidente di quell’«estinguersi di un’utopia per più di un secolo opposta all’omologazione».
Ed è possibile, d’altra parte, che lo straordinario successo dei romanzi di Andrea Camilleri (classe 1925) si spieghi con la sua capacità di entrare in perfetta sintonia con un orizzonte d’attesa aduso a modelli narrativi internazionali più che italiani (e siciliani): di un pubblico italiano, insomma, che legge Banana Yoshimoto e non Gianni Celati, o preferisce Carlos Ruiz Zafón ad Alberto Ongaro. Perché, in fondo, l’immagine stereotipata dei siciliani funziona, in taluni libri di Camilleri, quanto la sua spensierata intuizione-invenzione di un linguaggio fittizio e geneticamente seriale, facilmente riducibile a cliché e dunque riproducibile e (paradossalmente) traducibile quanto la prosa di un Baricco. Insomma, mi pare che Camilleri abbia registrato lucidamente la fine della tradizione bisecolare della grande narrativa siciliana e ne abbia intelligentemente riusato la scorza, a scopo ludico ed evitando di accostarsi al nocciolo più profondo di essa.
Non meno internazionali, non meno lontani dalla Sicilia, sono i ben diversi punti di riferimento di un’autrice come Viola Di Grado, di sessantatré anni più giovane di Camilleri, o di altri autori siciliani d’età compresa fra i quaranta e i cinquant’anni, come Nino Vetri o Giorgio Vasta o Evelina Santangelo. Insomma, il background culturale prevalentemente esterofilo dei più giovani e la solo apparente fedeltà alla tradizione siciliana rappresentata dai bestsellers di un Camilleri o di una Simonetta Agnello Hornby potrebbero essere, in fondo, le due facce d’una stessa distanza.
Ciò non esclude, comunque, che nella scrittura di altri autori il rapporto con la tradizione letteraria siciliana si articoli in modo più dialettico e problematico. Penso ad alcuni romanzi di Silvana Grasso (La pupa di zucchero, Disìo) caratterizzati non solo da un «espressionismo linguistico» giustamente rilevato (ed elogiato) da Cesare Segre, ma anche dalla capacità di rivitalizzare gli echi della saga familiare alla De Roberto, di celebrare un’alterità etica che molto deve agli eroi brancatiani e lampedusiani, di fondere il cortocircuito tra lessema colto e regionalismo caro a certo Bufalino con l’attenzione profonda alle rimosse tragedie della storia tipica di Consolo. Tutta originale, invece, e risalente già alle sue prime opere, è nella Grasso un’ispirazione ‘materica’ che è, in fondo, la manifestazione matura di un’istintività sensuale, sapientemente corretta dalla consapevolezza d’una profonda appartenenza al vittoriniano ‘mondo delle madri’.
Se fedeltà alla tradizione siciliana vuol dire volontà di abbracciarne, insieme, la gran parte dei valori e delle soluzioni formali, anche quando potrebbero sembrare dissonanti tra loro, il caso della Grasso appare unico. In altri scrittori, invece, baluginano le tracce di singole ‘discendenze’, più o meno dirette. Dal modello sciasciano dell’inchiesta storica romanzata derivano, per esempio, certe prove di Gaetano Savatteri (La congiura dei loquaci, La ferita di Vishinskij), Maria Attanasio (Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Il falsario di Caltagirone) e Paolo Di Stefano (Giallo d’Avola); all’innesto del romanzo d’idee nella forma del romanzo storico, sperimentato da Sciascia nel Consiglio d’Egitto, hanno invece guardato Silvana La Spina, Vito Catalano, Emanuela Ersilia Abbadessa; mentre Santo Piazzese (con Il soffio della valanga), ancora Savatteri (con Gli uomini che non si voltano) e Salvatore Falzone (in Piccola Atene) hanno rinverdito l’esperimento sciasciano del ‘giallo politico-antropologico’ di cui fu modello A ciascuno il suo. Mentre allo stile iperletterario di Consolo e alla sua peculiare destrutturazione del romanzo storico s’è ispirato Pino Di Silvestro: un autore tanto giustamente apprezzato per la sua attività di incisore quanto ingiustamente sottovalutato per gli esiti dei suoi romanzi La fuga, la sosta e L’ora delle vipere.
All’incrocio tra il moralismo di Brancati e altri modelli non siciliani (la sensibilità parodistica per idées reçues e tic linguistici dell’alta borghesia, che dimostra un’assimilazione matura di Flaiano e Arbasino) si situano i due romanzi di Marco Vespa (La maniera dell’eroe e Nata in riva al mare), giocati fra minuzioso esercizio di decodifica semiologica e costruzione di un’ammiccante colloquialità tra narratore e lettore, sviluppata alle spalle del personaggio narrato (verso il quale l’autore sembra, tuttavia, nutrire un’ambigua indulgenza). È notevole, poi, che alcuni narratori di area palermitana (Domenico Conoscenti, Maurizio Padovano, Marcello Benfante, per certi aspetti anche Giosuè Calaciura) dimostrino di aver metabolizzato il rovello psicologico e la scontrosa torsione stilistica di un isolato grande e misconosciuto come Angelo Fiore, sia pure miscelandola con le più diverse influenze – Poe e Dostoevskij, Gadda e Beckett, Camus e Carver – per approdare a un fantastico assai temperato che trapassa in straniato iperrealismo per risolversi, a seconda dei casi, tanto in ipertrofia linguistica (Calaciura) che in scarnificazione di stile. D’altra parte, la ricerca ossessiva di ascendenti e modelli potrebbe condurre a fraintendimenti: per esempio, nella voce narrante del Tempo materiale di Vasta il linguaggio immaginifico si lega a ‘furori’ alquanto ‘astratti’ talché, facendo frettolosamente due più due, si potrebbe pensare che l’autore guardi a Vittorini. Ma, nonostante le ben riposte ambizioni dello scrittore, si tratta di un linguaggio ancorato a una sorta di ‘minimalismo quotidiano’ che lo porta a ripiegarsi su se stesso, a incistarsi in una dimensione lontana dall’afflato mitopoietico evidente nell’autore di Conversazione in Sicilia.
Sul piano dei contenuti si osserva un fenomeno a mio parere molto interessante. La raggiunta consapevolezza di quanto il familismo amorale sia radicato in Sicilia (ancora una volta, dunque, un’eco sciasciana) s’incontra con la ripresa del tema letterario tutto siciliano della famiglia in romanzi nei quali viene analizzato il ruolo svolto dai padri e soprattutto dalle madri in una società che conserva, nonostante le apparenze, legami ferrei con le strutture socio-antropologiche più conservative e che, anche per questo, si rivela intrinsecamente mafiosa. È quel che accade nei libri già menzionati della Grasso e di Vespa, e poi in certi romanzi di Paolo Di Stefano (Tutti contenti, Aiutami tu) e Roberto Alajmo (gli ottimi Cuore di madre ed È stato il figlio), nei quali la famiglia si configura umoristicamente come universo orrendo e omicida: con una visuale più ‘documentaria’ in Di Stefano, più ‘grottesca’ in Alajmo.
Il caso più emblematico di una scrittura che vuole dialogare con l’Europa o con l’America contemporanee più che col passato isolano, eppure non rinuncia all’analisi attenta del vissuto siciliano, mi pare quello di Santo Piazzese, autore di tre romanzi (I delitti di via Medina Sidonia, La doppia vita di M. Laurent e Il soffio della valanga), un racconto lungo (Blues di mezz’autunno) e qualche racconto: opere nelle quali egli, quasi sempre dietro la veste del noir metropolitano, ha fornito una credibilissima rappresentazione delle trasformazioni in atto nella realtà palermitana senza rinunciare a una notevole capacità di pudico approfondimento psicologico. Ed è così riuscito nella difficile operazione di scrivere romanzi che potrebbero essere ambientati in ogni grande città europea ma che, tuttavia, sono intrinsecamente palermitani, per l’amore con cui luoghi e persone sono ritratti e per la perizia con cui la mafia e il sentire mafioso sono rappresentati come costitutivi di un contesto e di un momento storico. Ciò non implica, in Piazzese, rassegnazione o fatalismo, ché anzi certi meccanismi del potere economico della mafia, e del ‘consenso’ che l’accompagna, sono descritti con precisione ed efficacia: ma sempre nel segno dell’understatement, la vera cifra stilistica di uno scrittore che, come ha dimostrato Il soffio della valanga, ha raggiunto un equilibrio mirabile tra pietas e umorismo nella rappresentazione di tragedie personali eppure emblematiche di un’intera società. D’altra parte, l’omaggio sommesso che Piazzese, in questo romanzo, tributa a Sciascia dimostra che il profilo di un moderno scrittore siciliano può implicare il sereno riconoscimento del valore civile di un’eredità letteraria, pur nel maturo superamento di qualunque ‘angoscia dell’influenza’. Mentre nel suo quarto libro, Blues di mezzanotte, Piazzese ha dimostrato di poter fare a meno della vernice noir o ‘poliziesca’ confermandosi invece maestro nell’arte di cogliere momenti quasi epifanici nella Bildung di un personaggio per dilatarli ad affresco di un modo di vivere la storia come rimozione e occultamento di scheletri nell’armadio della coscienza condivisa.
Nulla di siciliano c’è, invece, nei primi libri di Evelina Santangelo: dai notevoli, allucinati racconti d’esordio di L’occhio cieco del mondo ai due romanzi La lucertola color smeraldo e Il giorno degli orsi volanti, l’autrice ha saputo costruire un universo creativo – tra Fellini e Kafka, Bruegel e Chagall – alquanto sganciato dall’osservazione del reale e teso piuttosto alla costruzione di forme inedite di solidarietà e pietas, nel gran dolore del mondo; e tuttavia, i due libri successivi, Senzaterra e Cose da pazzi, non temono di ripristinare un’ambientazione riconoscibilmente siciliana eppure aggiornata a una realtà plurima e multiculturale, nella quale la versatile sopravvivenza della mafia s’intreccia all’infittirsi e complicarsi del nesso immigrazione-emigrazione. Una politicità implicita, questa dei libri della Santangelo, che invece si manifesta esplicitamente nella distopia ‘a tesi’ dell’ultimo, risentito romanzo di Maria Attanasio (Il condominio di Via della Notte): poco praticato nella letteratura siciliana, come in quella italiana, il filone distopico ha però conosciuto, in anni recenti, un esito molto convincente nel poco noto Cinopolis di Benfante e ha caratterizzato l’esordio nel romanzo di Massimo Maugeri (Trinacria Park).
D’altro tipo è la discretissima politicità dei libri di Nino Vetri: si pensi a Lume lume, nel quale l’autore rappresenta, all’insegna d’un’acquisita normalità, la stratificazione multiculturale in una città come la Palermo di oggi; però la vigile bonomia di Vetri (già evidente nella scrittura felpata del suo libro d’esordio, Le ultime ore dei miei occhiali, ma con riferimento a quello che Sciascia chiamava l’‘eterno fascismo italico’) non implica, mi sembra, un’edulcorazione del reale bensì il mostrarne, con mossa felice ed umoristica, l’altra faccia, quella costruttiva e aperta verso un futuro più tollerante.
Con il problema della rappresentazione della realtà si misurano le soluzioni narrative proposte da due voci femminili d’anagrafe siciliana tra le più convincenti: mi riferisco a Emanuela Ersilia Abbadessa che, con Capo Scirocco, ha trovato una chiave funzionale a riverniciare l’apparente ripresa del gran modello del romanzo storico siciliano con un’intelligente e colta rivisitazione della scrittura melodrammatica, lasciando scorrere sottotraccia una linfa sottilmente ironica nel trattamento delle vicende amorose che s’intrecciano ai segni del mutamento culturale; e a Elvira Seminara, sperimentatrice di assai diverse scritture romanzesche siglate dall’ambiguo binomio Eros-Thanatos (L’indecenza) o da un’esplicita vena ironica e autoironica che si manifesta attraverso il gusto del gioco di parole (Scusate la polvere) e della parodia dei linguaggi e dei rituali mediatici (La penultima fine del mondo). Per queste due scrittrici lo spazio dell’analisi sentimentale può sovrapporsi (e quasi del tutto sostituirsi) serenamente all’analisi della realtà sociale, che tuttavia rimane sullo sfondo e riemerge sussultoriamente per flashes: ciò avviene, mi sembra, in linea con una chiara tendenza dell’attuale narrativa femminile mondiale, che soddisfa, a sua volta, un ben preciso orizzonte d’attesa. Tutto traslato, invece, appare il rapporto con la realtà nel primo romanzo di Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, nel quale l’auscultazione d’un’implosa interiorità trova il canale d’una voce raggelata e dissonante per esprimere in toni nuovi una disperazione esistenziale che non ha età né tempo ma nella quale la Generazione Erasmus potrebbe agevolmente riconoscere le proprie specifiche angosce.
S’è già detto: con la Di Grado siamo fuori da una tradizione letteraria siciliana nella quale i ventenni d’oggi non avrebbero, obiettivamente, alcuna ragione per riconoscersi, così come i loro coetanei di altre regioni italiane; lo si era già avvertito, con chiarezza, leggendo l’unico, splendido romanzo di Lorenzo Vecchio, scomparso a soli ventitré anni nel 2005, avendo fatto in tempo a pubblicare Mia madre non chiude mai, che ne aveva dimostrato la raffinatezza stilistica e l’asciutta capacità di scavo psicologico, ma anche – appunto – la capacità di esprimere le incertezze d’un’adolescenza prolungata per la quale la migliore letteratura (o il miglior cinema) internazionale possono far da guida sulle difficili strade d’un mondo che si vorrebbe senza più frontiere.
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